giovedì, novembre 23, 2017
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The Cove. Denuncia di un documentario di denuncia — di Matteo Andreozzi

Matteo Andreozzi

Matteo Andreozzi, membro della redazione di Animal Studies, analizza i punti di forza e le linee di fragilità del film documentario The Cove. La pellicola, evidenzia l’autore, ha il merito di portare sul grande schermo un tema che spesso rimane taciuto e occultato: lo sterminio animale. Il film è, indubbiamente, uno degli atti di denuncia più dirompenti degli ultimi anni, ma è in grado di individuare le cause interconnesse che portano al massacro degli agenti non umani? E ancora, è in grado di indicare come l’attivismo sia una pratica da mettere in atto in modo quotidiano e che non sia sufficiente indignarsi? 

 

Vincitore del premio Oscar 2009 come Miglior Documentario, The Cove è un film che in parte narra una storia di attivismo ambientalista, e in parte racconta anche se stesso, il suo concepimento e il suo making of. Diretto da Louie Psihoyos e prodotto da Paula Dupré Pesmen e Fisher Stevens, il film è scritto da Mark Monroe. Il produttore esecutivo è Jim Clark e il co-produttore è Olivia Ahnemann.

Il documentario concretizza un’idea che il regista ha sviluppato dopo avere avuto una conversazione con il celebre attivista americano Richard O’Barry. Storico addestratore di delfini (tra cui quelli protagonisti del famoso telefilm Flipper), O’Barry è divenuto ormai da trentacinque anni un convinto sostenitore delle cause ambientaliste che fanno riferimento ai cetacei e agli animali acquatici in generale.

In una videointervista inclusa all’inizio del documentario, ma fatta a O’Barry molto prima che vi fosse l’idea di girare The Cove, l’attivista confida al futuro regista della pellicola un segreto agghiacciante. Esiste una baia (in inglese ‘the cove’, da cui il titolo del film) a Taiji, in Giappone, in cui ogni anno vengono clandestinamente uccisi circa 23.000 delfini.

 

 

Nello stesso luogo diverse migliaia di esemplari degli stessi animali vengono catturati con metodi brutali e venduti ad addestratori di tutto il mondo. La carne dei 23.000 sterminati viene invece venduta in minima parte al mercato culinario locale, e in larga parte immessa anche nel commercio nazionale e internazionale, dove viene però spacciata per carne di balena. Psihoyos decide di capirci di più e segue con una telecamera O’Barry a Taiji, dove l’ex addestratore confessa di recarsi spesso proprio per cercare di smascherare (sempre senza successo) lo sterminio segretamente perpetuato dai giapponesi.

Non è però la visione del massacro di delfini a convincere il regista statunitense della necessità di girare un documentario che racconti ciò che accade nella piccola insenatura di quella altrettanto piccola città giapponese. È piuttosto l’impossibilità di vedere e comprendere ciò che realmente succede nella baia a tramutare Psihoyos nel regista di The Cove.

L’insenatura è infatti completamente nascosta allo sguardo umano e ogni strada percorribile via terra o via mare per avvicinarvisi non è soltanto ostruita, ma anche sorvegliata ventiquattro ore su ventiquattro da numerosi agenti delle autorità locali.

Quegli stessi agenti pedinano e controllano inoltre ogni spostamento di O’Barry e, ormai, anche di Psihoyos, in quanto troppo interessati a quella zona su cui vige l’assoluto divieto di accesso. A Taiji succede qualcosa di strano e di misterioso che merita di essere raccontato e di cui, se O’Barry dice il vero, l’intera popolazione mondiale deve essere messa a conoscenza.

L’idea iniziale è quella di girare la pellicola con metodi pienamente legali, ma l’ostruzionismo e il negazionismo del governo giapponese, uniti alle continue pressioni e provocazioni della polizia locale, obbligano di fatto il regista a cercare un’altra soluzione per verificare e raccontare ciò che accade nella segretissima insenatura.

Viene così assemblata una squadra d’élite composta da attivisti, ex militari, esperti surfisti e apneisti che, grazie ai più avanzati mezzi tecnologici (quali microfoni subacquei, videocamere a infrarossi e telecamere nascoste all’interno di finte rocce), si infiltrano sotto copertura nella baia di Taiji e ne documentano gli orrori.

Il risultato è un mix provocatorio che unisce avventura e giornalismo investigativo in un’inchiesta che ha il chiaro obiettivo di spronare non solo il pubblico, ma anche i politici di tutto il mondo a reagire.

Ho visto The Cove in anteprima nazionale al Festival dell’ambiente di qualche anno fa a Milano. Il film mi è piaciuto molto, soprattutto emotivamente. Credo sia impossibile per una persona profondamente interessata a questioni legate alla tutela e al rispetto del mondo naturale guardare questa pellicola senza iniziare a covare il segreto sogno di diventare, un giorno, un’attivista come O’Barry.

