mercoledì, giugno 19, 2019
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Diventare immortali: il mind-uploading — di Roberto Marchesini

Karin Andersen

In Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza, Roberto Marchesini dedica molto spazio all’analisi delle pratiche attraverso cui l’essere umano vorrebbe protendersi verso l’immortalità, abbandonando un corpo perituro e condizionato. Tra queste spiccano la criogenesi (ibernazione post-mortem) e il mind uploading (trasferimento del contenuto del cervello all’interno di un hardware). Gli interrogativi filosofici che scaturiscono dinanzi alla ricerca dell’oltrepassamento corporeo, sono molteplici: cosa rimane dell’identità individuale senza la corporeità? 

 

Quando le macchine avranno raggiunto un livello di complessità paragonabile a quello dell’uomo, sarà possibile trasferire il contenuto di un cervello all’interno di un hardware e ovviamente far sì che l’individuo o, meglio, il suo costrutto mentale possa vivere in eterno.

La pratica, introdotta da Hans Moravec nel libro Mind Children, viene chiamata mind uploading (alcuni studiosi preferiscono il termine downloading) e parte da due considerazioni:

a) la mente è nient’altro che il risultato funzionale dell’attività del cervello;

b) l’attività del cervello può essere riprodotta su un qualsiasi substrato che sappia presentare le giuste connessioni e i medesimi algoritmi computativi.

Moravec immagina un trasferimento strato dopo strato del cervello in una simulazione digitalizzata. La procedura di Moravec, carica di fantasie cyberpunk, mette in scena un robot chirurgo, capace di suturare ferite e rimuovere il tessuto già simulato, un computer in attesa di ricevere i dati mentali e una complessa strumentazione incentrata su un micromanipolatore che si divide ricorsivamente in sempre più sottili diramazioni onde monitorare le più piccole configurazioni neurali al fine di riprodurle nella simulazione virtuale.

Immerso nel blob neurale con le sue nanodita, il manipolatore inizia la sua opera che non manca di repertoriare elettrodi, software di simulazione, guanti interattivi, strumenti sofisticatissimi di monitoraggio… insomma tutto il catalogo fantatecnologico dell’immaginario contemporaneo. 

Le estremità frattaliche del manipolatore si posano sul cervello, ma non per mettere in atto il dettato ippocratico quanto piuttosto per decretarne l’obsolescenza e la sostituzione con il supporto informatico.

Attraverso speciali sensori posizionati sulla punta delle dita, il manipolatore è in grado di operare un monitoraggio completo della struttura neurale da inviare al computer centrale che lo riconfigura su un supporto inorganico.

Come riporta lo stesso Moravec:

Strato dopo strato il cervello viene simulato e rimosso. Alla fine il vostro cranio è vuoto e la mano del chirurgo si ferma in profondità, alla radice del cervello. Nonostante non abbiate perduto conoscenza, o il corso dei vostri pensieri, la vostra mente è stata rimossa dal cervello e trasferita in una macchina.

Il trasferimento della mente dal cervello a un computer è perciò basato su una sorta di scanning della struttura neurale nelle sue diverse componenti cellulari e sinaptiche, al fine di poter riconfigurare su un supporto elettronico le medesime computazioni neurali.

È intuibile che gran parte dei neurobiologi non ritiene possibile l’uploading della mente per il semplice fatto che non ritiene il cervello un semplice substrato e le attività neurali degli algoritmi. Tanto per Gerald Edelman quanto per Antonio Damasio è necessario parlare delle performance cognitive come funzioni totalmente incarnate e della mente come entità in alcun modo separata dalla dimensione biologica.

Secondo Damasio (Cervelli che parlano, p. 37), «corpo e cervello formano un organismo indissolubile: pensare la mente come un computer significa accettare in pieno la frattura cartesiana tra res cogitans e res extensa, tra un software, che dovrebbe essere la mente, e un hardware che sarebbe il cervello o il corpo in senso esteso».

