mercoledì, ottobre 23, 2019
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Contro i diritti degli animali? Verso un antispecismo postumanista — di Roberto Marchesini

Karin Andersen

Contro i diritti degli animali? Proposta per un antispecismo postumanista è un testo che propone di indagare uno dei punti fondamentali che emergono dalla corrente del postumanesimo, ovvero qual è il legame che il soggetto, non più “misura di tutte le cose”, instaura con le alterità non umane? Il cambiamento di prospettiva che ci ha offerto il postumanesimo (la perdita di centralità dell’essere umano nella sfera del vivente) è il punto d’inizio di un nuovo modo di approcciarci non soltanto agli eterospecifici ma a noi stessi, per valorizzare e non più negare il nostro essere animali. 

 

So bene che all’interno della galassia postumanista esistono molte impostazioni e non tutte coerentemente antispeciste. Dal mio punto di vista occorre differenziare il postumanismo – inteso come superamento dell’approccio umanistico – dai progetti postumani, che si differenziano notevolmente tra loro, e dalle proposte transumaniste, che talvolta sono viziate di iperumanismo e che quindi più che un superamento del manifesto pichiano rappresentano un’enfatizzazione dello stesso.

Nel caleidoscopio dei progetti postumani ritroviamo quasi puntualmente gli stessi obiettivi umanistici di disgiunzione ed emancipazione: a cambiare è solo il mezzo che consentirebbe tali funambolie e l’insistenza su una trascendenza nell’immanenza, quale potrebbe essere la trasformazione della mente in un pacchetto di informazione o l’ipotesi dell’immortalità raggiungibile attraverso clonazione e mind-uploading. Come ho scritto nei saggi Post human e Il tramonto dell’uomo, è forviante chiamare postumaniste queste proposte, perché in realtà s’iscrivono perfettamente nell’umanismo così come lo abbiamo definito nel capitolo precedente.

Postumanesimo antispecista

L’argomento principe della discussione postumanista su cui sto lavorando da oltre quindi anni, riguarda senza dubbio il termine “alterità non umana”, potremmo persino dire che in esso tale filosofia cerca una sua coordinata di riferimento e lo fa allargando il profilo del concetto più generale di alterità. La parola “alterità”, gravitante intorno al significato di prossimo relazionale (individuo o altra cultura), è riconosciuta nel doppio valore denotativo di:

1) entità altra, ossia separata, differente, capace di sorprendere, attrattore decentrativo, termine di confronto;

2) referente, ovvero capace di azione referenziale, vale a dire polarità dialogica in grado di fornire un contributo-orientamento nell’espressione e nella costruzione identitaria.

Qui si nasconde il doppio contributo identitario dell’alterità:

a) in quanto entità altra essa consente la riflessione, vale a dire un’auto-ricognizione in grado di definire il profilo identitario;

b) in quanto portatrice di referenze, vale a dire di contributi esterni di orientamento e sostegno allo sviluppo, essa consente all’identità un percorso evolutivo. L’alterità pertanto è al tempo stesso esterna e interna all’identità, quindi è parimenti dialettica e integrata: questo è sicuramente il punto di svolta tra un approccio umanistico all’identità umana, epurativo delle alterità non-umane, e un approccio postumanistico, integrativo delle stesse. 

L’alterità è perciò un “altro-con-sé”, qualcuno che pur essendo esterno è al contempo interno, è cioè “qualcuno che mi riguarda”.

Ma facciamo un passo indietro: per capire la visione postumanistica di inclusione del non-umano nella dimensione umana, un passaggio quanto meno critico, è necessario prima di tutto soffermarsi sulla dialettica identità-alterità all’interno della dimensione umana, per esempio nella costruzione dell’identità individuale e culturale.

Mentre fino alla prima metà del Novecento costruire la propria identità significava divergere, prendere le distanze, purificarsi dall’altro, in seguito e soprattutto a partire dagli anni ’70 è cominciata a emergere una visione inclusiva delle alterità nella formazione identitaria. Gli altri, cioè, non erano più visti come contaminanti da epurare ma come portatori di referenze da acquisire. La riflessione sul significato integrativo delle alterità, in psicologia come in antropologia, ha dato luogo a degli slittamenti cospicui sul concetto di identità, abbandonando le impostazioni isolazioniste, solipsistiche, puristiche e in generale ogni appello alla cosiddetta “identità forte”.

Cosa s’intende comunemente con il termine “identità forte”? Ci si riferisce a un concetto di identità che vale nella misura in cui questa è facilmente enucleabile dallo sfondo, cioè non ha contiguità con le alterità né contaminazioni.

È un’identità che spicca nel suo essere speciale, unica, pura, un’identità che si compie attraverso un processo “divergente-espungente” rispetto alle alterità. In questo senso è definita forte, vale a dire nel suo essere conclamata, non perché il processo in sé o il modello interpretativo la rendano tale. Anzi, il modello divergente-espungente indebolisce l’identità, poiché le toglie il pabulum di crescita inibendo il commercio con le alterità.

Karin Andersen

Il modello che prende forma nella seconda metà del Novecento può essere definito “dialettico-integrativo”, poiché ritiene le alterità l’altro polo di un processo dialogico di organizzazione dell’identità attraverso apporti referenziali esterni: un po’ come un albero organizza la sua identità di essenza sulla base delle caratteristiche dell’ambiente in cui cresce.

Le alterità, in altre parole, non sono considerate dei polluenti ma dei centri di sviluppo e dei campi di espressione per l’identità; in tal senso l’identità si sviluppa attraverso l’integrazione dell’altro e non attraverso la sua esclusione.

C’è chi considera questo modello una sorta di concetto “debole” di identità, ma personalmente non sono affatto d’accordo: è forte quell’identità che è in grado di integrare le alterità e che ha strumenti di integrazione e non quella che si difende costruendo muri e pretendendo di salvaguardare una chimerica purezza originale.

Tale purezza è un’illusione ed è una fortuna che sia così, poiché se fin dall’origine l’identità non fosse stata una casa ospitale si sarebbe isterilita. C’è poi chi ritiene che interpretare l’identità attraverso un modello dialettico-integrativo delle alterità significhi sancire la fine dell’identità o perlomeno tracciare il primo passo in questa direzione, ma anche in questo caso sono in disaccordo con chi fa queste affermazioni.

Parlare di un processo dialettico e integrativo significa ritenere l’evoluzione-espressione dell’identità come un processo ospitale (ospitare l’alterità, farsi ospitare dall’alterità) e questo implica una soglia, vale a dire un punto di interfaccia tra la casa e il mondo. È ammettendo una soglia che si difende la casa, non viceversa.

 

 

Ringraziamo Karin Andersen per la concessione delle immagini. 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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