venerdì, gennaio 18, 2019
Home > Sezioni > New Media > La morte digitale: chi vuole vivere per sempre? — di Davide Sisto

La morte digitale: chi vuole vivere per sempre? — di Davide Sisto

Black Mirror

Davide Sisto, ricercatore post-doc in Filosofia Teoretica presso l’Università di Torino, è tra i primi esponenti in Italia della Digital Death, ambito di studi che mira a rispondere all’interrogativo: «cosa succede alla nostra identità e ai nostri dati online una volta che siamo morti e quali effetti producono sui vivi?». L’autore intende analizzare la dissociazione tra l’identità biologica (l’essere umano inteso come corporeità) e l’identità digitale (la creazione di una soggettività plasmata dalla rete e che vive nel web) attraverso la disamina di software che hanno l’obiettivo di creare un individuo artificiale eterno, un avatar, un clone digitale. Il tentativo di superare la morte nell’universo telematico reintroduce un antropocentrismo di matrice cartesiana che trova nel corpo «il punto debole umano in quanto biodegradabile». 

 

Martha: “Sono qui solo per dirti una cosa: sono incinta”.

Ash: “Così diventerò papà? Vorrei essere lì con te”.

Sembra una banale conversazione in chat tra due fidanzati distanti l’uno dall’altro. In realtà, Ash è morto in un incidente stradale e Martha sta chattando con lui – meglio, con il suo spettro digitale – in virtù di un software che, installato sul computer, rielabora tutto il materiale condiviso online dal singolo individuo.

L’obiettivo è formare un simulacro della persona vissuta, il quale comunichi con gli esseri umani allo stesso modo in cui avrebbe comunicato chi, purtroppo, non c’è più.

Questo è il tema centrale del noto episodio Be right back della serie televisiva inglese Black Mirror, ambientata in un futuro prossimo e incentrata sulle immaginarie conseguenze delle attuali tecnologie digitali all’interno della vita umana.

In realtà, la vicenda di Martha e Ash ha poco a che fare con la fantascienza o, semplicemente, con l’immaginazione. Così almeno crede Marius Ursache, il programmatore rumeno che, coadiuvato da due informatici canadesi, Nicolas Lee e Rida Benjelloun, ha ideato il progetto Eterni.me. L’obiettivo della startup è esattamente lo stesso indicato nell’episodio di Black Mirror: inventare uno strumento digitale per sopravvivere a noi stessi, evitando di scomparire una volta deceduti.

 

 

Who wants to live forever?: la domanda retorica che troviamo in Homepage sul sito web di Eterni.me, riecheggiante – inconsapevolmente? – il titolo di una canzone dei Queen di Freddie Mercury, è accompagnata, nei trafiletti sotto, dalla certezza che, nonostante i contenuti di qualche foto, forse di qualche video e in casi rari di un diario o di un’autobiografia, siamo destinati a essere dimenticati, man mano che la nostra data di morte è resa obsoleta dallo scorrere del tempo.

Pertanto, il servizio mira a creare un individuo artificiale eterno, in grado di mantenere tutte le caratteristiche e le capacità del suo alter ego realmente esistito in carne e ossa. Il servizio funziona allo stesso identico modo di Be right back: ci si iscrive gratuitamente e si comincia a fornire al suo database informazioni personali, relative soprattutto alle proprie passioni e abitudini condivise sul web. Si mettono a disposizione del software, in altre parole, fotografie, messaggi e opinioni accumulate – nel corso degli anni – all’interno dei social network, delle caselle di posta elettronica, dei blog, dei forum presenti nei vari siti internet e così via.

Il software ha il compito di sviluppare un servizio di data mining, con cui estrapolare e analizzare tutto il materiale ricevuto, rimodularlo tramite complessi algoritmi di intelligenza artificiale, di modo da progettare una specie di spettro digitale di ciò che siamo stati, utilizzando programmi capaci di comunicare imitando gli esseri umani (per esempio, chatbot).

Tale spettro digitale non è altro che una sorta di eredità interattiva, le cui peculiarità le permettono di comunicare “dall’oltretomba” con le persone ancora in vita, mantenendo il più possibile intatta la personalità del defunto.

Eterni.me non è l’unico progetto che mira a un simile curioso obiettivo. C’è Eter9, che ha più o meno le medesime caratteristiche: predispone una bacheca simile a quella di Facebook, con l’intenzione di riuscire – sempre utilizzando le risorse del data mining – a elaborare tutto ciò che il singolo individuo mette in Rete e, quindi, a fare in modo che ci sia un automatismo tramite cui pubblicare sulla bacheca, anche quando il singolo non è effettivamente online. Se il progetto prenderà piede, essere vivi o essere morti conterà sempre meno: ci sarà, comunque, un sistema informatico che continuerà a scrivere e a comunicare senza il bisogno della presenza fisica di una persona. Importante è lo status su Facebook, i pensieri espressi, la visibilità a prescindere dalla fisicità dell’essere umano. La vita futura sarà rappresentata da una moltitudine di parole che si autodisciplinano in autonomia su uno schermo digitale, indipendentemente dalle relazioni umane che le hanno partorite.

