mercoledì, ottobre 23, 2019
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Il corpo postumano via Michel Serres — di Orsola Rignani

Antropologia corporea

Quale posto occupa la corporeità all’interno del “paradigma elastico” del post-umanismo?. L’interrogativo da cui scaturisce la ricerca di Orsola Rignani, culminata nel testo Emergenze “post-umaniste” del corpo. Una prova di analisi “orizzontale” via Michel Serresmira ad affermare la centralità della dimensione corporea all’interno dell’orizzonte concettuale in cui viviamo. Il corpo diviene così la superficie sulla e attraverso la quale si intersecano le «relazioni con gli altri viventi, col mondo inanimato e con il macchinico». L’analisi si snoda su un terreno sperimentale, in cui l’autrice usa gli strumenti dell’antropologia serrasiana per far e-mergere nuove formulazioni discorsive sul corpo. 

 

“Galassia”, “grande ombrello”, “arcipelago”, “contenitore concettuale”, “paradigma elastico” sono i termini probabilmente più adatti a indicare il “post-umanismo”, del quale è difficile non individuare la “problematicità”, emergente in gran parte dall’intrinseca eterogeneità, così come la “problematizzazione” (riflessione critica e/o messa in discussione), la non esaustività, l’incompiutezza.

Aggetta così l’idea di un “post-umanismo” – “galassia” appunto – dai tratti generalissimi di cambiamento della percezione della condizione umana, di percezione ed espressione/tematizzazione/gestione del cambiamento “effettivo” di questa stessa condizione – tentativo per così dire di “dare figura” a un quadro di mutevolezza – e perciò quindi di “problematicità” connessa al cambiamento stesso, così come anche di “problematizzazione” – dello stesso cambiamento molto spesso “volano” o almeno concomitanza –.

E con ciò emerge la “ricorsività” teorica del “ri-pensamento”, che, in consonanza con tale questionatività, pare essere posta in atto con riferimento, innanzitutto, al significato generale dell’essere umano, prima ancora di prefissi denotativi di superamenti – dei quali comunque indubbiamente viene a essere “caricato” –, che conduce a una visione dell’orizzonte “post-umanista” più appunto come “ri-pensamento” di che cosa possa significare essere umani che come tentativo di “andare oltre” l’“eccezionalismo” umano.

Per giungere fino a leggere nella “galassia” “post-umanista” “ri-formulazioni” dell’idea stessa di “eccezionalità” umana, come, ad esempio, quella che la intende quale acquisizione da parte dell’uomo della consapevolezza della propria “eccezionalità” di “animale metamorfico” che oggi si “metamorfizza” nell’hominescence e diviene in via di “auto-evoluzione”, naturante – con le connesse “responsabilità” “federative” –, come emerge dall’incisiva voce di Michel Serres; ossia, in termini generalissimi, quale visione “diversa” da parte dell’uomo del proprio “protagonismo”. Ottica, questa, che peraltro induce a ritenere la componente post- come riferita al finora detto umanismo e non invece all’umanismo tout court.


Umanismo, considerato finalmente autentico poiché in grado di andare a svilupparsi attorno a tale “nuovo” concetto di “eccezionalità” umana
, all’inizio del quale, sempre detta ottica, suggerisce di pensare che si ponga la “galassia” “post-umanista” in quanto appunto non nettamente disdegnatrice di questa stessa idea di “eccezionalità” umana, ma piuttosto elaboratrice di una sua “riformulazione” sulla via del “ri-pensamento” dell’uomo, delle sue relazioni con gli altri viventi, col mondo inanimato e con il macchinico.

Si va guadagnando pertanto questa visione generalissima della “galassia” “post-umanista” come, lato sensu, “modo nuovo” di “de-finire” l’umano e quindi di pensare l’“interfaccia” uomo-mondo, senza appunto la “rinuncia” all’idea di “eccezionalità” umana e in base anche a novità oggettive — come ho detto, quindi, “post-umanismo” come cambiamento della percezione della condizione umana, ma anche come percezione del cambiamento della condizione umana, che “raccoglie” perciò un cambiamento “effettivo” di questa stessa condizione —.

