giovedì, novembre 23, 2017
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Il corpo postumano via Michel Serres (part II) — di Orsola Rignani

Michel Serres

Pubblichiamo la seconda parte del saggio di Orsola Rignani — ricerca culminata nel testo Emergenze “post-umaniste” del corpo. Una prova di analisi “orizzontale” via Michel Serres — in cui l’autrice si prefigge di utilizzare l’antropologia corporea delineata da Michel Serres per decostruire il dualismo tra interno-esterno, soggetto-oggetto, corpo-anima. L’antropologia, seguendo il significato etimologico del termine (dal greco ànthropos = “uomo” più  – lògos = “parola”), è un discorso pronunciato dall’uomo sull’uomo. Appare inevitabile il rischio di assumere una prospettiva antropocentrica, che si concretizza nella sussunzione o nel disconoscimento da parte dell’umano delle alterità non umane o delle alterità inanimate che lo circondano. Orsola Rignani mira a ribaltare questo assunto teorico fuorviante attraverso le formulazioni di Serres, ovvero con la costruzione di un «”discorso” “nuovo” su un umano “nuovo”», un uomo il cui corpo è terreno di meticciamento e ibridazione con le cose, un uomo non più concepito come «“misura” del mondo né dell’umano» ma «“ec-centrato”, “infiltrato” di alterità». 

 

Ed è così che col suo “progetto” di una “nuova” cultura, lato sensu, per una “nuova” umanità, senza rimpianti per la “vecchia” cultura “umanista” e “oltre” ogni “umanismo di opposizione”, Michel Serres ci “consegna” una nuova “antropologia”, nell’ammissione quindi della possibilità di costruire ancora appunto un “discorso”, al momento peraltro allo stato “nascente”, sull’umano, ma per l’appunto un “discorso” “nuovo” su un umano “nuovo”; che d’altra parte è, in definitiva, un’“antropologia” dell’“eccezionalità” umana, la quale però pensa/declina il “protagonismo” dell’umano in modo “diverso”, “nuovo”.

Se, come ho detto, l’ominescenza si “delinea” in Serres come espressione/tematizzazione di un cambiamento (e quindi di “novità”) (cambiamento della percezione della condizione umana, percezione del cambiamento della condizione umana, tematizzazione/gestione del cambiamento), cambiamento che, riguardante in senso lato e complessivamente l’“interfaccia” uomo/mondo, si manifesta in modo significativo appunto a livello di corpo (mutamento oggettivo dello stesso corpo, percezione del mutamento, mutamento della percezione di esso e nuovi ruoli di esso, declinazione/gestione di questi cambiamenti), la nuova “antropologia”, che è poi (l’“antropologia” del)l’ominescenza stessa, è del resto appunto un’“antropologia” dell’“eccezionalità” umana (“eccezionalità” ora intesa come percezione umana della propria “eccezionalità” di animale metamorfico metamorfizzantesi oggi nell’ominescenza, di causa sui, di “naturante”; in altre parole, come percezione umana dell’“eccezionalità” del proprio rapporto con la vita e col mondo, con le “responsabilità” connesse). “Eccezionalità” con la quale risulta “inter-tessuto” il corpo stesso: “terreno” “nevralgico” di questa stessa “eccezionalità”, nelle sue “e-mergenze” (toti-potente, onni-valente etc.).

Tale “antropologia” dell’“eccezionalità”, nel “proporre”, come detto sopra, un modo “diverso” di vedere il “protagonismo” dell’umano, sembra “porsi” allora in certo modo, per così dire, “oltre” l’umano stesso pensando (e inducendo un pensiero sul)l’uomo non come “misura” del mondo né dell’umano, ma “ec-centrato”, “infiltrato” di alterità, soggettivante e oggettivante nella tensione dinamica della soggettivazione e dell’oggettivazione etc., senza però appunto la rinuncia all’idea di “eccezionalità” umana; per cui peraltro il corpo (dimensione dell’uomo) non “risulta” “ri(pro)ducibile”, “eliminabile”, “sostituibile”, e del quale del resto vengono colte le “emergenze” come “luogo” del sapere, dell’apprendimento, dell’invenzione etc., “toti-potente culturale”.

