martedì, novembre 12, 2019
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Che cos’è l’etologia filosofica? — di Roberto Marchesini

Soggettività animale

Pubblichiamo un estratto di Etologia filosofica. Alla ricerca della soggettività animale, testo in cui Roberto Marchesini coniuga due ambiti di studio apparentemente distanti, vale a dire l’etologia e la filosofia. Il filo conduttore tra le discipline è l’interrogarsi su che cos’è l’essere animale, ovvero un’indagine sul piano ontologico che rimetta in discussione i principi che hanno guidato fino a ora l’approccio all’animalità. La critica all’antropocentrismo, al dualismo tra uomo e animale, è essenziale per riformulare sia i costrutti teorici che ci orientano nello studio dell’animalità sia per rimettere in discussione noi stessi, il nostro modo di agire e il nostro pensiero. 

 

L’etologia cognitiva che si è sviluppata a partire dagli anni ’70, ha sicuramente posto il problema della soggettività animale come priorità e presupposto, cercando di superare la visione riduzionista – l’animale come un burattino mosso da fili e privo di una dimensione mentale – che caratterizzava sia il “modello psico-idraulico” dell’etologia classica sia il “modello domino innescato dallo stimolo” del behaviorismo.

Lo ha fatto sottolineando il fatto che, al di sopra di automatismi innati (gli istinti) o appresi (i condizionamenti), esistesse una terza condizione, il teatro mentale illuminato dalla coscienza, attraverso il quale l’individualità animale emergeva in virtù di prefigurazioni, piani operativi, intuizioni e processi creativi.

La lettura che tale impostazione fa della soggettività animale si basa quindi su una sorta di illuminazione o di “occhio interno” in grado di guidare la macchina animale istruita nel suo innato dalla selezione naturale e nel suo appreso dai processi associativi dei condizionamenti.

Possiamo pertanto dire che l’etologia cognitiva, nella sua versione tradizionale, abbia bisogno di appellarsi a un’entità chiamata a sovrintendere i meccanismi sottostanti; in questa lettura la mente si sovrappone agli automatismi innati o appresi, ma non si mette in discussione l’idea che tanto l’innato quanto l’appreso siano istruiti sotto forma di automatismi.

Nelle proposizioni dell’etologia cognitiva del XX secolo si vengono pertanto a realizzare tre paradigmi esplicativi:

a) l’innato viene spiegato attraverso il modello pulsionale dell’etologia classica, basato su un’energia motivazionale che chiede di essere liberata (consumata) nell’espressione comportamentale e che riconosce il proprio target consumatorio attraverso gestalt percettive (segnale chiave) per esprimersi poi sotto forma di pattern motori prestabiliti (istinto);

b) l’appreso viene spiegato attraverso il modello associativo che lega un input (stimolo) a un output (reazione o riflesso) dando luogo a una struttura a innesco responsivo (condizionamento) che a sua volta può dar luogo a un comportamento apparentemente complesso ma in realtà frutto di una concatenazione a domino dei singoli condizionamenti (chaining);

c) la mente viene chiamata in causa allorché il soggetto si trovi a dover risolvere un problema, ossia a guardare dentro la situazione di scacco, oppure quando il comportamento corretto presenti dei caratteri controintuitivi rispetto ai pattern tradizionali di risposta, o, ancora, quando l’animale dimostri di aver consapevolezza del proprio o dell’altrui stato mentale.

Come si vede, nella proposta tradizionale dell’etologia cognitiva la dimensione mentale non nega quella non-mentalistica degli istinti e dei condizionamenti, ma semplicemente si affianca a esse, emergendo quando la situazione richiede una sorta di “marcia in più” rispetto agli automatismi sottostanti.

Nel dibattito che l’etologia cognitiva apre nel XX secolo – dibattito peraltro molto importante e prezioso – la mente è ammessa laddove l’esplicazione meccanicistica sembra essere insufficiente o non plausibile, vale a dire solo in quegli ambiti che vengono avvertiti come “i piani alti” del comportamento animale.

Il motivo è riconducibile allo spettro del “principio di parsimonia” di Morgan, ancora aleggiante tra gli studiosi di fine Novecento. Il canone di parsimonia, versione psicologica del famoso rasoio di Occam, imponeva, di fronte a un certo comportamento, di scegliere la spiegazione che faceva appello a risorse computative di carattere inferiore.