Per la prima volta, inoltre, sui grandi schermi di tutto il mondo compare, seppure timidamente, un documentario che mostra le contraddittorie atrocità che l’uomo è capace di infliggere a una forma di vita non umana come i delfini, utilizzata poi come simbolo e icona di intelligenza e tenerezza animale.

La speranza è che The Cove rappresenti il modo in cui un certo tipo di questioni solitamente sgradite all’orgoglio umano stanno lentamente iniziando ad essere presentate al pubblico. Al di là dell’impatto emotivo della pellicola però, alcune idee trasmesse esplicitamente dal film mi hanno portato a pensare (questa volta razionalmente) che le cose non stanno proprio così.

Qualcuno potrebbe pensare «Beh, hanno parlato dei delfini, e cioè di una piccola parte del problema dello sfruttamento della natura da parte dell’uomo, ma è sempre meglio mostrare una piccola parte che non mostrare niente, no?». La mia risposta è «No».

La questione animale, così come quella ambientale, è molto complessa e articolata, ma non è divisibile in parti. Anzi, sia una che l’altra questione non sono solo interconnesse, ma sono anche a loro volta parti di un insieme di problemi culturali, sociali ed economici molto più ampi. In pratica, o si tratta il problema animale nella sua interezza, o si rischia di trasmettere informazioni non solo sbagliate, ma anche tendenziose. Questo, purtroppo, temo sia il caso di The Cove.

Nel documentario, per esempio, si spiega l’importanza di salvare i delfini tramite essenzialmente tre motivazioni, e nessuna di queste sottolinea che infliggere morte o sofferenza a un’altra forma di vita quando sarebbe evitabile è profondamente sbagliato, e spesso dannoso anche per l’ambiente.

La prima ragione che spinge O’Barry a lottare da trentacinque anni per i delfini è che «se li guardi negli occhi, capisci che sono esseri senzienti». Questo è dire una parte della verità, e cioè che tutti gli animali sono esseri senzienti, o è distinguere animali senzienti, quindi non commestibili, da animali implicitamente considerati non senzienti, e quindi proprio perciò commestibili?

La seconda motivazione è che «mangiare delfini in Giappone non è propriamente una cosa culturale perché la stragrande maggioranza della popolazione è ignara dei massacri di Taiji e mangia carne di delfino convinta di stare mangiando carne di balena». Questo significa che è lecito mangiare carne solo se lo si fa per motivi culturali e, di fatto, detto da un americano, sembra giustificare il perché negli States si vive di hamburger, così come il perché in Giappone si mangia la balena. La differenza, per i delfini, risiede ‘semplicemente’ nel fatto che il governo mente alla popolazione. La cultura giustifica i fini e i fini giustificano i mezzi, ma se la cultura non giustifica la mattanza dei delfini, ogni mezzo usato nei loro confronti diviene illecito e, in funzione di questo, condannabile.

Il terzo motivo per il quale è stato girato The Cove è che «i delfini sono la forma di vita animale che più di ogni altra assorbe dal mare il mercurio riversatovi dall’inquinamento umano: negli ultimi decenni il mare è divenuto così inquinato che il delfino contiene una quantità di mercurio nel corpo velenosissima per l’uomo».

In pratica uccidere e mangiare delfini è ‘moralmente sbagliato’ perché, a differenza di altri animali, questi sono essere senzienti; è ‘legalmente sbagliato’ perché, nonostante non esistano leggi che ne impediscono la pesca, il Giappone abusa segretamente della loro carne; ed è infine anche ‘salutisticamente sbagliato’, perché mangiare questo cetaceo non è salutare, anche se la sua carne è di fatto commestibile.

The Cove è un bel film, con un gran finale, una splendida regia e un ottimo ritmo. Se questo però è il messaggio complessivo della pellicola ci sarebbe molto da ridire, o se non altro da aggiungere. Personalmente sconsiglio la visione di questo documentario a tutte quelle persone che hanno ancora una scarsa conoscenza dalla complessa questione animalista e ambientalista: sarebbe probabilmente solo un preteso per pensare a quanto sia marcio il ‘giardino del vicino’ e dimenticarsi, per esempio, del materiale di cui sono fatte le cinture e le scarpe che si è soliti indossare tutti i giorni.

Esiste un mondo in cui si può fare a meno degli hamburger e dei delfini, e quello è esattamente lo stesso mondo che desiderano i pacifisti e tutte quelle persone avverse a ogni sistema economico basato sul profitto e il debito, e contrarie allo strapotere delle banche e delle multinazionali.

Per capirlo basta semplicemente guardare il quadro nella sua totalità o reinserire se non altro ogni questione trattata singolarmente nel più vasto insieme di cui fa parte. The Cove, in questo, non vi aiuterà di certo.

 

La versione originaria dell’articolo è stata pubblicata sul blog Asinus Novus

Laura De Grazia
Laura De Grazia

Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.

http://www.filosofiapostumanista.it/

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