“Emergenze” d’altronde che aggettano, complessivamente, nell’“orbita” (dell’“emergenza”) della virtualità (nel significato aderente alla “radice” etimologica virtus); infatti, nel tempo dell’ominescenza viene in luce, in Serres, il virtuel come virtù “essenziale” dell’uomo, delle cose, dei viventi, come loro potenziale comune, così come viene in luce anche la sua massimizzazione da parte dell’uomo stesso: sans propriété, “nudo”, souche, “bi-forcante”, in-de-finito, “ec-cedente” la fissazione in qualsiasi de-finizione con appunto il suo inarrestabile metamorfismo.

La nuova “antropologia” serresiana propone dunque un “discorso” sull’umano che ne raccoglie/declina/tematizza la “neutralizzazione” sul piano dell’essere, e la per così dire “(ri-)attivazione” a livello di modi: l’uomo non è, può; per pensare l’uomo/umano, bisogna “lasciare da parte” l’essere.

La filosofia dei concetti, dei verbi all’infinito, la logica binaria, dichiarativa si rivela, infatti, per Serres, “inadeguata” a pensare la vita etc., ma specificamente l’uomo/umano; un “discorso” sul quale sembra poter essere costruito piuttosto in termini preposizionali, ossia nel dinamismo dei “passaggi”, delle “comunicazioni”, delle “trasformazioni”, delle “interferenze”, nella “negazione” di attributi/qualità “definitori” — non tuttavia come mera “filosofia negativa”, quanto come filosofia (“antropologia”), che, nel rilevare l’obsolescenza e l’inadeguatezza della cassetta degli attrezzi (logici, metodologici, linguistici etc.) “tradizionali” (latissimo sensu umanistici) per la comprensione/tematizzazione della nuova “condizione umana”, addita/inaugura/sperimenta/implementa una nuova attrezzatura (logica, metodologica, linguistica etc.: modi, preposizioni, personaggi etc.) —. Flexible et modale, la philosophie épouse enfin réel et vivant.

Nuovo “discorso” sull’umano, allora, in cui il corpo appunto è raccolto come snodo nevralgico: declinazione/tematizzazione della “neutralizzazione” sul piano dell’essere e della “ri-attivazione” sul piano dei modi dell’uomo, e del corpo.

Capable, possibile, onni-valente, “nudo”, appareilleur, incandescent: “emergenze” corporee aggettanti allora nell’“orbita” (dell’“emergenza”) della virtualità, della preposizionalità. La nuova “antropologia”, quindi, nel rilevare la per così dire impensabilità, nell’ominescenza, del corpo in senso “fissista”, “essenzialista” etc. (ossia in una prospettiva latissimo sensu umanistica), ne propone un “ri-pensamento” (che del resto ritiene per l’oggi imprescindibile) che, sottraendolo al “fattuale”, lo “(ri-)consegna” alla ricchezza inesauribile della possibilità, raccogliendolo quale “dimensione” dell’uomo.

Ecco dunque (l’“emergenza del)la sua “trascendentalità”, (del)la sua bianchezza: volano, “prua” culturale, in grado di aprire sempre nuovi orizzonti dell’umano; difficile à robotiser. “Doppio”, “compagno” dell’uomo, non (più) “reificato”, in (per) cui si scioglie il “nodo” del dualismo psico-fisico, “portatore” dei sensi e dell’intelligenza, in “scambio” continuo con il mondo in un rapporto circon-stabile per cui le circo-stanze lo segnano ed esso è perennemente rinviato a loro e all’esercizio dei sensi che lo “lavorano”, lo “costruiscono” pezzo per pezzo, “terreno” di tras-formazione, di tras-mutazio
ne (“esterno”/“interno”, energia/informazione etc.), in tras-formazione, in trasmutazione.

“Spazio” “dialogico” di “costruzione” — non (più) di “realizzazione” — dell’umano, dunque, nell’esposizione, nell’apertura, nel rencontre (re-en-contre, come Serres lo intende), nel mélange: essere un corpo, allora.

A questo punto, mi sembra di aver guadagnato materiale per tentare di riavvolgere il filo di quest’indagine, che ha assunto l’“antropologia” del corpo di Michel Serres come “piano orizzontale” di verifica della portata, della significatività e dei significati della “dimensione” dello stesso corpo nel “post-umani
smo”, quale ulteriore, possibile “affaccio” su quest’ultimo.

