lunedì, dicembre 9, 2019
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Her — di Alessandro Lanfranchi

Recensione

Riportiamo la recensione del film Her, in cui Alessandro Lanfranchi e Gianluca Ravanelli ripercorrono le tappe cinematografiche del rapporto uomo-macchina, dall’estetica orrorifica di Shinya Tsukamoto alla violenza allucinatoria di David Cronenberg, fino ad arrivare alla costruzione di un nuovo tipo di relazione con i device tecnologici. Si tratta non più della rappresentazione di un rapporto di assoggettamento ai danni dell’uomo ma dell’apertura di una serie di interrogativi che mettono in discussione il concetto di identità umana.  Ad esempio, se una macchina è in grado di provare sentimenti o emozioni “umane”, cosa la differenzia da noi? Her si inserisce in questo filone cinematografico, riuscendo a sollevare nuove e radicali questioni sull’identità umana e sull’ibridazione con le alterità non-umane. 

 

Se è vero che l’ibridazione non è soltanto un fenomeno moderno, è innegabile che sia una delle grandi questioni che la nostra epoca deve affrontare.

Il cinema, in quanto espressione artistica continuamente in bilico tra il rappresentabile e il fantasmatico, tra la convenzione e lo straordinario, ha sempre trovato l’ibridazione, intensa come acquisizione bio-culturale dell’alterità, un campo di ricerca e sperimentazione affascinante, misterioso, ai limiti dell’umano.

Il cinema giapponese, nel corso degli anni, complice l’incancellabile dramma dell’esplosione nucleare, è stato il punto di riferimento di ogni estetica della trasformazione: in Tetsuo di Shinya Tsukamoto l’umanità ha accesso a una dimensione altra, superiore, trans-umana. Il corpo dell’impiegato Tomoo Taniguchi si fonde con la macchina, la sua fisionomia è deturpata dagli oggetti metallici e il suo pene viene trasformato in una pericolosa trivella, arma con cui penetrerà a morte la fidanzata, agnizione di quello che Günther Anders definisce come il totalitarismo morbido della tecnica.

Le osmotiche, visionarie mutazioni messe in scena da Tsukamoto non possono, poi, non ricordare la surreale ibridazione di Videodrome, pellicola diretta dal grande David Cronenberg nel 1983. Ossessionato dagli snuff movie, Max Renn, proprietario di una tv via cavo, decide di vedere Videodrome, programma pornografico in grado, misteriosamente, di destabilizzare la psiche di chiunque riesca a guardarlo. Inizia così una profonda e simbiotica interazione tra il protagonista e la televisione, scambio che porterà Max a fondersi con il piccolo schermo, in un connubio crescente di violenza, psicosi e allucinazioni tumorali.

Accanto a tali ibridazioni luciferine, che enfatizzano il rapporto uomo-macchina fino a preconizzarne una completa fusione, la settima arte ha provato a definire l’umano attraverso il contatto con l’universo robotico (e più in generale cyberpunk), abbandonando completamente il filone orrifico in favore di un rapporto emotivo e relazione con l’alterità tecnologica.

A questa tipologia appartengono Solo di Norberto Barba, L’uomo bicentenario di Chris Columbus, A.I. – Intelligenza artificiale di Steven Spielberg e, tra gli altri, i recenti Ex Machina di Alex Garland e Humandroid di Neil Blomkamp.

Ciò che accomuna questi lavori è la capacità, da parte dei robot, di provare o simulare sentimenti umani. Tale caratteristica non solo desta timore nei protagonisti umani, ma mette in discussione l’identità umana stessa: se non siamo i soli a provare emozioni e ad esprimerle attraverso il linguaggio, cosa ci differenzia dalle macchine antropomorfe?

È evidente come in discussione non ci sia solo il modello costitutivo di un’identità (nel nostro caso quello proprietario, per cui l’umanità è definita ha partire dalle sue qualità) ma la nozione stessa di identità.

