lunedì, ottobre 14, 2019
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Il superamento della corporeità nel transumanesimo — di Roberto Marchesini

In Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza, Roberto Marchesini analizza i fondamenti teorici su cui poggia la corrente del transumanesimo, un sistema di pensiero che abbraccia la visione di trascendere l’umano attraverso la tecnologia. Per i transumanisti, infatti, l’accelerazione tecnologica dovrebbe culminare nella creazione di nuove entità ibride, in grado di superare i limiti dell’evoluzionismo biologico divenendo artefici del proprio futuro. La natura, in questa prospettiva di pensiero, è letta come un’entità da addomesticare, da porre al servizio dell’umano, introducendo dunque una visione dicotomica (essere umano VS natura) che “non tiene conto della totale immersione dell’essere umano nel contesto naturale”.

 

Secondo il pensiero transumanista l’uomo sta entrando – o, meglio, è già entrato – in una fase di transizione postbiologica caratterizzata da una profonda e pervasiva rivisitazione del corpo e delle sue prestazioni a opera della tecnologia.

L’idea di base del pensiero transumanista è che la nostra specie stia attraversando una fase critica in veloce trasformazione, in cui le sempre più potenti possibilità di intervento si candidano a modificare profondamente non solo l’ambiente dell’uomo nonché le caratteristiche strutturali e funzionali del corpo, ma soprattutto l’identità ontologica.

Secondo la visione transumanista lo sviluppo tecnologico permetterebbe di riprogettare la condizione umana, liberandola da quei vincoli – temporali, performativi, estesici – che oggi l’affliggono. Mettere in soffitta definitivamente quello scomodo coinquilino del vivente che è per l’appunto la morte è il principale obiettivo dei transumanisti, che ipotizzano uno spettro di possibilità biotecnologiche e informatiche per inverare questo difficile passaggio dalla condizione mortale a quella eterna.

L’idea di immortalità viene ventilata, senza mezzi termini da teorici informatici come Daniel Hillis e da tecnologi come Eric Drexler. La stessa digitalizzazione della mente, preconizzata da Hans Moravec o Gerald J. Sussman, tende a una forma di immortalità, anche se incorporea. Anche Alexander Chislenko, filosofo transumanista, auspica un potenziamento coniugativo attraverso l’innesto di tecnologie, e la trasformazione degli individui in cyborg.

In altre parole la fase transumanistica dovrebbe concludere quel processo di trasformazione, peculiare della nostra specie, che, seppur già abbozzato dal Neolitico, è stato reso pienamente operante dalla congiunzione di biotecnologia e informatica.

Alcuni ritengono che l’attuale fase transizionale sia caratterizzata dall’uscita dell’uomo dal processo evolutivo: il risultato sarebbe perciò la realizzazione compiuta di quel sogno di autopoiesi preconizzato dai teorici dell’incompletezza e spinto fino alle estreme conseguenze dai sostenitori dell’informatizzazione umana.

Come sottolinea Francesca Alfano Miglietti (Identità mutanti, p. 62) «la fase transumana si caratterizza per il tentativo di valicare alcune fondamentali limitazioni, quali le non incrementabili capacità intellettive e la morte, per il superamento di quelle caratteristiche che attualmente definiscono il concetto di umano, dei limiti più evidenti dell’evoluzione, sin qui naturale e animale, della specie».

Per i teorici del trans-human il postumanesimo non è pertanto una conseguenza della caduta delle coordinate umanistiche, quanto piuttosto una condizione a venire che si fonda sull’abbandono della specie umana.

Nell’idea postorganica c’è tutto il desiderio e la presunzione, nonché ovviamente l’assurda pretesa, di trascendere dal biologico, di uscire dal corso dell’evoluzione per poter divenire artefici del proprio futuro.

Come sostiene Mark Dery (Velocità di fuga, p. 245) «per il tecnofilo maschilista l’obiettivo finale della cyber cultura è proprio questa strana operazione alchemica: riuscire a distillare la pura mente partendo dalla vile materia».

Le tecnologie vengono interpretate alla luce di una loro possibile convergenza in un punto omega capace di attivare una sinergia vertiginosa e un rapidissimo progresso, in grado di effettuare un vero e proprio balzo quantico sulla lenta accumulazione innovativa che sino a ora ha caratterizzato il progresso scientifico.

Da quel momento si renderanno percorribili molte strade per transitare nel post-uomo ossia una vera e propria ridondanza opzionale per superare alcuni dei vincoli che da sempre pesano sulla schiatta umana: la morte, la vecchiaia, l’inefficienza o l’insufficienza.

