lunedì, settembre 23, 2019
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Otto punti sulla coscienza animale — di Roberto Marchesini

Specie non umane

Seguendo il filo discorsivo delle argomentazioni di Marc Bekoff, Roberto Marchesini s’inserisce nel dibattito riguardo alle capacità cognitive degli agenti non umani, di cui non sono fruitori passivi ma soggettività in grado di utilizzarle in modo creativo. Polemizzando con un modello antropomorfico che intende ridurre la coscienza a “pensiero” e “intenzionalità”, Marchesini ne sottolinea il carattere adattattivo, l’essere una funzione che si utilizza a seconda dei problemi che sorgono da un determinato contesto. In questo modo, l’autore si pone in linea con il pensiero nietzschiano, secondo cui la coscienza non è altro che uno strumento nella lotta per la vita. 

 

Quello che segue vuole essere il mio contributo al dibattito sulla capacità delle specie non umane di pensare e possedere differenti livelli di intenzionalità, in linea con il pensiero di Bekoff, secondo cui un’ulteriore esplorazione di questo argomento non può che aiutare a migliorare la nostra comprensione dell’ontica delle tante specie il cui comportamento costituisce espressione della loro stessa natura.

Le mie riflessioni, qui articolate in otto punti, riaprono il dibattito considerando i seguenti punti scientifici:

  1. L’uso del modello macchinomorfo per descrivere il comportamento animale

In quanto primo punto, desidero enfatizzare che la scelta del modello macchinomorfo per descrivere e spiegare il comportamento dell’animale non umano non si attiene ad alcuna logica o rigore scientifico, come vorrebbe farci credere, ma si rifà piuttosto a quel pregiudizio filosofico che è l’urgenza di creare una distinzione tra esseri umani e altri animali […]. 

2. L’uso dei paradigmi della psicoenergetica e del behaviorismo per interpretare il comportamento animale

In secondo luogo, è paradossale che le interpretazioni del comportamento animale adottino due paradigmi già ampiamente falsificati da prassi osservative e sperimentali. Tali paradigmi sono l’approccio psicoenergetico dell’etnologia classica e l’approccio associativo del behaviorismo […]. 

3. L’inconsistenza del paradigma reificante, secondo cui gli animali sono oggetti inerti

Come terzo punto ritengo prioritario sottolineare l’infondatezza del processo reificante, che estirpa la distinzione tra natura naturans e natura naturata e descrive gli animali non umani come materiale passivo ed inerte, regolati e confinati necessariamente all’interno delle leggi di natura. La realtà è che gli animali sono entità attive, in grado di costruire la loro propria dimensione ontica e di compiere modificazioni sul mondo […]. 

4. La soggettività evolutiva

Con il quarto punto vorrei enfatizzare il discorso sulla soggettività evolutiva, che è risultato mortificato da una interpretazione del darwinismo che ha trasformato il processo evolutivo degli esseri viventi in una sorta di algoritmo isocronico, negando ogni riferimento storico e partecipativo del soggetto nella filogenesi. Per questa ragione, desidero qui riporre al centro del processo evolutivo il soggetto essere vivente, e allontanarmi dalle costrizioni lamarckiane dei caratteri acquisiti per fare luce sui modi in cui un individuo […] sia capace di modificare le urgenze della selezione naturale e, di conseguenza, i destini dei vari caratteri presenti all’interno di una data popolazione […]. 

5. La definizione di intelligenze

[…] apprezziamo che gli animali che si rifugiano negli alberi siano campioni di detour; che i roditori che vivono in cunicoli siano dei virtuosi delle mappature labirintiche; che gli uccelli che fanno scorta di cibo abbiano una straordinaria memoria topografica; così come i cani abbiano un’ineguagliabile intelligenza sociale. Parlo di pluralità cognitiva e ritengo fondamentali partire da uno scacco adattativo nello stilare il profilo delle intelligenze di ogni singola specie applicando allo studio dell’intelletto le stesse metodologie di ricerca utilizzate per lo studio delle altre funzioni, rifuggendo l’adozione di scale di valori arbitrari all’interno delle quali le varie specie gareggiano tra loro in ‘superiorità’.

6. Gli animali: proprietari delle loro proprie risorse cognitive

[…] Un animale ha un’identità non solo perché ha una coscienza, ed è indubitabile che la coscienza esista e sia indispensabile al compimento di alcune funzioni intellettive (dimostrando che la coscienza è parte del lascito degli animali non umani), ma anche perché non è guidato dalle sue risorse cognitive, essendone, al contrario, il libero e creativo utilizzatore. L’animale è padrone della sua coscienza […]. 

 

 

7. Analizzare la coscienza in quanto intento e riacquisizione della sua dimensione adattativa

Il settimo punto si riferisce al dilemma della coscienza, smantellandone la lettura in quanto intento e riportandola ad una dimensione adattativa. La coscienza è una funzione referenziale (essere coscienti di) e in quanto tale non le si dovrebbe dare valore al di fuori del contesto intellettivo della specie, come se fosse una funzione a se stante, dato che la reale funzione di coscienza consiste nel focalizzarsi sui problemi operativi e posizionali che il soggetto si trova ad affrontare […]. 

8. Disgiungere il biocentrismo dall’antropocentrismo

Come ottavo punto, desidero riprendere il termine ‘biocentrismo’, proposto da Bekoff, per disgiungerne il concetto dall’antropomorfismo, ultima vestigia dell’antropocentrismo. È indubbio che gli umani condividano molti aspetti cognitivi con altre specie, e questo dato di fatto dovrebbe spronarci ad approfondire la conoscenza di noi stessi come specie, allo scopo di spogliarci delle certezze ormai superate dell’antropocentrismo per scegliere un fulcro investigativo trasversale e biocentrico […]. 

 

La versione integrale del testo è stata pubblicata su Relations. Beyond anthropocentrism

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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