Come ho cercato di dimostrare in questo saggio, la strada intrapresa risulta tutt’altro che parsimoniosa e per due ordini di motivi:

1) perché si utilizzano ben tre paradigmi esplicativi per spiegare lo stesso fenomeno ossia il comportamento animale;

2) perché in realtà il modello che utilizza la concatenazione di automatismi è molto più farraginoso di un modello che considera le risorse comportamentali come “schemi” a pluralità di organizzazione funzionale, ovvero che permettono più funzioni.

Ma è altresì evidente che relegare la dimensione mentale ai piani alti del comportamento porta a un inevitabile confronto continuo con l’essere umano, le cui dotazioni espressive diventano una sorta di “forche caudine” al di sotto delle quali l’eterospecifico deve passare per poter veder ammessa una sua cittadinanza cognitiva.

Ma il dato più problematico e, a mio parere, inquietante è che, così facendo, la dimensione mentale sempre più viene a sovrapporsi con la coscienza, proprio per il principio di illuminazione dei processi che sottende. La coscienza diviene ipso facto il fondamento della soggettività e il dualismo cartesiano tra una dimensione matematizzabile (meccanica e algoritmica) e una dimensione irriducibile a questa, ma non spiegabile (collegabile con il pensiero e il Sé) rimane inalterato[…]. 

Il problema a mio avviso sta nel voler rimanere all’interno del dualismo cartesiano, un vero e proprio tranello ontologico costruito appositamente per creare una barriera disgiuntiva tra l’essere umano e le altre specie […]. 

 

Il mio intento in questo saggio è pertanto eminentemente filosofico, teso a indagare l’ontologia animale, proprio perché ritengo sia l’ipotesi meccanicistica che quella basata sull’inconoscibilità non più accettabili dopo la rivoluzione darwiniana e alla luce delle conoscenze che l’etologia e la neurobiologia degli ultimi decenni hanno messo in campo. Si tratta tuttavia non di rimanere sul piano descrittivo ovvero di ritenere quest’ultimo come campo di problematicità che richiede una riflessione più complessiva di natura paradigmatica.

La mia opinione è che per riflettere sulla soggettività animale non basti aggiungere una res cogitans immanente al tradizionale meccanicismo esplicativo – ovvero al paradigma basato sul modello “macchina animale” – che continuerebbe a valere per spiegare le risorse comportamentali innate e apprese.

 

Il punto, a mio avviso, sta proprio nello scardinare questo modello basale o meta-predicativo della condizione animale, mettendo sotto scacco quella res-extensa che comunque la si volga è in grado di ridurre qualunque fenomeno a un algoritmo.

L’etologia cognitiva, al contrario, non ha messo in discussione il paradigma cartesiano della res extensa, vale a dire quel modello che spiegava il predicato espressivo come frutto di un automatismo, ma ha semplicemente aggiunto la coscienza a illuminare e a gestire tale processo […]. 

Parlo di etologia filosofica proprio perché chiamata a un compito non facile ma imprescindibile, quello di riflettere sull’ontologia animale, ossia sulla condizione di animalità come meta-componente che va oltre l’appartenere a una particolare specie.

Si tratta di una dimensione esistenziale che accomuna l’essere umano e le altre specie animali in quel dominio che, riprendendo Heidegger, possiamo definire come “creazione di mondi”. Occorre tuttavia passare da una concezione dualista della soggettività, ove cioè soggettivo è ciò che si giustappone alla natura dotazionale dell’animale, a una visione monistica che vede la soggettività nella natura dotazionale dell’animale, partendo proprio dalla disponibilità funzionale delle dotazioni ovvero dal loro essere strumenti – in quanto dotati di “virtualità funzionale” – e non automatismi. In questo senso la soggettività diviene una qualità emergente del sistema: non un’entità altra, non una particolare struttura del sistema, non una condizione disgiunta dal sistema.

Come un’onda nel mare, la soggettività può emergere da qualunque punto del sistema, può transitare in diversi punti del sistema, può assumere diversi ordini di sopravvenienza rispetto al sistema.

[…] L’animalità è una questione che ci riguarda, non solo perché nella dialettica umano vs animale si è costruita la “macchina antropologica”, ma perché la nostra condizione ontologica è essenzialmente una dimensione animale.

 

 

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Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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