giovedì, aprile 25, 2019
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Dall’animale oggetto all’empatia inter-specie — di Véronique Servais

Percepire l'animale come soggetto

Nel prossimo numero di Animal Studies dedicheremo molto spazio all’analisi dell’empatia per comprendere come gli stati emozionali giochino un ruolo fondamentale nella creazione di legami relazionali. Ospiteremo un articolo di Véronique Servais (docente di antropologia presso l’Università di Liège, Belgio) che analizza i meccanismi di negazione e di antropomorfizzazione della sofferenza animale attraverso la reificazione dell’eterospecifico. Attuando un decentramento da se stessi e percependo l’animale come soggettività, è possibile creare un ponte di comunicazione con l’altro, un ponte che si fonda sull’empatia intra-specie.

 

Qualche anno fa, ho realizzato uno studio sull’antropomorfismo nelle interazioni tra visitatori dello zoo e primati in cattività (Servais 2012). Nonostante non fosse il principale obiettivo, questo studio ha prodotto risultati interessanti per quel che riguarda la percezione della sofferenza animale. Diciamo come preambolo che la sofferenza, poiché è un’emozione negativa (compresi dunque la paura, la solitudine, la noia, la fame), fa parte integrante dell’esperienza dei visitatori. I bambini, in particolare, erano sinceramente inquieti per gli animali e si domandavano il perché della loro prigionia. Spesso pensavano che gli animali stessero subendo una punizione.

La visita allo zoo, dunque, non è solo, né principalmente, quel divertimento gioioso che i genitori immaginano. Come suggerisce Malamund (1998), è anche un’esperienza in cui angoscia, malessere e inquietudine affiorano alla coscienza.

Allo zoo, l’antropomorfismo è onnipresente. Gli zoo cercano di lottare contro la personificazione degli animali, perché i gestori sono consapevoli che questo va a nuocere alla buona conoscenza degli animali in quanto specie appartenenti a contesti ecologici specifici, dunque va a nuocere alla funzione educativa che pretendono di avere.

Tuttavia, a dispetto di questi sforzi, l’antropomorfismo resta la maniera principale di relazionarsi agli animali. Si manifesta soprattutto nella situazione in cui l’animale percepito dal visitatore diventa ciò che lo psicologo svizzero H. Hediger chiamava animale oggetto. Questo zoologo, per lungo tempo direttore dello zoo di Basilea, scriveva nel 1953:

Il giardino zoologico moderno ha qualcos’altro da mostrare oltre all’animale stesso, è l’animale nei suoi rapporti con il tempo e lo spazio, non più come oggetto ma come soggetto (Hediger 1953; p. 227).

Sfortunatamente, sono rari gli zoo che, divenuti moderni nel modo in cui scriva Hediger, permettono di percepire gli animali nelle loro relazioni naturali con il tempo, il loro ambiente evolutivo e i loro conspecifici. Gli animali da zoo, in effetti, hanno pochissimo controllo sul loro ambiente: non decidono quando o cosa mangiare, quando riprodursi né con chiNon sono autori della propria vita. Se si vuole ammettere che l’unità elementare su cui agisce la selezione naturale non è l’individuo isolato, ma l’individuo in quanto connesso con un ambiente che lo ha plasmato (e dunque l’unità organismo + ambiente), si ammetterà che gli animali esibiti negli zoo sono per la maggior parte degli animali incompleti.

[…] Quando si interagisce con un animale-oggetto, il rischio è che la sofferenza percepita, così come i segnali non verbali (abbattimento, inattività, rallentamento motorio, stereotipie, agitazione) che rimandano nell’uomo rimandano a stati depressivi o ansiosi, saranno intensamente antropomorfizzati.

Non è che questi segnali siano indizi non affidabili o senza rapporto con lo stato interno dell’individuo, ma richiedono di essere interpretati nel quadro della vita dell’animale. Al contrario, essi sono interpretati in un quadro solamente umano. Per questo motivo sarà molto semplice squalificare la percezione della sofferenza, considerandola come illusoria. In conclusione, la percezione di un animale-oggetto, favorisce sia la distanza del ricercatore sia l’illusione antropomorfica. Ma nessuno di questi due modelli considera l’animale nel rapporto con un mondo che è a lui specifico.

[…] Come l’esempio dello zoo suggerisce, se la percezione di un animale oggetto favorisce l’illusione antropomorfica è perché essa non permette di vedere il mondo a cui l’animale si connette, il suo proprio mondo che è quello specificato dalle sue azioni. La descrizione dell’interazione uomo/animale come equivoco conferma che non è la posizione di partecipazione all’interazione a essere in sé e per sé responsabile della proiezione antropomorfica. È l’assenza di considerazione della prospettiva dell’animale.

Per sfuggire all’antropomorfismo senza entrare nel distaccamento freddo, occorre dunque ampliare la propria prospettiva e tentare di percepire l’animale-soggetto e di identificare le relazioni che egli stabilisce con un ambiente che non è il nostro.

[…] Un’empatia solidamente informata dall’etologia e dall’ecologia, dove il soggetto è capace di decentrarsi in rapporto alle strutture abituali della sua percezione e alle grandi opposizioni che attraversano i nostri pensieri nel guardare gli animali, mi sembra l’unica alternativa per una giusta comprensione della sofferenza animale.

 

Ecco perché io credo molto nell’etologia – e in particolare nell’etologia cognitiva di ispirazione fenomenologica – poiché ci fornisce informazioni importanti per la costruzione di questo punto di vista. Una migliore comprensione della natura delle continuità e discontinuità mentali tra umani e non umani è ugualmente necessaria. Dobbiamo trovare un modo per essere sensibili alla dimensione emozionale e relazionale dei messaggi animali (cioè, nel caso della sofferenza, capire “la richiesta di aiuto”) senza per questo rapportarli a un contesto puramente umano.

 

 

 

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Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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