“Raccolta” la fisionomia di un “post-umanismo” come cambiamento della percezione della condizione umana e percezione e tematizzazione/gestione del cambiamento “effettivo” di questa stessa condizione, “ri-pensamento” generale dell’umano e dei suoi rapporti con l’altro-dall’uomo oltre rifiuti o “rimozioni” (dell’idea del)l’“eccezionalità” umana, “cantiere aperto” di “ri-strutturazione” dell’“edificio umano” che viene a galla complessivamente nella sua esigenzialità, emergenzialità, questionatività, e che perciò merita ulteriori incursioni di indagini, sono convinta di potere confermare innanzitutto, nell’ambito di questo stesso contesto/dibattito, la crucialità (del tema) del corpo, di cui aggettano appunto “emergenze”.

“Emergenze” che, nell’“effetto di reazione” “orizzontale” con (le “emergenze” corporee e-mergenti nel)l’antropologia del corpo di Serres, mi sembrano grosso modo riconfermarsi quelle ipotizzate, raccolte in apertura aggettanti in modo “significativo” dal dibattito, dal “grande ombrello” del “post-umanismo”.

Si tratta pertanto, in linea generale, — via appunto l’“impiego” della “dimensione” corporea dell’hominescence serresiana come “bussola interpretativa” e/o “catalizzatore concettuale” — (dell’“emergenza”) di aspetti emergenti, “inediti” del corpo, della “percezione” di esso nei suoi aspetti “inediti”, di modi “nuovi” di percepirlo/concepirlo e di “nuovi” ruoli di esso, dell’espressione/tematizzazione/gestione di queste novità. In altre parole, quindi, (dell’“emergenza”) dell’“inutilizzabilità” di “categorie” latissimo sensu umanistiche in relazione al (pensiero sul) corpo.

E si tratta, più specificamente, (dell’“emergenza” dell’idea) di un corpo “transizionale” (non transitorio), in “costruzione” in quello che Serres dice “scarto” all’equilibrio, nel possibile. Di un corpo, quindi, in “neutralizzazione” a livello di essere e in “(ri-)attivazione” a livello di modi (extra fissità, fattualità etc.); “terreno”/volano di sapere, conoscenza, invenzione, che “dimensiona” l’umano (e come tale, del resto, viene a essere dall’uomo stesso percepito) nello scambio, nel mélange in senso serresiano, nella “tras-mutazione” dell’“interno” nell’“esterno” e viceversa, nonché nel “superamento” della “distinzione”, del limen stessi tra “interno” e “esterno”, così come peraltro della “distinzione”, del limen tra anima e corpo, tra soggetto e oggetto.

Di un corpo, dunque, come spazio “dimensionale”-“dialogico” dell’antropopoiesi, in grado di schiudere orizzonti sempre nuovi dell’umano, in una prospettiva per così dire federativa, ossia di foedus, di “continuità” con l’altro-dall’uomo.

Prospettiva pertanto di “eccentramento” antropologico (oltre l’idea stessa di centro), in cui l’“eccezionalità” umana non “viene meno”, ma cambia volto (“differenze” di “grado”, ma non di “sostanza” tra uomo e altro-dall’uomo etc.) nel/per/attraverso il corpo stesso, “terreno” “sensibile” di essa.

Nella sua toti-potenza, del resto, difficile à robotiser, “eccedente” per così dire, pur sempre nel coinvolgimento “relazionale” nei processi ibridativi, la “riproducibilità” tecnologica, la “riduzione” informazionale etc.

Del “post-umanismo”, “galassia”, “paradigma elastico”, “grande ombrello” della “ricorsività” teorica del “ri-pensamento” del significato generale dell’essere umano, raccolgo, dunque, queste “emergenze” corporee: di un corpo “dimensione” (“dimensionante”) (del)l’uomo/umano; in cui tout reste à faire, à réinventer, à susciter, à organiser, à fonder, à méditer, à penser….

Di un corpo del resto che, a sua volta, quasi in un meccanismo che si “auto-alimenta”, viene ad additare la “condizione” di “apertura”, ancora, del “cantiere” di “ri-strutturazione” dell’“edificio” umano a motivo delle costanti e difficilmente prevedibili modifiche in itinere all’“edificio” stesso.

Nell’incoativo generale appunto: di un “post-umanismo” “in costruzione”, di un corpo “in costruzione” che lo “addita” appunto “in costruzione”…

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia

Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.

http://www.filosofiapostumanista.it/

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