martedì, ottobre 17, 2017
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Sul Manifesto dell’Arte Post-Specie — di Massimo Deganutti

Manifesto Arte

Massimo Deganutti è un artista postumanista, fondatore nel 2011 del Manifesto dell’Arte Post-Specie. La sua produzione artistica intende rappresentare la caduta del principio umanista secondo cui l’uomo sarebbe la misura di tutte le cose, un essere che per raggiungere un’esistenza pienamente umana deve emanciparsi da una condizione di animalità. Traendo spunto dalla concezione di teriomorfo delineata da Roberto Marchesini, le opere di Deganutti accompagnano l’osservatore in un viaggio che consentirà di superare le barriere tra le specie, in cui l’animalità non è il fondale oscuro dell’umano ma una condizione di esistenza condivisa. 

 

Il Manifesto dell’Arte Post-Specie tende a liquidare i pregiudizi antropocentrici della Storia dell’Arte creando una nuova strada post-umanista mai percorsa fino ad ora. È stato scritto nel 2011 perché l’uomo e l’artista del secondo millennio è pronto e maturo per accogliere, esprimere, comprendere nuove realtà con differenti prospettive sul mondo.

Il Manifesto dell’Arte Post-Specie l’ho scritto cercando di declinare in arte le teorie filosofiche di Roberto Marchesini, con l’intenzione di creare un nucleo di nuove energie attorno a queste suggestioni ed ho cercato di coinvolgere altri artisti in questa mia attività.

Se lo scienziato è consapevole della parzialità (umanista) ma spesso rimane ancorato al concetto di sapere-dominio (R. Marchesini, Contro i diritti degli animali? Proposta per un antispecismo postumanista), l’artista ne è esente e si trova così ad avere un ruolo primario nella vita del pianeta. Egli è libero per guardare l’umanismo dalla finestra.

 

Da sempre il confronto-scontro con l’animale costituisce argomento della storia culturale artistica e nei vari secoli l’animale non umano è stato rappresentato con i pregiudizi della propria epoca, compresa anche l’attuale arte contemporanea dove in buona sostanza esso è un riassunto citazionistico delle precedenti rappresentazioni.

Animal Appeal

Nella Storia dell’arte l’animale è sempre investito di significati aggiunti che lo rimandano ai simboli umanisti propri delle specie zoologiche riprodotte: dal Medioevo demoniaco passando allo spirito comico-umanistico del ‘500, al selvaggio, al surrogato della macchina, all’extraterrestre o ancora altro (si veda anche Animal Appeal di R. Marchesini e K. Andersen, 2003).

Il rapporto con l’alterità i Romantici l’hanno caricato di dolciastro e di rimpianto, i Futuristi l’hanno utilizzato per le loro macchine in movimento, Leopardi riempito di malinconia, Baudelaire di Spleen, il Dada l’ha visto passare, il Surrealismo l’ha sognato, Concettualismo, Astrattismo l’hanno ignorato, l’arte cosiddetta contemporanea ne ha fatto un catalogo industrializzato delle precedenti utilizzazioni.

A mio avviso solo nel 1992 il Post-Human di Jeffrey Deitch cambia la strada, e con la mutazione post-human inizia il riconoscimento dei limiti della nostra specie e l’apertura verso vite “altre”. Da qui parte la mia ricerca cercando di andare oltre Jeffrey Deitch e oltre il suo comunque antropocentrismo. Il problema del comunicare in forma scritta realtà complesse è la sfida che cercheremo di risolvere nel Secondo Manifesto dell’arte Post-specie in preparazione.

Post-Specie è una filosofia del fare, il movimento non si lascia incantare con nebbie sofistiche o con simboli, comodi appigli per artisti dalle abituali rotte. Post-specie invece di aggiungere conformismo ad altro conformismo dà all’uomo la possibilità di capire la sua essenza mutante e la libertà dai modelli storicizzati.

Se la parola come dice Montaigne unisce gli uomini, per l’artista Post-Specie che vuole dialogare con l’alterità non umana essa è una barriera. Egli non traduce il colore in parole o le linee in lettere, cerca altre forme di rappresentazione, forse la danza e la musica sono le discipline privilegiate, ma le altre trovano comunque nuove grammatiche espressive. Sì, certo è possibile!… non è stato già tutto inventato come ci insegnano nelle Accademie statali di Belle Arti.

Gli infiniti mondi per l’artista Post-specie possono essere immaginati e condivisi sempre con l’umiltà di chi non è né centro del sistema né misura comparativa. L’artista Post-specie è un medium empatico artigiano, un mentore per una élite, tra i tanti spettatori dell’opera che hanno raggiunto la preparazione adeguata per capire.