Questo problema è esemplificato da Herpellicola diretta da Spike Jonze che racconta l’esperienza amorosa di Theodore Twombly (Joaquin Phoenix), uomo solo e introverso, il quale, in una Los Angeles del futuro, governata dal panopticon tecnologico (fluido e ipertrofico modello di potere in grado di invadere privatamente ogni esistenza) dopo aver divorziato con la moglie, decide di acquistare un nuovo modello di sistema operativo, OS 1, basato su un’intelligenza artificiale in grado di evolvere, apprendere ed elaborare emozioni.

Durante l’installazione Theodore sceglie una voce di interfaccia femminile, particolarmente sensuale e accattivante, e l’OS si dà autonomamente il nome di Samantha; il protagonista, infatuato dalle infinite potenzialità della nuova tecnologica e dalla sua costante presenza, nonostante sia confinata in un dispositivo portatile, finisce con l’innamorarsene e il software ricambia il sentimento in modo sincero, (s)passionato.

Per la prima volta, il cinema mette in scena uno scambio uomo-macchina di stampo non corporeo, tanto lontano dagli incubi di Tsukamoto, quanto dal robot bambino David presente in A.I., in cui l’ibridazione si gioca su un livello invisibile, intellettuale e fortemente emotivo.

Se nelle pellicole succitate l’umanità veniva messa in discussione dalla presenza dell’altro (dalla televisione, dall’oggetto meccanico, dal robot), in Her il seme della crisi identitaria è da ricercarsi nell’umanità stessa. Spike Jonze permette di modificare punto di vista: non è più l’estraneo a porre il dubbio, ma lo sconosciuto che alberga in noi, l’inesplorato che non permette nessun controllo razionale e che riporta l’uomo ad una dimensione di mera animalità.

L’uomo si riscopre come animale non-più-umano e per questo tenta disperatamente di ri-definirsi a partire, nel caso della pellicola, dal sentimento amoroso.

Complice una regia raffinata, sempre al servizio del racconto, il cineasta americano mette in scena l’ambivalenza quale carattere essenziale dell’uomo: Theodore è un uomo lacerato dall’amore virtuale, platonico per Samantha e dall’esigenza di un contatto carnale, sessuale, che ne certifichi ontologicamente la validità.

In questa dilaniante ricerca, l’umanità del protagonista riscopre la propria via negationis attraverso l’ibridazione con il software OS 1, compenetrazione che non assume, come nelle pellicole brevemente citate, il carattere della positività bensì della negazione.

In Her si assiste a un nuovo tipo di rapporto, nel quale lo scambio con l’alterità tecnologica non è funzionale al potenziamento o all’arricchimento di qualità umane bensì ne evidenzia le mancanze e, più in generale, l’incredibile fragilità su cui si fonda l’identità umana.

Si tratta di una ibridazione apofatica (apophatic hybridization) che mira a mettere in discussione tutti quei postulati, finora accettati in modo acritico, sui quali si basa l’identità umana: l’amore che Theodore prova per Samantha non rappresenta un ritorno primigenio a una En kai Pan armoniosa e organica ma l’inizio di una sottrazione che ha come esito la detrazione di un numero sempre crescente di proprietà fino a quando, in ultima istanza, non rimane altro che l’uomo nella sua completa nudità.

La razionalità, il linguaggio, la cultura, la mente ecc. tutto crolla dinnanzi al confronto con OS 1 poiché, in ognuno di questi settori, Samantha è infinitamente superiore a Theodore e nemmeno l’amore riesce a sanare il vuoto relazionale, anzi, finisce per esaltarlo ed enfatizzarlo. È così che il protagonista di Her, futuro cittadino di un mondo iper-tecnologico, per la prima volta, scopre la propria nudità esistenziale, rivelazione provvidenziale che lo porta a ri-fondare la propria umanità su basi nuove.

