giovedì, novembre 14, 2019
Home > Sezioni > Arti > Farsi animale: la sperimentazione di nuove identità — di Roberto Marchesini

Farsi animale: la sperimentazione di nuove identità — di Roberto Marchesini

Ibridazione

Roberto Marchesini ricostruisce, in un articolo pubblicato sulla rivista Art’0, le tappe storico-teoriche attraverso cui l’animalità è stata dipinta come lo “specchio oscuro” dell’umano, come un fondale da cui l’uomo dovrebbe emergere per differenziarsi dalle altre specie. Il post-human ha segnato una svolta radicale nell’interpretazione dell’animalità, attraverso la ricerca di predicati comuni tra gli animali umani e non umani. In questo modo, si può attuare il passaggio da una lettura che mira a distanziare l’uomo dall’animale a una lettura fondata sull’ibridazione, sulla possibilità di sperimentare nuove identità attraverso l’incontro con gli eterospecifici. 

 

La lettura tradizionale del rapporto uomo-animale presenta ancora oggi alcuni stereotipi che non ci consentono di interpretare in modo aperto e creativo il farsi animale dell’esperienza eccentrativa o l’accogliere l’animale della metamorfosi reinterpretativa dei predicati umani.

Per comprendere la potenza di questa cornice mentale, che come una camicia di forza non ci permette di capire le basi dell’incontro-confronto con l’alterità animale e il contributo della referenza animale nella strutturazione antropo-poietica, è indispensabile partire dal saggio L’Origine delle specie pubblicato nel 1859.

La crisi aperta da Charles Darwin sull’idea della purezza originale dell’uomo e sul paradigma della completa separazione rispetto alle altre specie ha infatti rafforzato per contrappasso una visione regressiva del concetto di animalità e conseguentemente del farsi animale.

Regressiva in quanto l’assunzione di un tratteggio eterospecifico o bestiale veniva considerato come il recupero di caratteri sepolti nei fondali dell’uomo, retaggi della scomoda condivisione di un passato comune.

Dalla fine del XIX secolo e per buona parte del XX secolo l’animale è stato perciò tratteggiato come lo specchio oscuro, ricettacolo di tutto ciò che si poneva in modo contrastativo rispetto alle qualità dell’essere umano, e andare verso l’animale significava pertanto recuperare in modo regressivo alcuni caratteri ancestrali, profondi, tellurici, non mediati dalla dimensione culturale.

Questa prospettiva, figlia della persistenza di una predarwiniana dicotomia animale/uomo – o, se si vuole, di natura/cultura – ha dato vita a un’innumerevole serie di errori nell’interpretazione delle strutture di relazione e referenza tra l’uomo e le altre specie.

Lo zoomorfismo, come carattere chiaramente riconducibile a un animale, e il teriomorfismo, come carattere di contaminazione e di alterazione dell’umano in senso eterospecifico, sono stati pertanto i tratti denotativi dell’avvenuta perdita o del rischio di perdita dei predicati di umanità.

Il concetto di riemersione di qualità bestiali è pertanto il frutto di una lettura mistificatoria dell’evoluzionismo, come cammino di progresso di cui l’uomo è l’ultimo parto, e di un’incapacità di superare l’essenzialismo cercando di conciliarlo con una visione continuista attraverso l’idea che l’uomo si sia emancipato dalla condizione animale.

L’emancipazione diviene così un processo fragile e reversibile per cui il rischio regressivo, fissato dalla sponda animale, come una spada di Damocle pendente dal basso, è sempre lì a minacciare la condizione umana.

Per fissare e fondare la collezione dei predicati umani diviene infatti necessaria un’operazione oppositiva che recuperi il concetto di uomo come “entità speciale”, proprio nella consapevolezza (o nella paura) di una genitura vissuta come scomoda e comunque tutt’altro che separativa.

Gli animali diventano così il punto di confronto e la questione di sfondo su cui andare a intrecciare una teoria antropologica capace a un tempo di integrarsi con il paradigma filogenetico e di conserva spiegare la libertà dell’uomo nella sua emergenza.

Museum d'histoire naturelle Toulouse
Muséum d’histoire naturelle de Toulouse

L’animale come specchio oscuro non solo è un termine di paragone attraverso cui fondare l’antropo-poiesi per distanziamento, ma è altresì l’entità da introiettare per radicarsi nel continuum biologico e trovare una spiegazione a una galassia di comportamenti problematici sotto il profilo antropo-poietico. Il “nonno babbuino” assume presto i panni di scomodo coinquilino, retaggio di un passato da cui ci si vuole affrancare ma che parimenti è ancora in grado di riemergere dai fondali tenebrosi dell’essere umano.

La bestialità comportamentale e il teriomorfismo, come operatori antropologici di distanziamento, servono per stigmatizzare (e spiegare, appellandosi all’ancoraggio ancestrale) il criminale, il deviante, il mostro, il diverso, la razza cosidetta inferiore.

Dalla letteratura all’antropologia criminale, la zoofisiognomica diviene l’atelier dove creare le linee guida descrittive, esplicative e prescrittive dell’identità. In altre parole, si ammette una prossimità filogenetica ma parimenti si cerca di annichilire la vicinanza o per converso riconoscerla solo in alcuni comportamenti regressivi, contrastativi con la predicazione stessa di umanità: l’aggressività, l’omicidio, l’eccesso alimentare o sessuale, la frenesia cinestesica, il panico, l’irrazionalità.