Già l’impegno nell’opera deve essere biunivoco, anche lo spettatore deve avere fatto i vari step esistenziali per poter capire. L’artista post-specista, qui è uno degli unici punti a cui mi collego alla tradizione, non è un’opera ma un processo che nel tempo coinvolge la propria vita privata e quella professionale senza separazione di ruolo. Post-Specie distrugge sé stesso, al pari di Dada nelle avanguardie storiche non vuole definirsi con gli -ismi, non è sistema, non è gabbia. Post-Specie si racconta nell’agire hic et nunc, osserva la realtà anche con altri “occhi macchinici”.

Heterospecific communication, 2013
Heterospecific communication, 2013

L’artista Post-Specie sa che il suo viaggio è senza una meta decisa a priori, deve essere pericoloso: è una mina sotto il palazzo di cartone umanista, è curioso, è preparato all’inatteso, è decentrato da se stesso, non è più un logocentrico – non è costruttore di nuovi palazzi, ma falegname di porte e finestre che si affacciano al bosco, al cielo, al mare. Se per i Surrealisti il padre spirituale era Sigmund Freud per i Postspecisti è Charles Darwin.

In alcune forme d’arte come la Land art, l’artista vuole umanizzare il paesaggio e solo con il suo intervento presume esista arte seguendo uno delle subdole umanistiche allucinazioni, in cui si pensa che la natura sia insignificante senza l’intervento dell’uomo, ferisce perché dà soluzioni obsolete su campi che sono infinitamente lontani dall’umano. 

Con Post-specie Christo & company non avranno più ragione d’essere. Eduardo Kac si trova al confine con la sua Bio-art, ma è veramente cosciente di non umanizzare e reificare l’altro? Alcuni precursori potrebbero essere Rona Poldik, Matthew Barney, Patricia Piccinini, Karin Andersen; Daniel Lee ha avuto il grande intuito dell’ibridazione, ma non è esente da facili cadute di stile umanistiche, come Oleg Kulik. 

Forse l’artista postspecista deve assomigliare ad Alberto Savinio che aveva iniziato componendo musica, poi era passato alla letteratura ed infine alla pittura. Aspirava così di rinchiudersi dentro una singola arte in quanto tale specializzazione separata significherebbe un asservimento alle ragioni della “particolarità” in contrasto con le “universali” ragioni di una artisticità diffusa ed espansa al di là di ogni limitazione (A. Savinio, 1927). 

L’artista Post-Specie vive la realtà con i sensi a propria disposizione e respira le motivazioni di specie Marchesiniane immagina i canali motivazionali non solo nel suo confine umano e se sa che nulla è identico a lui, ma nella diversità conosce i ponti che la specie homo ha con altre specie e ne ricerca il pacifico dialogo.

L’ibridazione ed il senso di appartenenza ad un mondo non solo umano: questo è il marchio di fabbrica Post-Specie. Come possiamo permetterci di disegnare umanizzando caratteristiche dell’alterità diverse da noi per far felici banali galleristi umano-centrici? 

Non dobbiamo rassicurare un mondo, borghese si diceva un tempo, l’artista non deve far questo ma avere contenuti su cui riflettere. L’artista Post-Specie rifugge l’opera in cui le altre specie sono descritte con i caratteri umani archetipicizzati, la pecora per la sua mitezza, il cane per la fedeltà, la tigre per l’aggressività, etc…Per l’artista Postspecista questa è Arte Degenerata.

L’artista Post-Specie abbandona la decorazione fine a stessa ed il facile appeal umano, non può descrivere l’alterità come comparazione all’umana specie nemmeno con facili illustrazioni performative o carine antropomorfizzazioni.

L’artista si deve astenere dal conglobare nella sua orbita mondi di alterità non umana che sono perfetti e mutanti nella loro vita così come sono e non incompleti di umana sapienza, ogni identità è nata dal mix di altre identità che sono separate e collegate da precisi ponti selezionati dal tempo e dal caos.

È difficile nell’attuale ‘Corano artistico’ di semplificazione ‘geometrica’ proporre una nuova vista ‘organica’ e complessa dell’Arte. L’artista Postspecista dovrebbe far alzare il Q.E.* (quoziente empatico) dello spettatore convergendolo e coinvolgendolo verso l’opera, perché il pennello sarà l’empatia.

Da questo punto di vista il lavoro dell’artista è fondante per una società del futuro dove egli crea ora la consapevolezza di una nuova realtà da cui i legislatori, gli educatori, gli statisti del futuro formeranno le nuove regole di vita umana sul pianeta terra. L’artista Post-specie è un futurista in-reale chiaroveggente.

 

 

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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