Ciò d’altro canto non spaventa i teorici dell’uploading, che passano in rassegna le diverse possibilità offerte dalla scienza per realizzare una mappatura a livello nanoscopico di quell’universo di complessità che è il cervello umano: nella corteccia cerebrale ci sono dai dieci ai dodici miliardi di neuroni che danno vita a circa un milione di miliardi di connessioni.

Le sinapsi sono pertanto il punto critico di questo inestricabile intreccio, come giustamente sottolinea Edelman: «Se le si contasse, una connessione, una sinapsi al secondo, si finirebbe dopo circa trentadue milioni di anni».

Ma non dobbiamo dimenticare che l’attività neurale non è affatto autarchica rispetto all’organismo e tanto meno è realizzata con il concorso solo di sinapsi e neuroni: gli astrociti, particolari cellule gliali, hanno per esempio il compito di regolare la propagazione dei segnali attraverso la modificazione del microambiente neuronale, un complesso repertorio di neuromodulatori e ormoni di origine endogena o esogena – per esempio assunti con il cibo – modificano le performance delle sinapsi, le aree del cervello attivate o inibite, la crescita delle ramificazioni dei dendriti e degli assoni o, per contro, i processi di sinapoptosi ossia di morte/degenerazione di particolari connessioni.

Possiamo pertanto dire che il cervello è letteralmente perfuso da elementi non neurali che ne modificano le funzioni e ne influenzano la genesi strutturale in modo dinamico. Infatti, secondo i dettami della neurobiologia, anche la configurazione neurale non è affatto statica ma si modifica continuamente, esattamente come fanno le fronde di una foresta quando vengono mosse dal vento.

Per realizzare l’uploading due sono gli approcci che generalmente vengono chiamati in causa: il primo prevede la sostituzione ovvero la distruzione del substrato biologico, mentre il secondo dovrebbe realizzare una semplice copia della configurazione biologica mantenendo quest’ultima inalterata.

L’uploading distruttivo può a sua volta essere realizzato tramite:

a) procedura microtomica;

b) nanosostituzione;

c) manipolatore di Moravec.

La procedura microtomica sembra essere stata progettata per coloro che dopo morti si sono fatti sospendere crionicamente, infatti prevede di intervenire sul cervello del paziente congelato con l’azoto liquido per realizzare delle sottilissime fettine grazie all’azione di un microtomo. Ogni pellicola viene quindi scannerizzata attraverso un microscopio elettronico ad alta definizione, dopodiché l’intera configurazione viene memorizzata all’interno del computer. Una volta terminato lo scanning di ogni pellicola del cervello si procede a riconfigurare la circuiteria dello stesso su un substrato elettronico.

La seconda proposta parte invece dal basso e si propone di costruire delle nanomacchine di dimensioni inferiori al neurone ma in grado di espandere i propri prolungamenti allo stesso modo dei neuroni. Le nanomacchine sarebbero cioè delle sofisticatissime riproduzioni funzionali dei neuroni, capaci di essere iniettate all’interno del corpo. Attraverso il loro specifico neurotropismo, queste nanomacchine avrebbero il compito di insediarsi nei pressi di un neurone, monitorarne le connessioni con le strutture neurali finitime, valutarne l’attività di input e output durante un breve periodo di apprendistato che sfocerà nella capacità della nanomacchina di sostituirsi alla cellula neurale. Il processo di uploading termina quando tutti i neuroni sono stati sostituiti con specifiche nanomacchine.

La terza proposta è quella avanzata da Moravec, secondo la quale attraverso il sistema del chirurgo manipolatore è possibile trasferire il contenuto mentale di un paziente confortabilmente seduto – e persino sveglio – all’interno di un corpo inorganico. L’individuo postbiologico che ne esiterebbe potrebbe così guardare il suo corpo come spoglia e il suo cranio letteralmente svuotato. L’uploading distruttivo parte cioè dall’idea che per mantenere una continuità tra i due costrutti mentali sia necessario procedere contemporaneamente da una parte riconfigurando la circuiteria dall’altra distruggendo il substrato biologico – fettina dopo fettina nel caso del microtomo, neurone dopo neurone nel caso della nanosostituzione, livello dopo livello nel manipolatore di Moravec.