Di conseguenza si assume:

1) che il processo di antropo-poiesi sia un evento di distanziamento dall’animalità, quest’ultima vissuta come condizione speculare da cui recuperare il profilo dell’uomo per opposizione;

2) che in situazioni particolari possa determinarsi una regressione nell’animalità o l’emergere di retaggi filogenetici contrastativi con il carattere di umanità, per cui andare verso il non-umano significa perdere dei predicati di umanità.

Sono proprio questi due assunti a entrare in crisi nella seconda metà del XX secolo – l’animale da operatore regressivo diviene operatore progressivo – ed è anche da questa crisi che emerge l’approccio postumanistico nell’esplicazione dell’antropo-poiesi.

Innanzitutto va detto che non è possibile essere evoluzionisti e mantenere la dicotomia uomo-animale, giacché l’uomo fa parte del pluriverso animale dove ogni specie rappresenta il qui e ora dell’evoluzione e non un gradino della scala evolutiva e dove non esiste una categoria omogenea di “animale” oppositiva alla categoria “umano”.

Di certo uno scimpanzé o un gorilla condividono più caratteri con l’uomo che con il cane o con il gatto, per cui la categoria “animale” è solo il frutto di un errore di prospettiva.

L’animalità diviene pertanto una realtà pluridimensionale di cui l’uomo fa parte senza esserne la misura, una realtà smisurata – nel senso di non avere una misura e di andare oltre il concetto di misura – e quindi priva di un significato di sfondo per l’uomo, ma capace di rendere possibili situazioni di collisione ibridativa aperte al futuro e transitive, come ogni dialogo.

In questa prospettiva l’incontro-confronto con l’eterospecifico non è una regressione ma un’apertura in avanti – una progressione – nella sperimentazione di nuove identità ibride.

monkey

In altre parole, il farsi animale è un guardare davanti a sé non dietro di sé: è imparare una nuova lingua, allargare la propria soglia di interrelazione con il mondo, acquisire nuovi strumenti estetici e operativi per interpretare in modo creativo il processo antropo-poietico, esattamente come nell’ibridazione con la macchina.

Il pensiero postumanistico si oppone infatti all’idea di uomo come entità autarchica, capace di realizzarsi in modo autopoietico ed esplicabile dall’interno: la critica non è solo verso la pretesa di Protagora di considerare l’uomo la misura del mondo, ma altresì di ritenere che l’uomo possa essere la misura di se stesso.

Se i predicati umani non si realizzano in purezza bensì nell’ibridazione con le alterità, è evidente che non è possibile pensare l’umano insistendo solo sui caratteri dell’uomo come specie, giacché è nell’incontro-ibridazione con le alterità che si realizzano i predicati umani.

L’antropo-poiesi richiede il decentramento dalla semantica filogenetica di Homo sapiens, dove animale e macchina rappresentano di fatto i partner ibridativi che consentono il processo stesso. Nell’atto creativo, in epistemologia come nell’arte, è necessario oltrepassare la semantica filogenetica, osare in modo controintuitivo attraverso un’operazione di antropodecentrismo.

La parola chiave dell’approccio postumanistico è senza dubbio il termine “ibridazione”, laddove si fa riferimento a un’etero-organizzazione dell’umano dall’esterno a opera delle alterità che da oggetti fruiti – tali erano considerati animali e macchine fino a qualche decennio orsono – divengono partner attivi penetrando la cittadella dell’umano e dandole una connotazione xeno-ontologica.

Sbaglia chi legge la filosofia post-human come un semplice superamento dell’uomo o come definizione di obsolescenza dell’umano, anche se alcuni autori ne fanno esplicito riferimento.

A mio avviso il tratto comune delle diverse filosofie post-human sta nel considerare l’uomo non più autosufficiente per fondare l’umano; più che una filosofia di superamento dell’umano ritengo sia corretto considerare il postumanesimo un pensiero inclusivo del non-umano, la presa in carico cioè del debito che l’uomo ha contratto con le alterità nella costruzione dei suoi predicati. Inoltre questo stesso riconoscimento del significato ibridativo ed etero-organizzato dell’antropo-poiesi significa mettere in discussione l’identità forte dell’uomo fondata sull’opposizione con il non-umano.

L’approccio post-umanistico parte pertanto da una riconsiderazione critica dell’antropocentrismo umanistico, come cornice paradigmatica di separazione e dominio dell’uomo sul mondo, per affermare il ruolo coniugativo dell’arte e della conoscenza nel costruire processi di ibridazione che rendono possibile l’antropo-poiesi come spazio di possibilità creative attraverso il doppio flusso ospitale di accoglienza dell’alterità e di eccentramento nell’alterità.

Il corpo dell’uomo diviene così il teatro all’interno del quale si muovono alterità teriomorfe e macchiniche, tra loro sempre meno opponibili, che nella libera espressione creano predicazioni umane come variazioni sul tema del possibile.

Nello stesso tempo l’uomo eccentrandosi nelle alterità sperimenta nuove prospettive esistenziali, allarga la soglia dell’esperibile allontanandosi, per dirla con Gaston Barchelard, dai vincoli antropocentrati della sua epistemica.

Il tramonto dell’identità forte e l’apertura all’ibridazione con le alterità inaugura un nuovo modo di considerare l’evento ontogenetico nella definizione del sé, passando da una lettura di appartenenza – e in questo senso stabile e oppositiva verso l’esterno – a una coniugativa transitiva, in quanto aperta alla declinazione ibridativa, e transitoria, anche perché proiettata sul molteplice.

In tal senso il concetto di multi-viduo, centrale nella poetica-poietica postumanistica, sta proprio nella visione ospitale e di soglia (o di soglia ospitale) che lega l’uomo alle alterità.

 

L’articolo è stato tratto da Art’0, n° 16, primavera 2005, pp. 46-48. 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.