I teorici di questa mirabolante transumanza umana vedono nell’accelerazione tecnologica l’inverarsi di una fase critica che porterà l’individuo in una condizione di postumanità, tratteggiata come un vero e proprio paradiso ontologico dove l’essere non è più collegabile a una entità filogenetica specifica.

Il transumanesimo, in qualità di processo capace di rendere possibile e fondare il post-uomo, è, a detta dei suoi fautori, una vera e propria uscita dal meccanismo darwiniano, ossia una riappropriazione del futuro evolutivo sostenuta da ciascuna entità dotata di senzienza. Nel nome del benessere per tutti gli esseri senzienti – siano essi umani, animali, intelligenze artificiali o alieni – il transumanesimo aspira di fatto a una lenta disintegrazione delle peculiarità di specie nel segno di una totale apertura della persona verso la vastità opzionale.

È il soggetto che in questa prospettiva sceglie la propria posizione ontologica nel mare di possibilità offerte dalla tecnologia, liberandosi da quei fardelli evolutivi che inevitabilmente lo legano a uno specifico contesto.

Sofferenza, emozioni negative come la paura, la tristezza, il panico, la depressione, l’ansia, la noia, l’irritabilità vengono viste come inutili spoglie, retaggi di una storia evolutiva da abbondare in nome di una concezione totalmente edonistica e cognitiva dell’essere.

L’umano transizionale si libererà di queste funzioni vestigiali attraverso una progressiva acquisizione di titolarità (ossia di controllo) sulle proprie disposizioni, in virtù cioè di un auto-accrescimento che pur facendo proprio il concetto pedagogico dell’ex-ducere caratteristico proprio dell’umanesimo, lo supera attraverso l’ausilio della tecnologia appositiva, capace cioè di interferire attivamente sulle disposizioni dell’individuo.

Il miglioramento per un transumanista può ausiliarsi di una palestra educativa, ma poggia soprattutto sull’impianto di un complicato apparato tecnologico deputato a indirizzare, spesso in modo imperativo, le performance razionali ed emotive del soggetto.

Possiamo non vedere la differenza o, meglio, la discontinuità tra l’idea classica del progresso umano e il concetto di transumanesimo se non focalizziamo l’attenzione sui presupposti e sugli obiettivi di quest’ultimo.

Per il transumanesimo non si tratta di realizzare l’ontologia umana attraverso una perfusione nella tecnosfera, bensì di oltrepassare l’eredità filogenetica da una parte creando un’orizzontalità o pluralità ontologica – tutti gli esseri senzienti sono invitati a far parte di questa cosmopolis edonistico-cognitiva – dall’altra promuovendo una plurifenetica, a disposizione del singolo.

Secondo il transumanesimo è da rifiutare prima di tutto l’ontologia antropocentrica, ossia quella che:

a) ammette nella cosmopolis solo soggetti della specie Homo sapiens,

b) propone un paradigma ontologico rigido e predefinito.

La discontinuità è, se vogliamo, l’aspetto più innovativo del transumanesimo, sta cioè nell’ammettere che animali, alieni, esseri artificiali, ibridi cyborg o teriomorfi, intelligenze disperse possano costituire accanto all’uomo un’unica comunità edonistico-cognitiva, avendo a disposizione un vasto repertorio di possibilità in cui metamorfizzare.

Queste potenzialità vengono viste inoltre in modo dinamico e temporaneo, ossia come passaggi transitori e transitivi a disposizione dell’individuo: servono cioè ad accontentare la fame di piacere e di conoscenza propria del post-uomo. Ricorre nella proposizione transumanista l’idea di una soggettività a tutto tondo, in grado cioè di acquisire a pieno titolo i fili del proprio destino.

Molte delle domande retoriche che ricorrono nei proclami transumanisti dimostrano questa tensione:

i) perché morire quando è proprio nella maturità che si liberano le migliori disposizioni dell’uomo?

ii) perché soffrire o rimanere vincolati nelle strettoie attitudinali – quali la paura, l’ansia, l’irritabilità – competenti nel contesto filogenetico ma oggi divenute solo fonti di inutile sofferenza?

Il teorico del transumanesimo si ribella all’appiattimento dell’uomo sulla sua condizione originale, considerando questo atteggiamento un conservatorismo inutile e dannoso. La sofferenza deve essere annullata o, al limite, mantenuta al di sotto di particolari soglie, così come il piacere – che non è solo godimento emotivo, bensì vera e propria libido sciendi, applicata non solo alla conoscenza razionale ma altresì alla sfera emozionale – va perseguito a tutti i costi, ovvero in modo attivo e professando l’ottimismo.