Visione nell’accedere alla quale peraltro l’hominescence serresiana può verisimilmente assumere un ruolo di “catalizzatore” d’idee “salienti” — quali in primo luogo le istanze di ri-pensamento dell’umano — dibattute nella stessa “galassia” “post-umanista”, in quanto espressione/tematizzazione/gestione di cambiamento — nel senso di émergence de liens sans équivalents connus au corps, au monde et aux autres —.

Ossia: emergenza, sul piano soggettivo, di una “liberazione” del/dal corpo (corpo libero dal dolore etc., che “si libera” — oggettivandoli — dei propri organi e delle proprie funzioni, sano, longevo, “nuovo”, “incandescente”, “(ri-)costruibile/ito” dall’uomo; percezione di queste novità; nuovi modi di concepire il corpo, nuovi legami con esso e nuovi ruoli della corporeità; tematizzazione/gestione di queste novità); emergenza, sul piano oggettivo, di uno svincolamento dalla dipendenza dalle cose (l’uomo diventa “naturante”, facendo nascere una nuova natura da lui prodotta, e su di lui reagente); emergenza, sul piano collettivo, di un’emancipazione delle relazioni dalle condizioni spaziali (il connettivo va sostituendo il collettivo).

Ricorsività, quindi, dell’émergence: l’emergenza come “filo rosso” di tale contesto: nel senso di venuta a galla, richiesta di attenzione, e pertanto di comparsa dell’inedito ossia di ciò che era sommerso, sia a livello di venuta a galla appunto che a livello di avvento di un “rischio” che richiama attenzione; cioè apparire di qualcosa che prima era “sott’acqua” o nascosto o ignorato.

Di quest’orizzonte (emergenziale) “post-umanista”, raccolto nelle linee generalissime sopra dette, mi sembra utile focalizzare e tematizzare ulteriormente la “dimensione” del corpo, che affiora come emergenza ossia, in altri termini, come idea/questione significativa di questo stesso contesto/dibattito di ri-pensamento complessivo dell’umano (emergenza di un corpo “nuovo”; percezione di un corpo “nuovo”; “inedita” percezione del corpo e “inediti” ruoli del corpo; tematizzazione/gestione di questi stessi cambiamenti).

Nel tentativo di guadagnare ulteriori affacci sulla “costellazione” “post-umanista”, mi sembra proficuo, a tale scopo appunto, muovere da questa emergenzialità/emergenza (del tema del) corpo, per verificarne portata, significatività e significati secondo un piano “orizzontale”, ossia attraverso l’esame delle posizioni di Michel Serres — che, in relazione anche al (tema del) corpo, mi sembrano “incrociare” significativamente nodi “nevralgici”, relativi al corpo appunto, del contesto/dibattito “post-umanista” —.

Assumo pertanto la “dimensione” corporea dell’hominescence serresiana come “bussola interpretativa” e/o “catalizzatore concettuale” d’idee sul corpo aggettanti dal “grande ombrello” dello stesso “post-umanismo”, e, dinanzi anche allo sfaccettato scenario di proposte “estreme” quali ad esempio quelle del “riduzionismo informazionale” del corpo, del “post-umano” disincarnato, codificato, del post-organico, del mind uploading, dell’“artificializzazione” del corpo etc., cerco di esaminare l’ipotesi d’“ineliminabilità” o anche per meglio dire d’“insostituibilità”/“irri(pro)ducibilità” (in connessione peraltro col tema dell’“eccezionalità” umana) del corpo stesso, intendendo con ciò una per così dire “eccedenza” del corpo stesso (sempre nel coinvolgimento “relazionale” nei processi ibridativi e nell’immersione in uno “spazio virtuale”), e quindi la sua toti-potenza, cioè, per dirla alla Serres, la sua “incandescenza”.

Tutto questo appunto sulla linea della suddetta idea di “post-umanismo” come (istanza di) ri-pensamento complessivo del significato dell’essere umano e dei suoi rapporti con l’altro-dall’uomo, in una ri-declinazione del tema dell’“eccezionalità” umana; e quindi, come “costruzione” di un “discorso” sull’essere umano che, nel riconoscerlo come non più “misura” di sé e delle cose, “varca” la “soglia” dell’umanità, pur non disdegnando appunto l’idea di “eccezionalità” umana, ma intendendola però in modo diverso, nuovo.