Esistono tuttavia altre proposte di uploading che non utilizzerebbero tecniche distruttive del substrato biologico, avendo come obiettivo il semplice scanning del cervello partendo dalle moderne tecniche di monitoraggio. A oggi non è possibile realizzare questo tipo di intervento per la risoluzione richiesta, che nel caso di uploading dovrebbe situarsi come abbiamo visto nella scala dei nanometri. Le tecniche proposte sono l’olografia, la risonanza magnetica, l’interferometria bifotonica ma si è ancora molto lontani dalle prestazioni richieste dal mind uploading.

Un’altra opzione è quella di utilizzare nanomacchine da iniettare nel fluido cerebrospinale allo scopo di utilizzarle come sonde capaci di monitorare la configurazione e l’attività dei neuroni e quindi di realizzare la cosiddetta mappatura delle correlazioni. Anche in questo caso c’è molta strada da fare. Alla luce di queste considerazioni alcuni autori, come Joe Strout, ritengono che sarà necessario un periodo di ricerca di circa cento anni perché si rendano disponibili quelle tecnologie di monitoraggio in grado di effettuare una mappatura completa e ad alta risoluzione – nell’intervallo tra 1-10 nanometri – di un cervello umano.

In una prospettiva di fedeltà di rilevazione non solo è indispensabile possedere la tecnologia in grado di realizzare uno scanning ad alta risoluzione, ma è indispensabile un sistema di elaborazione in grado di gestire l’enorme massa di dati necessari per la riconfigurazione.

Secondo i ricercatori che prospettano il mind uploading sarà indispensabile realizzare dei computer molto più sofisticati in grado di supportare, sia da un punto di vista della memoria che della potenza di elaborazione, le performance di un cervello uploaded.

In questo senso esistono peraltro due posizioni:

a) gli uploader forti che ritengono che sia possibile realizzare l’intero spettro delle funzioni cerebrali attraverso un normale sistema di elaborazione, anche se molto più potente;

b) gli uploader deboli che ritengono che, se è possibile traslare la mente su un substrato artificiale, a oggi non è possibile specificare l’architettura di questo dispositivo.

Karin Andersen

Un altro aspetto di estremo interesse riguarda l’ambito di «vita» dell’individuo uploaded: egli infatti potrebbe interagire all’interno del cosiddetto mondo reale, in virtù di un corpo inorganico o addirittura organico che accoglierebbe la sua struttura informatica, come peraltro potrebbe scegliere di vivere all’interno di una simulazione elettronica, che a tutti gli effetti si rivelerebbe identica (se non migliore, perché più conforme alle sue aspettative) rispetto al mondo reale.

Ancora una volta parliamo di simulazione in termini interattivi, cioè a formare un vero e proprio cybermondo capace di accogliere gli individui sottoposti a uploading. Moravec ha proposto di utilizzare gli individui uploaded per colonizzare pianeti, ma soprattutto per dar vita a nuove forme di esistenza. Una mente completamente trasformata in informazione potrebbe realizzare il sogno di Norbert Wiener ossia il teletrasporto.

La velocità della luce non sarebbe più un sogno irrealizzabile perché di fatto i nuovi Argonauti uploaded potrebbero spostarsi mediante qualunque meccanismo di comunicazione a banda larga. Il contenuto mentale dell’individuo potrebbe infatti essere letto con estrema facilità, teletrasmesso e quindi decodificato e reinstallato su un nuovo corpo.

Il mind uploading individua pertanto la strada dell’immortalità attraverso la fuga dal biologico ossia nella trasformazione dell’individuo in informazione pura. Il computer è sicuramente la grande metafora o, meglio, il grande contenitore dell’immaginario sul mind uploading. Non a caso l’idea di un futuro postbiologico che permetta di trattare l’individuo non come un complesso di sistemi fuzzy ma come una stringa di informazioni a logica binaria alimenta un catalogo di potenzialità operative che fanno parte della nostra consuetudine con le realtà informatiche.

L’immortalità viene assicurata attraverso la realizzazione di opportune copie di backup, mentre la performatività viene resa possibile semplicemente migliorando le prestazioni della macchina che ospita la circuiteria dell’individuo.

