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A caccia dei nostri animali totem — di Federica Lovato e Nicola Zengiaro

Chaz Maviyane Davies

Animali totem. Sulle tracce dei nostri avi non-umani è il titolo del numero di Animal Studies che sarà pubblicato a fine giugno 2017. In questo volume, troverete l’articolo di Federica Lovato e Nicola Zengiaro, un contributo che si presenta assolutamente originale, denso di spunti teorici che inducono a riflettere sul rapporto di dominio e sopraffazione che l’essere umano ha instaurato nei confronti degli eterospecifici. Tra le pratiche con cui l’essere umano ha posto gli animali non umani in una posizione di subalternità, emerge in prima battuta la caccia che, evidenziano gli autori, da «reale necessità che era per gli uomini primitivi» diventa un modo per assoggettare gli animali non umani. 

 

La caccia si configura come un’attività controversa nella storia dell’uomo, poiché da reale necessità che era per gli uomini primitivi, che nutrivano grande rispetto per gli animali, divenne, in seguito, attività secondaria, divertimento, e infine sport, pratiche in cui era scomparso quel riguardo nei confronti dell’animale tipico dell’era Paleolitica, dove l’uomo era ancora connesso con il mondo naturale e animale da un legame indissolubile.

 

Animal Studies
Immagine via CGP Grey

 

Questa antica pratica si presta a essere utilizzata come esempio di un’attività umana che gli uomini continuano a svolgere per i propri fini, senza interrogarsi sulle ripercussioni che essa può avere sulla flora e sulla fauna. Può inoltre essere considerata come la prima azione per mezzo della quale l’uomo ha espresso la propria supremazia sul mondo naturale.

[…] La costante “guerra agli animali”, che l’uomo porta avanti da millenni, sta causando la distruzione dell’ambiente in cui essi vivono, lo stesso in cui vive la specie umana: l’azione annientatrice dell’uomo, che sembra non curarsi delle conseguenze eco-sistemiche della propria condotta, appare totalmente disconnessa da qualsiasi principio di razionalità biologica.

Il termine ecologia, che include tutte le condizioni dell’esistenza (Manzi, Vienna 2009; p. 13), indica lo stare-al-mondo di ogni organismo: batteri, funghi, piante, animali e uomini. Questi ultimi, però, fin troppo spesso sembrano dimenticare che sulla Terra abitano innumerevoli esseri viventi con i quali, al fine di garantire il corretto funzionamento dell’ecosistema, si dovrebbe convivere in armonia  seguendo le regole della natura, che l’uomo sembra oggi aver sostituito con le proprie (Masson 2007). La conservazione della natura implica, infatti, che a ogni specie sia consentito svolgere il ruolo che le compete nell’ecosistema.

L’impatto che ha l’uomo sulla Terra è diventato ormai talmente decisivo che Paul J. Crutzen (2015) ha chiamato l’era in cui ci troviamo Antropocene. Tale termine è stato coniato per indicare che si è di fronte al primo caso, nella storia della Terra, in cui una sola specie, quella umana, è in grado di influire sui cambiamenti globali del pianeta.

«Nella nostra cultura l’uomo – lo abbiamo visto – è stato sempre il risultato di una divisione, e, insieme di una articolazione dell’animale e dell’umano, in cui uno dei due termini dell’operazione era anche la posta in gioco» (Agamben 2002; p. 94), ma ciò che è stato negato costantemente e in modo assoluto è il debito nel confronto degli animali e la natura che ha determinato la sua individualità e identità (Marchesini 2016).

 

[…] L’eccessivo depauperamento e la modificazione delle risorse naturali, l’addomesticamento degli animali, il loro sfruttamento e selezione, sono tutti sintomi di un grande squilibrio nell’ordine naturale. La caccia potrebbe essere considerata in quest’ottica come un sintomo dell’“innaturale” rapporto con la natura.

 

Dall’origine in cui si configurava come una necessità per la sopravvivenza della specie umana ed era praticata con grande rispetto nei confronti degli animali, si è trasformata in qualcosa d’altro, una caccia senza tregua alla bestialità, per tentare di catturarne l’essenza (Caffo, Cimatti 2015).

 

Ai giorni nostri, infatti, la caccia non trova più alcuna giustificazione a essere praticata: l’uomo dovrebbe comprendere l’immenso danno che cacciare arreca al mondo animale e all’ecosistema intero, e, considerando che l’attività di caccia è nata come una strategia adattiva culturale dell’essere umano, ed essendo la cultura in continuo mutamento, dovrebbe senza remore abbandonare tale mezzo di distruzione, evolversi a favore di un mondo più sano e “deporre le armi”.

Può essere vista anche come la conseguenza che spinge l’essere umano, che si sente rinchiuso nella sua gabbia sociale, a sfogarsi prendendo la vita degli animali, dell’ecosistema, incurante di cosa possa capitare agli altri e a se stesso.

L’animale a differenza dell’uomo è libero e forse è proprio per questo motivo che l’essere umano desidera imprigionarlo, braccarlo, ucciderlo (Derrida 2006), perché l’animale totemico è lì a ricordargli che un’altra vita è possibile ed è vissuta proprio sotto i suoi occhi (Cimatti 2013).

Cacciare non significa più essere in contatto con la natura e creare un legame indissolubile con l’animale, significa piuttosto oggettivare quest’ultimo, rendendolo un bersaglio, un prodotto dell’economia, un mezzo per scopi scientifici o un semplice trofeo, che appeso nelle pareti di casa, sta lì a ricordare all’uomo la sua superiorità.

Il cacciatore rende il corpo morto dell’animale simbolo del suo potere, della sua autorità, nel riflesso dello sguardo che non coglie mai la soggettività animale celata dietro al totem di cui siamo, fin dalle origini, a caccia. 

Questo pianeta si merita un destino migliore di quello che sembra attenderlo nel futuro, se non altro perché la sua storia, compresa la storia umana, è stata così ricca di promesse, di speranze, di creatività (Bookchin 1988; p. 534). 

 

Si ringrazia Chaz Maviyane-Davies per la concessione dell’immagine in evidenza. 

 

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Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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