lunedì, dicembre 16, 2019
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L’estasi nell’alterità animale — di Roberto Marchesini

La zooantropologia ha introdotto un cambiamento radicale nella visione del processo culturale: la cultura da risultato emanativo dell’essere umano (frutto di una visione antropocentrica) diviene un processo che deriva dall’ibridazione con l’eterospecifico. L’alterità non umana è concepita come un partner dialogico fondamentale nella costruzione dell’umano, un partner di conoscenza, in grado di innestare nell’umano un desiderio di espansione e scoperta. 

 

Secondo la zooantropologia la cultura è un frutto ibrido e proprio per questo (e solo per questo) è possibile affermare che lo spazio antropo-poietico non discende direttamente dalle caratteristiche filogenetiche dell’uomo.

La visione zooantropologica si basa sul concetto di referenza animale dove l’eterospecifico, come alterità capace di operare dei cambiamenti sull’uomo attraverso eventi dialogici, è fondamentale per comprendere i predicati umani.

L’antropo-poiesi, quale processo di dimensionamento dell’umano, non è pertanto un processo autarchico ma un evento coniugativo con l’alterità animale, che di conseguenza non viene letta come cifra regressiva – l’animalità come condizione perduta – ma come controparte capace di inaugurare nuove dimensioni ontologiche per l’essere umano.

Nell’impostazione zooantropologica si viene a creare un piano mimetico, una sorta di processo di concepimento, tra uomo ed eterospecifico capace di far germogliare nuovi predicati. La cesura sta nel considerare l’eterospecifico, come controparte ibridativa, e il teriomorfo, come risultato ibridativo, non più nella logica dell’utilizzo e dell’esteriorità – il non umano come un guanto, utile per compiere particolari azioni ed esterno alla mano – bensì in quella della coniugazione e dell’infiltrazione.

Secondo la zooantropologia lo spazio culturale emerge contemporaneamente all’incontro con l’eterospecifico perché frutto della dialettica referenziale. Il modello animale non è cioè il materiale attraverso cui l’uomo esprime le sue creazioni, non è la tavolozza di colori che permette di dar sfogo al nostro immaginario figurativo: secondo la zooantropologia quelle creazioni non sono dell’uomo bensì emergono dall’ibridazione con l’eterospecifico, ovvero mescolando l’uomo al non umano.

Se osserviamo le diverse espressioni di teriomorfismo presenti nella pittura e nella musica, nella moda e nella pubblicità, nelle soluzioni tecnologiche e nel design tecnologico, nei modelli narrativi della letteratura e del cinema, nelle figurazioni cinestesiche della danza e delle arti marziali, non si può negare che lo spazio antropo-poietico ricordi il processo del “farsi animale”.

L’animalità è pertanto una sorta di collante che ci consente di osare oltre il consueto e di sperimentare nuovi modelli esistenziali utilizzando tuttavia una semiotica condivisibile. L’esperienza con il mondo animale, per quanto caricabile di pregiudizi, tende comunque a essere facilmente utilizzata come chiave comunicativa proprio per il suo carattere universale e per la vastità del lessico: la biodiversità diventa un orizzonte di possibili partner ibridativi, un continente-vocabolario di parole da far emergere attraverso l’atto coniugativo, l’estasi nell’alterità animale.

Possiamo perciò affermare che lo zoomorfismo è stato ed è tuttora la più importante forma di grammatica generativa ovvero di coniugazione linguistica a disposizione dell’uomo. Quando parliamo di forma animale siamo abituati a fare riferimento solo ad alcune presenze dell’eterospecifico nella nostra cultura, quelle che comunemente vengono definite come “zoomorfie”.

Ecco allora che si rende necessario individuare la differenza tra:

a) teriomorfismo = forma non-umana, ibrida, riconducibile all’alterità animale;

b) zoomorfismo = forma animale evidente.

La zoomorfia è in pratica la forma animale pura e come tale immediatamente leggibile/interpretabile, anche quando innestata in una realtà umana. È evidente che la zoomorfia è solo una piccola porzione dell’espressione mediata dall’eterospecifico. La mediazione dell’eterospecifico o zoomimesi è molto più complessa e permeata nei meandri dell’antropo-poiesi e pertanto non sempre è facilmente disvelabile: anche questo è un compito che si prefigge la ricerca zooantropologica.

Ma ancora una volta sbaglieremmo a ritenere questo processo di cooptazione di virtù animali all’interno della kosmopolis umana come un semplice atto di imitazione. Come ho detto, la “zoomimesi” è in realtà un fenomeno complesso che ha fatto dell’uomo il meno isolato e il meno autosufficiente degli animali.

Quando parliamo di zoomimesi ci riferiamo a qualcosa di nuovo e di diverso rispetto:

a) all’utilizzo passivo o imitativo della performance animale;

b) alle dinamiche coevolutive che creano reciproche dipendenze tra le specie.

La zoomimesi è una qualità tipicamente umana, pur se esistono abbozzi in altre specie; essa consiste nell’apertura del sistema sociale della specie a elementi eterospecifici. L’eccesso di teriomorfismo nella cultura umana non può essere spiegato come un semplice e occasionale motivo di acquisizione strumentale di zoomorfismi, del tipo: cerco/seleziono il miglior candidato a rappresentare lo schema-soluzione prefigurato. L’atto stesso di prefigurazione è un processo zoomimetico.