Come per il nostro computer, le facoltà di un individuo uploaded possono essere migliorate aumentando la capacità di memoria dell’hardware, integrando il nostro sistema con software sempre più perfezionati, inserendo al suo interno determinate prestazioni esattamente come se fossero optional – per esempio la capacità di interpretare altri linguaggi, la conoscenza di particolari discipline, l’innesto di sistemi esperti.

Ricordare, svolgere un calcolo, trovare una soluzione a un problema… ma altresì modificare la memoria, sia quella episodica che quella procedurale: il tutto come oggi inseriamo, cancelliamo, modifichiamo un particolare file. Ma a questo punto che ne sarebbe dell’individuo? Avrebbe ancora senso parlare di una seppur minima identità?

Secondo i fautori del mind uploading l’individuo ben presto potrebbe sbarazzarsi di gran parte delle caratteristiche umane – la rabbia, la paura, l’ansia – o addirittura di tutto il catalogo delle emozioni. A questo punto sarebbe ancora rinvenibile un barlume di quei complessi motivazionali che sospingono e sostengono l’attività cognitiva?

Secondo Damasio (Cervelli che parlano, p. 28), «i sentimenti influenzano in forte misura la ragione» e inoltre non vi è una separazione tra mente razionale e mente emozionale perché «i sistemi cerebrali richiesti dai sentimenti sono fusi in quelli necessari per la ragione».

Nella visione neurobiologica le diverse unità cerebrali sono profondamente integrate e interconnesse e le singole prestazioni, sia di ordine razionale che di ordine emozionale, nascono «dall’attività concertata di sistemi multipli», per riprendere le parole di Damasio.

Potremmo chiederci inoltre come sarà la percezione del tempo in un individuo uploaded: se cioè avrà una dimensione assoluta, correlata alle caratteristiche scansionali della specie Homo sapiens oppure se, come sostiene Nick Bostrom, dipenderebbe dalla velocità del computer sul quale tale persona è stata uploadata. 

Ogni individuo uploaded potrà inoltre fornirsi di nuove estensioni percettive che gli permetteranno di accedere a ogni possibile segnale e non a un semplice potenziamento dei sensi. L’immortalità offerta dalle metodiche dell’uploading assomiglia di più a una sorta di trasmigrazione dell’animale, una metempsicosi macchinica che apre la strada non tanto alla permanenza dell’individuo quanto all’esplosione dello stesso.

Difatti gli studiosi non nascondono che le duplicazioni del soggetto uploaded non sarebbero di certo un problema, cosicché ci ritroveremmo a fare i conti con più copie della stessa persona.

Ma, a questo punto, chi di questi sarebbe a giusto titolo proprietario di quella specifica identità? Le conseguenze della trasformazione della mente biologica in informazione sono innumerevoli ed è impossibile prenderle in considerazione in questa sede.

Quello che tuttavia è bene rimarcare è che, se le teorie dei fautori dell’uploading dovessero risultare corrette, è giocoforza che non solo la vita degli individui uploaded subirebbe un viraggio così vasto che a fatica potremmo riconoscere in loro un’identità in qualche modo correlata con l’umano, ma soprattutto la vita di ogni persona – uploadata o no – non sarebbe più la stessa.

Le regole che oggi sanciscono i parametri di convivenza e definiscono i termini di dignità umana salterebbero immediatamente. L’informazione può essere infatti modificata, rinchiusa all’interno di un supporto inerte, imprigionata in una scatola virtuale, scandagliata senza alcun rispetto della privacy.

Senza contare che la vita in una realtà simulata potrebbe cadere in mano a persone senza scrupoli, capaci di compiere sui reclusi uplodati efferatezze di ogni genere. Mettere le mani su una simulazione farebbe sì che un programmatore possa ritrovarsi in breve tempo nei panni di un dio.

Ma a questo punto che ne sarebbe dei rapporti spazio-temporali? Come potremmo mai conoscere quale angolo dell’antroposfera abitiamo?

 

Si ringrazia Karin Andersen per la concessione delle immagini. 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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