giovedì, maggio 23, 2019
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Cosa significa pensare le alterità? — di Roberto Marchesini

Identità come relazione

Riportiamo un estratto di Alterità. L’identità come relazione, in cui Marchesini mette in discussione il concetto di individuo per dimostrare che è la relazione a costituire la soggettività. Il passaggio da un’ontologia riflessiva a un’ontologia relazionale è possibile grazie alla demolizione del concetto di identità. 

Alterità non è soltanto il termine opposto all’identità, bensì la sua antimateria, ciò che annichilisce quell’idea di separatezza esistenziale, autonomia, autopoiesi che rappresentano l’ontologia stessa dell’individuazione: l’illusione o la pena di vivere rinchiusi in una monade.

L’alterità è perciò contemporaneamente al di fuori e al di dentro di me, per cui amo definirla “altro-con-sé”, accordo che si realizza in infiniti modi, ma che rappresenta la fondazione stessa dell’ontopoiesi, ossia: l’essere in quanto in relazione.

Ma per comprendere questa lettura referenziale dell’alterità, che ritengo argomento principe del nostro tempo, traslazione da un’ontologia riflessiva, basata sulla deriva individuativa di colui che rimane abbacinato dalla propria immagine riflessa, a un’ontologia relazionale, che non significa il mero esprimersi nella relazione né il semplice essere frutto della relazione – che semplicemente porrebbe un significato genealogico-espressivo all’ontologia riflessiva – occorre soffermarsi su alcune tematiche centrali, quali l’individuazione, la soggettività e soprattutto sul significato primo di quell’essere in relazione e della referenzialità implicata nell’altro-con-sé.

Al sé individuato, l’altro non si manifesta mai come centro, bensì come orbitale e come tale non potrà mai collassare nel proprio nucleo ontologico né suscitare un vero e proprio convivio, vale a dire che mai e poi mai si tradurrà in vera e propria alterità.

Riflettiamo allora su quella posizionalità orbitale che trasforma il mio prossimo in un corpo estraneo che non abito, che non mi abita e soprattutto in cui non mi riconosco. I processi distanziativi che l’individuo mette in atto sono solitamente due: la trasformazione dell’altro in proiezione del sé, che potremmo immaginare come la sua accensione lunare attraverso la propria luce solare riflessa, la riduzione dell’altro in oggetto, fruibile in diversi modi, da quelli più nobili alle più viete banalizzazioni e odiose strumentalizzazioni.

[…] Pensare le alterità significa cercare tra le pieghe di se stessi e misurare le coniugazioni, riflettere sulle distanze e sulle prospettive, sulle distorsioni che l’osservazione inevitabilmente compie, categorizzando e disgiungendo.

[…] Pensare le alterità significa pertanto seguire il seminario della metamorfosi e dell’eccentramento, abituarsi a cercare le ragioni dell’altro, a seguire da trapezista prospettiche che ci possono sembrare ardite o paradossali, ma che riguardano l’essere-altro, il divenire-altro, il farsi-altro. Nella consapevolezza della propria angustia.

[…] Pensare le alterità significa perciò riflettere sulla relazione, quale eterotrofia ontopoietica, e su quella soglia che continuamente offre la sfida dell’incontro, che rompe lo specchio di Narciso e le mille proiezioni che continuamente mettiamo in campo per costruirlo o surrogarlo.

[…] Significa pertanto rinunciare a eleggere un centro su cui fissare il proprio orbitale, rigettare l’universale anche quando si offre come guanciale ad addormentare le paure più forti, vuol dire evitare le facili dicotomie, pur così epistemologicamente produttive, il bisogno di una linearità causale che renda ragione di questa presenza, delle sue oscillazioni nomadiche e degli incubi.

Gli incubi nella loro vaghezza, nella nebbia orrorifica, nella voce alterata. E sono soprattutto questi strani fantasmi della notte a esser popolati di alterità, erosive dei margini che difendiamo come i samurai di Kurosawa, quasi il nostro Io fosse un fragile castello e noi consapevoli che la vittoria non sarà mai dei guerrieri.

[…] Essere per gli altri, ritrovare il nesso della propria presenza nella cura, l’individuazione nell’espressione dell’atto coniugativo e non nella riflessione cartesiana, è ciò che definisco “ontologia relazionale”.

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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