E pertanto mi sembra appunto di potere parlare di emergenze “post-umaniste” del corpo: come detto, aspetti e-mergenti, “inediti” del corpo; “percezione” del corpo nei suoi aspetti “inediti”; modi “nuovi” di percepire/concepire il corpo ed e-mergenza di “nuovi” ruoli del corpo; espressione/tematizzazione/gestione di queste novità.

Ciò che, di primo acchito, mi sembra dunque di poter mettere in campo è, innanzitutto, l’e-mergenza del metamorfismo del corpo, della sua toti-potenza, del suo “carattere” di “prua culturale”, e quindi della sua capacità di schiudere sempre nuovi orizzonti dell’umano.

Così come mi sento di mettere in campo l’avvento dell’idea dell’“essere un corpo” (che sembra per così dire un post- dell’idea dualistica del corpo oggetto/proprietà, “reificato”, dell’“avere un corpo”). E quindi l’avvento dell’idea del “ritorno” al corpo, ri-pensato/ri-scoperto nella sua portata cognitiva e culturale lato sensu, come elemento/fattore significativo della “nuova” condizione umana di potere cambiare la propria condizione.

E ancora come “terreno” “sensibile” dell’“eccezionalità” dell’uomo quale presa di consapevolezza della propria “eccezionalità” di animale metamorfico che diviene causa sui, in via di auto-evoluzione, che intrattiene un rapporto “singolare” con la vita e con il mondo (con le “responsabilità” che a ciò vengono ad essere connesse). Tengo quindi a puntualizzare e a ribadire che vedo queste e-mergenze (del corpo) inter-tessute, complessivamente, con la questione dell’“eccezionalità” umana.

Metto a questo punto “in reazione” queste ipotesi, per guadagnare anche ulteriori tratti della fisionomia della “galassia” “post-umanista”, “orizzontalmente” con le posizioni di Michel Serres.

Cioè con la sua nuova “antropologia”, che “passa attraverso” il “ritorno alle cose”, la ri-scoperta di una relazione con la natura che non riduca il mondo a rappresentazione dell’io, il recupero della varietà e della molteplicità delle relazioni sensoriali dell’uomo col mondo, della ricchezza del suo rapporto “corposo” con esso, per ri-declinare l’idea dell’“eccezionalità” umana come percezione da parte dell’uomo della propria “eccezionalità” di animale metamorfico che oggi si metamorfizza nell’hominescence e diviene in via di auto-evoluzione; o altrimenti detto come percezione da parte dell’uomo di sé come ramo evolutivo sui generis della vita, che si adegua alle nuove esigenze dell’ambiente non mediante lo sviluppo di organi o funzioni corporee ad hoc ma con l’esternalizzazione dei propri mezzi adattivi in oggetti tecnici, strumenti, macchine.

Tali peraltro, questi ultimi, che, retroagendo su di lui, modellano in buona parte il suo corpo, ormai sottratto alle forze dell’evoluzione naturale, e destinato alla de-specializzazione e all’indifferenziazione. Corpo, d’altra parte, che, colto come “dimensione” dell’uomo stesso, “irriducibile” (a parola etc.) “nuovo”, cognitivo, inventivo, “prua” culturale, ossia “luogo sensibile” dell’invenzione, del conoscere, del sapere, “è reso”, come accennato, “terreno” significativo dell’“eccezionalità” umana nel senso che ho detto.

Ciò nello scenario di un “progetto” generale di umanismo appunto finalmente “degno di questo nome” in quanto riempibile di un contenuto federativo (e non esclusivo), scritto nel linguaggio del Grande Racconto dell’Universo, in cui l’uomo sia aperto alla scala dei viventi in “continuità” topologica con la biosfera e temporale con l’evoluzione, nell’“incontro” di natura e cultura.

Un umanismo, cioè, post-, come detto, dell’“antico”/“finora detto” umanismo (fondato sulla storia a-cosmista e umano-centrata, “povero di mondo” come la storia stessa), la cui costruzione immerga appunto l’uomo, le sue pratiche, i suoi collettivi e il suo pensiero inventivo nei viventi e nelle cose, finora trascurati e sviliti al punto da correre il rischio di scomparire risucchiati nel cono d’ombra del narcisismo umano.

 

 

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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