Se da una parte il credo transumanista accorda alla senzienza la condizione primigenia in grado di assegnare la titolarità ontologica, nello stesso tempo non è difficile riscontrare un profondo rifiuto della vulnerabilità insita e inevitabilmente collegata alla senzienza stessa.

Si ripresenta nel pensiero di alcuni dei teorici del trans-human, come Nick Bostrom e Max More, la romantica e leopardiana divisione tra natura naturans e natura naturata, caratterizzata da un atteggiamento di simpatia verso tutti gli esseri che condividono il triste destino di sottostare alle dure leggi di una natura matrigna che condanna i suoi figli alla morte e alla sofferenza.

Il nuovo strumento di salvezza non è più la fede, il rifugio in una realtà metafisica immune e al di fuori del dominio normativo della natura naturans, bensì la tecnologia, nuova fucina di soteriologie individuali e, come abbiamo visto, egoteistiche.

È interessante valutare il rapporto del tutto peculiare che i transumanisti instaurano con la natura, letta come una dimensione tracimante di difetti e renitente a farsi emendare dalla tecnologia. Non più madre né matrigna, la natura a disposizione del postumano, dell’essere cioè che avrà completato la sua fase transizionale, ha assunto un ruolo ancillare, è diventata una sorta di sacerdotessa – pacificata, addomesticata, resa fedele e complice – al servizio del post-uomo.

Ma che cos’è il post-uomo?

Secondo i rappresentanti del transumanesimo questa domanda è posta male. Nessuno può dire cosa sarà il post-uomo, la fase transizionale in atto non ci consente infatti di formulare delle ipotesi anche solo lontanamente predittive.

Di certo il post-uomo avrà rotto la continuità con il suo progenitore; in altre parole la fase transizionale terminerà nel momento in cui avverrà quel salto quantico, capace di realizzare una nuova entità discreta, caratterizzata cioè da una vera e propria soluzione di continuità con il suo passato.

In questo senso le attuali categorie oppositive o tassonomiche – quali biosfera vs tecnosfera, umano vs non-umano – non avranno uguale pregnanza, forse non potranno essere riconoscibili o dotate di un senso compiuto. La natura addomesticata non è più in grado di presentare il conto al post-uomo anzi, collabora attivamente per accontentare le sue vocazioni pulsionali; nella visione irenica degli estropiani, una costola del più vasto movimento transumanista, la natura risponde in modo servizievole, per certi versi automaticamente, ai desideri del post-uomo.

Non c’è più scacco, né interlocuzione tra partner perché di fatto, completata la parabola transizionale, all’ente post-human viene dato un universo che si rende disponibile a seguire e a conciliare ogni ellissi ontologica e che non è in grado di opporre vincoli.

Come ben si vede il rapporto tra natura madre/matrigna pre-transizionale e natura ancella post-transizionale è tutto giocato sulla posizione gerarchica in cui la natura naturans viene a trovarsi verso la natura naturata. L’ente cioè flette le leggi naturali al proprio servizio e non viceversa.

È evidente che questa proposta, al di là del fascino delle promesse, presenta dei limiti legati proprio a concezioni di uomo e di natura, non sufficientemente chiarite e, a mio avviso, ancora inquinate da una visione predarwiniana.

Pensare la natura come un’entità esterna, sia nel ruolo di madre/matrigna che in quello di ancella/sacerdotessa, vuol dire accettare una visione dualistica che non tiene conto della totale immersione dell’essere umano nel contesto naturale.

Nella proposta trans-human questo aspetto è peggiorato da una sorta di sciovinismo umanistico che vede in alcune qualità – considerate positive: la razionalità, la moralità, la capacità empatica e simpatetica, la gioia, la curiosità esplorativa – delle vere e proprie essenze metafisiche, mentre assegna ad altre manifestazioni dell’essere umano – considerate negative: la paura, l’angoscia, l’aggressività, la tristezza – il significato di retaggio della natura.

Pensare di estrapolare dall’intreccio dei sentimenti, delle pulsioni, degli istinti, delle emozioni, delle categorie cognitive un nocciolo di attitudini da salvaguardare vuol dire partire da presupposti totalmente errati circa la natura umana. In questo senso il transumanesimo può essere collocato nel più vasto bacino dell’umanesimo post-illuminista che considerava la natura umana qualcosa di incompiuto o addirittura assente e che vedrà nell’idealismo dell’Ottocento la sua espressione più eclatante.

 

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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