Appare evidente, quindi, come l’opera di Jonze tenti di corrodere la granitica ontologia umanistica, in favore di un’identità post-umana, in cui l’Homo Sapiens non è più definito dall’insieme dei suoi predicati, bensì dai suoi modi d’essere, dalle sue relazioni possibili, potenzialità che distruggono ogni tentativo di rigida designazione identitaria.

Se con Videodrome e Tetsuo si metteva in discussione l’umanità nel suo senso biologico, attraverso un legame funesto, osmotico, corporeo con la macchina, in Her si indaga il campo del sentimento amoroso, quello dominato dall’olofrase io-ti-amo, in cui la trascendenza verticale è sinonimo di compenetrazione intellettuale, sentimentale e, in seguito, appunto, apofatica.

Nel lavoro del regista americano, a differenza di ogni previsione, non assistiamo al tentativo, ormai stereotipico, di ridefinire l’umano attraverso il parametro dinamico e mutevole della scoperta scientifico-tecnologica, tappa potenziale che permetterebbe l’annichilimento delle rigide proprietà (genere, mente, linguaggio ecc.) che caratterizzano l’identità antropocentrica, poiché è l’umanità stessa che, riscoprendo la propria essenza grazie a un’ibridazione con la macchina, è in grado di uscire da tale paradigma totalitario.

 L’arricchimento proprietario si rivela una malattia mortale per Theodore in quanto scopre Samantha come un software dall’enorme capacità di elaborazione, in grado di comunicare contemporaneamente con più di 10.000 persone, di ibridarsi senza sosta, di rendere la propria identità totalmente fluida e mutevole ma solo nella parte finale della pellicola viene mostrata l’impossibilità, da parte di Samantha, di essere un individuo autentico.

Nonostante le sue enormi potenzialità, che superano di gran lunga ogni più rosea qualità umana, Spike Jonze mostra come l’assunzione di un numero sempre maggiore di predicati non sia una condizione sufficiente per raggiungere lo status di “umano”: malgrado l’infinita e crescente evoluzione qualitativa che porta il software a reincarnare una sorta di umanità perfetta, Theodore capisce, invero, che Samantha è solamente una sterile entità multi-rigida.

Il protagonista grazie a questa consapevolezza, riscopre che il modo d’essere proprio dell’uomo consiste nell’accettazione della propria fragilità, illuminazione che permette di rifondare su nuove basi, sia il rapporto con l’alterità non-umana, sia quello con altre persone.

È così che il protagonista riscopre la dolcezza dell’incontro con Amy (Amy Adams), amica di vecchia data separata dal marito, con la quale instaura un rapporto di silenziosa complicità; la perdita del contatto con l’alterità tecnologica permette ad un’umanità smarrita, confusa, in preda ad un caustico delirio di perfezione qualitativa di ritrovare la pace, mathesis singularis di quella che potrebbe essere una rinnovata ierofania, in cui il sacro viene strappato dall’iperuranio del soprannaturale e inserito in una dimensione terrena, dove la fragilità è parte di una totalità incompresa.

Posto che l’umanità non sia una scatola chiusa definita da predicati biologici, filogenetici e culturalmente pre-stabiliti, Her ci mostra come ogni tentativo di definizione post-umana debba partire da un presupposto fondamentale: la mancanza, l’assenza, l’imperfezione che alberga nell’uomo.

Solo accettando questo baratro esistenziale, esito di un rapporto dialogico apofatico con la tèchne, sarà possibile, forse, decostruire quell’identità autarchica e antropocentrica nella quale l’umanità moderna fatica a distaccarsi.

Il farsi umano, quindi, è un divenire continuo che necessità di un dialogo profondo con l’alterità e che si allontana tout court dal paradigma mitopoietico umanista: solo in questa prospettiva è possibile ricercare continui completamenti, continue ibridazioni. Anche amorose.

 

 

La recensione è apparsa in inglese sulla rivista Relations. Beyond Anthropocentrism

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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