Ma non è finita. Lifenaut, sulla scia di Eterni.me ed Eter9, intende dar vita a cloni digitali, in grado di pensare e agire come gli esseri umani. Sul suo sito internet è possibile costruire, per ora gratuitamente, il proprio alter ego digitale: si carica la propria foto, si inseriscono video, immagini e altri documenti personali come corrispondenza e diari, e si risponde a quasi cinquecento domande sulla propria personalità. Il risultato finale dovrebbe essere un avatar animato elettronicamente che ha il nostro viso e che è capace di descrivere, attraverso un sintetizzatore vocale, alcuni eventi chiave della nostra vita (per esempio, il giorno del nostro matrimonio). 

 

Il clone digitale o l’ologramma è una delle finalità anche di ForeverIdentity, finalità che pare interessare a molti, se teniamo conto del recente caso riguardante Ronnie James Dio, cantante dei Rainbow e dei Black Sabbath morto qualche anno fa. Ora, il suo ologramma sta per intraprendere un tour mondiale. Voce in playback e movimenti sul palco riprodotti automaticamente, secondo le caratteristiche che Ronnie James Dio aveva in vita, sono le premesse di un tour già sold out in diverse località del mondo.

I significati e le conseguenze di tutti questi progetti sono generalmente al centro dell’attenzione degli studiosi della cosiddetta “Digital Death”, un campo di ricerca interdisciplinare, ancora poco sviluppato in Italia, almeno dal punto di vista filosofico, che intende principalmente rispondere al seguente quesito: cosa succede alla nostra identità e ai nostri dati online una volta che siamo morti e quali effetti producono sui vivi?

Il web, dissociando in modo radicale l’esistenza biologica, unica e irripetibile, dall’identità elettronica, diluita in mille formati e di per sé perdurante, sembra infatti portare alle estreme conseguenze il paradosso che da sempre permea lo statuto dei morti: “la costante presenza dell’assente” (cfr. Thomas Macho).

Uno studioso delle nuove tecnologie come Vilém Flusser, già nel 1985, anni in cui il web era tutt’altro che diffuso capillarmente, osservava che “la vera intenzione nascosta nella telematica è di renderci immortali”, in quanto tecnica studiata per immagazzinare in memorie apparentemente immortali, poiché non sottoposte all’usura del tempo come succede invece al bronzo e al marmo, tutte le informazioni che produciamo. Le immagini telematiche sono delle specie di “dighe di sbarramento delle informazioni, che stanno al servizio della nostra immortalità”.

In altre parole, la cultura digitale sta cercando di realizzare quel desiderio umano di immortalità che, a detta di Elias Canetti, reca in sé la brama di sopravvivere. Una brama che, negli anni ’50, si traduceva – secondo Günther Anders – nella volontà di barattare il proprio corpo unico e biodegradabile con le pesche sciroppate in scatola, perché riproducibili in serie, all’infinito.

Oggi, l’identità elettronica, dissociata dall’esistenza biologica, sembra sostituire con più efficacia le pesche sciroppate in scatola, “incarnando” il principio in base a cui la brama di sopravvivere, collegata al desiderio di immortalità, risponde a un bisogno iper-umano di potenza. Potente è colui che sopravvive.

Se, come pensa il transumanesimo, non vi è differenza alcuna tra l’azione umana e i processi biologico-naturali, per cui la morte non è un fatto o un evento naturale ma un male morale di cui responsabile è la negligenza umana, allora bisogna inventare ogni mezzo possibile per sconfiggerla. Se la morte è, detto in altri termini, un fatto sempre contingente, l’effetto specifico di una specifica causa, allora potente sarà colui che supera qualsivoglia forma di negligenza, trovando di volta in volta rimedio alla specifica causa e sopravvivendo così in eterno alla morte.

Lo spettro digitale automatico, che prende il posto dell’esistenza psicofisica, è una delle possibili soluzioni da percorrere, per quanto ciò appaia niente più che una finzione. Si finge infatti che vi sia una persona che non c’è più: si genera un automatismo che, facendo leva sulla simulazione propria del medium digitale, quindi sulla facilità con cui i vivi possono mescolarsi con tracce comunicabili del morto e sulla contemporanea difficoltà di distinguere la comunicazione a distanza dalla comunicazione con il morto, renda concreto il paradosso in base a cui la morte non c’è stata, sebbene ci sia stata.

Ma, la continuità artificiale tra la persona fisica, deceduta e progressivamente decomposta, e il suo surrogato digitale, che ne riproduce le narrazioni online all’infinito su supporti immuni al divenire e all’invecchiare, banalizza il distacco, l’interruzione e la perdita, nella cui somma si compone il profilo definitivo del morto.

In definitiva, i progetti summenzionati, nel portare alle estreme conseguenze quell’antropocentrismo di matrice cartesiana che vede nel corpo il punto debole umano in quanto biodegradabile, dimenticano l’inestricabile relazione tra identità e mortalità.

Proprio la morte è quel confine che delinea i contorni di una identità, conducendola al suo compimento ultimo e stabilendo le sue relazioni con le altre identità. Come dice, in fondo, Martha allo spettro di Ash: “Sei solo un accenno di ciò che era lui, non hai nessuna storia, sei l’interprete di qualcosa che lui faceva senza pensare, non può bastare ciò che tu sei”.

Appunto, non può bastare uno spettro digitale automatico per sopperire alla mancanza di un essere umano il quale, proprio mediante la sua corporeità e la sua emotività unica e irripetibile, crea legami e relazioni attive con tutti gli altri interpreti viventi del mondo all’interno di cui siamo collocati.

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.