sabato, novembre 16, 2019
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Gli animali sono coscienti? — di Marc Bekoff

Biocentrismo

Marc Bekoff è conosciuto a livello internazionale per le sue innovative ricerche sul comportamento animale e nell’ambito dell’etologia cognitiva (lo studio della mente animale). Il testo che segue è un estratto del saggio Animal consciousness and science matters — la versione integrale è stata pubblicata sulla rivista Relations. Beyond Anthpocentrism — in cui l’etologo attua un confronto serrato con le tesi di Marian Dawkins, contenute nel libro Why animals matter. Bekoff polemizza apertamente con la visione “scettica” di Dawkins, volta a evidenziare l’impossibilità della scienza di dimostrare che gli animali siano in grado di provare emozioni e che abbiano una coscienza.

 

Dawkins (2012, 115) afferma che per portare all’attenzione del grande pubblico l’argomento welfare animale occorre necessariamente far leva sugli egoismi umani e non affidarsi all’antropomorfismo o ad argomenti scientificamente deboli. C’è qualcosa nella tesi secondo cui possiamo parlare di welfare animale senza parlare di coscienza (Dawkins 2012, 116-26), ma è ampiamente dimostrato che molti altri animali sono consapevoli e si preoccupano di cosa accada loro, così come sono ormai tantissime le persone allo stesso modo si interessano a quello che la scienza dice sugli animali.

Pertanto, consiglierei questo libro? Sì e no, direi. Sicuramente, per correttezza verso le persone che l’autrice critica, è essenziale per gli studenti e per gli altri sapere di più riguardo ai dati esistenti e alle tesi alternative che si fondano davvero su una scienza solida. Volendo mettere da parte per un momento lo stile combattivo di Dawkins, per un po’ nel libro il suo scetticismo aiuta a mantenere viva la discussione, ma non dovrebbe poi scadere a discapito della reputazione degli altri professionisti – inclusi autorevoli studiosi come Donald Griffin, Michel Cabanac, Jaak Panksepp e Joseph LeDoux; rimane comunque una ammiratrice di Temple Grandin (Bekoff 2010) – dando interpretazioni forvianti dei nostri approcci scientifici, e sicuramente non ignorando la ricerca seria.

In realtà, in questo suo libro Dawkins non dice quasi nulla di nuovo rispetto a sue affermazioni del passato. In questo libro, la novità è che l’autrice è ancora più incattivita nello sforzo di creare divisioni false e forvianti usando il solito vecchio scetticismo per negare in modo sorprendente delle evidenze scientifiche acquisite. Scrive l’autrice:

 

È decisamente meglio per gli animali se noi ci manteniamo scettici e agnostici [relativamente alla coscienza] […]. Agnostici in maniera militante, se necessario, poiché questo mantiene viva la possibilità che un grande numero di specie abbia una qualche sorta di esperienza cosciente […]. Per quel che ne sappiamo, molti animali oltre all’uomo, e non solo quelli intelligenti e quelli palesemente emozionali, hanno esperienze coscienti. (Dawkins 2012, 177)

 

Non sono d’accordo e francamente non capisco come chi lavora a stretto contatto con un’ampia varietà di animali possa rimanere scettico e agnostico circa il loro essere coscienti. E, in verità, non conosco nessuno che lo sia. Dicono che ripetere le stesse cose dia noia, ma io, come molti altri, vedo un’abbondanza di dati scientifici che rendono lo scetticismo, e ovviamente anche l’agnosticismo, del tutto anti-scientifico e dannoso per gli animali.

E mentre il tempo passa, e i dati si accumulano, Dawkins sembra alzare la posta azzardando che non possono mai esserci dati a sufficienza riguardanti argomenti come emozioni e coscienza negli animali.

Come ho scritto sopra, se è vero che il mistero della coscienza rimane e la conoscenza dei dettagli dell’essenza stessa della coscienza rimangono (e probabilmente rimarranno) sfuggenti, tuttavia oggi ne sappiamo abbastanza per usare le nostre conoscenze nell’interpretazione e spiegazione del comportamento animale e per argomentare in tema di protezione animale.

Mentre Dawkins si preoccupa che la cattiva scienza allontanerà le persone dal problema del welfare animale, io sostengo che porsi con scetticismo di fronte a ciò che già sappiamo indebolisca il nostro sforzo finalizzato ad imparare chi siano gli altri animali e a proteggerli.

L’affermazione radicale di Dawkins secondo cui “l’antropomorfismo è diventato la nuova ortodossia del welfare animale ed è tutto ciò di cui abbiamo bisogno […]” (Dawkins 2012, 176) in verità rappresenta in modo errato le tesi di tante persone a livello internazionale, ricercatori e non, persone onestamente interessate a far sì che le vite degli altri animali migliorino.

Io non sono uno che si oppone alla scienza o che ridicolizza gli scienziati perché “fanno notare quanto sia difficile studiare la coscienza” (Dawkins 2012, 184) e credo che la professoressa Dawkins abbia reso un disservizio a molti ricercatori verso cui ha espresso disaccordo e il cui lavoro ha così facilmente screditato proponendo a oltranza, ancora una volta, quello scetticismo che le è così caro.

Un mio collega che ha letto questo pezzo ha pensato che io fossi ‘troppo buono nel volerla perdonare’, date le parole tanto dure che ha usato riguardo alle mie opinioni su cose tanto evidenti. Il mio collega avvertiva qualcosa di ‘fastidiosamente non professionale’ circa la prosa incattivita e sprezzante dell’autrice. Se anche fosse, non è mio interesse screditare il lavoro altrui.

Da un lato, lo scritto di Dawkins potrebbe essere considerato come contro la scienza o, più precisamente, contro quella scienza su cui l’autrice si trova in disaccordo, poiché molta della ricerca che lei mette in discussione (o ignora) è stata pubblicata all’interno di innumerevoli riviste e libri di settore sottoposti a peer-review. Dall’altro lato, le sono grato per avermi fatto nuovamente ripensare a cose già acquisite e per aiutarmi a giungere a motivazioni ancor più solide che mi portano a rigettare gran parte di ciò che lei scrive.

 

Mentre Dawkins si lamenta di come la scienza debole e l’antropomorfismo danneggeranno i nostri tentativi di proteggere gli animali, io affermo che il suo scetticismo – il suo atteggiamento da bastian contrario, questo voler dubitare a tutti i costi, il negare i dati che la smentiscono – e l’incapacità di prestare attenzione a ciò che già sappiamo, ritengo che tutto questo sia veramente dannoso.

Ulteriori ricerche non invasive, come quelle recentemente condotte per lo studio dell’empatia nei ratti (Bartal, Decety e Mason 2011, 1427-30; Gewin 2011), sono ciò di cui abbiamo veramente bisogno. Tanta parte della ricerca è in grado di portare giovamento agli animali studiati e non deve o dovrebbe essere dannosa per loro (Bekoff 2000b, 861-70).

Dobbiamo poi analizzare anche ciò che sappiamo degli animali liberi che sono in grado di produrre la gamma totale dell’etogramma di specie. Benché sia sempre possibile trovare nuovi dati, al momento ne sappiamo abbastanza circa un buon numero di specie per usare tali informazioni nel senso di impegnarci a proteggerli.

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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