La nostra vita di uomini è circondata di sapienze animali, si sostiene sull’ibridazione con l’animale, è fondata su segni animali. Il fatto che l’uomo sia così elusivo nel rendere conto di questo debito la dice lunga sulla sua entità. Non è possibile spiegare questa densità di teriomorfismi nella cultura umana senza ipotizzare la realizzazione di coppie ibride uomo-animale promosse via via su particolari piani referenziali ovvero su una tendenza generale (apertura della soglia ibridativa) e su processi specifici (gli eventi particolari di ibridazione con i diversi eterospecifici).

Non vi è dubbio che l’interazione con l’eterospecifico abbia rappresentato da sempre il più importante fulcro di orientamento per l’uomo, ossia il nodo centrale della conoscenza. Questo per un insieme composito di motivi: l’animale era un pericoloso predatore, un competitore nello sfruttamento delle risorse alimentari, un possibile parassita o una fonte di disturbo, una possibile preda o elemento utile.

E tuttavia quest’unico aspetto da solo non sarebbe in grado di spiegare l’ibridazione teriomorfa, che invece ha come pre-requisito l’accettazione dell’alterità animale in qualità di conspecifico, cioè di possibile partner.

In effetti è possibile riscontrare altre componenti capaci di catalizzare l’attenzione dell’uomo sulle altre specie: la raccolta, l’esplorazione, l’ammirazione, lo stupore, la catalogazione, l’orientamento, l’epimelesi. Dall’insieme di queste strutture motivazionali, che creano coerenza tra l’orientamento dell’uomo e il target eterospecifico, può sorgere un interesse-elettività globale verso l’alterità animale, che in altri saggi ho definito con il termine di “zootropia”.

Quando andiamo a valutare le forme privilegiate dall’arte preistorica, nella raffigurazione pittorica come nella scultura, nella raccolta di oggetti come nell’istoriazione degli strumenti, puntualmente ritroviamo la morfologia umana e quella degli altri animali.

La zootropia è una sorta di gravitazione verso l’eterospecifico, di apertura delle soglie interattivo-relazionali, di facilitazione dei processi di apertura referenziale. Si vengono cioè a creare i presupposti per la cooptazione dell’eterospecifico nel gruppo-sistema umano, prerequisito per gli eventi ibridativi.

Questo processo è stato verosimilmente preparato dalla costituzione di gruppi interspecifici, mossi vuoi dal virtuosismo parentale dell’uomo vuoi dalla realizzazione di comunità operative, per esempio l’associazione uomo-cane. A ogni buon conto, una volta avviato il processo di zoomimesi l’animale da entità interattiva (oggetto della conoscenza) è potuto diventare partner di conoscenza, un passaggio solo a prima vista di piccola entità.

La partnership infatti è un vero e proprio imparare dall’animale, simile al processo di apprendimento che lega i cuccioli di una specie al proprio genitore o alla comunità di accoglienza. Il percorso evolutivo ha fatto dell’uomo uno specialista in questa apertura referenziale all’alterità animale, talché in breve attraverso il meccanismo di una comunità maternale plurispecifica egli è stato in grado di trascendere il proprio retaggio specie specifico.

Questo accreditare l’animale al ruolo di “magister” consente all’uomo di aprirsi all’esterno e di iniziare a incorporare alterità nei propri spazi di ontopoiesi. Nello stesso tempo l’ingresso del teriomorfo nella kosmopolis umana crea inevitabilmente uno stato di non-equilibrio, che rende il “sistema uomo” instabile.

La partnership con l’animale ha permesso alla nostra specie di allargare il proprio dominio comportamentale, ma ha altresì profondamente mutato l’identità dell’umano allontanandola dall’uomo.

L’assunto di base della zooantropologia sta nel considerare l’umano come un processo non come uno stato, processo che emerge senza prevedere un compimento, senza cioè essere implicito nelle caratteristiche dei due termini e parimenti essere gravitato verso un obiettivo.

Non bisogna perciò vedere l’atto zoomimetico come:

a) un accordo o una somma di prestazioni tra la specie umana e l’alterità animale;

b) una complementarietà tra uomo ed eterospecifico dove l’umanità, come sistema culturale, si compie attraverso una giustapposizione dei due termini;

c) un utilizzo strumentale dell’eterospecifico o una semplice sinergia.

La zoomimesi è a tutti gli effetti un atto di ibridazione, ossia di mescolamento, e in quanto tale prevede uno scostamento ontologico, specifiche retroazioni sul sistema uomo, una piena modificazione identitaria, cioè un profondo scollamento dei predicati dal retaggio filogenetico attraverso eventi di contaminazione e di acquisizione di alterità. L’ibridazione è quindi una mutazione sul sistema con effetti imprevedibili e al di fuori di un possibile controllo, effetti capaci di sconvolgere alla base il sistema e condurlo su differenti traiettorie ontopoietiche.

La zooantropologia fa propria la concezione dialogica dell’ontopoiesi – l’identità si esprime e si costruisce nel dialogo con l’alterità – vale a dire ritiene ogni identità inevitabilmente legata-congiunta, ma altresì dipendente e perfusa, alla alterità.

 

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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