mercoledì, giugno 19, 2019
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Desiderare: il dono di Epimeteo — di Roberto Marchesini

Epimeteo

Nel pensiero filosofico occidentale, la soggettività animale è stata relegata nella sfera dell’istintività, della mancanza, di un’azione causata dal soddisfacimento del bisogno. Roberto Marchesini intende criticare questa visione prometeica dell’animale, animata dal dualismo ontologico uomo razionale-animale irrazionale, per tracciare una genealogia epimeteica. Il ribaltamento prospettico può aprire la strada alla distruzione delle dicotomie e far emergere un filo connettivo che lega la specie umana a quella non umana: il desiderio. 

L’essere animale si manifesta attraverso l’agire  – da cui la stretta parentela tra animale e animato – una fluttuazione all’interno di uno spazio di agibilità definito dai predicati filogenetici e ontogenetici: palese è la differenza tra uno scimpanzé e un gorilla, ma altresì tra diversi scimpanzé.

La soggettività pertanto si manifesta in una declinazione verbale e non è possibile separarne l’essenza dal suo presentarsi fenomenico, giacché il predicato è in sé il modo espressivo del metapredicato. Per poter manifestare la propria singolarità metapredicativa, l’individuo deve necessariamente definire un campo d’azione. In questo senso il dualismo è un errore, non perché si possa elidere uno dei due termini, né perché se ne debba cercare una conciliazione, quanto perché essi sono due modi differenti di qualificare lo stesso termine.

L’azione manifesta – come già da tradizione filosofica – un’incompiutezza dell’essere animale, uno stato di non-equilibrio che non va ascritto al semplice essere una struttura neghentropica o dissipativa, per quanto concerne la vita in senso generico, o allo stato di eterotrofia, volendo circoscrivere l’analisi al mondo animale.

Esiste una ragione più profonda a reggere l’agire dell’animale, non riconducibile alla mera fisiologia dei bisogni, seppur filogeneticamente connessa a essa: questa ragione si chiama desiderio.

[…] Il desiderio chiede sempre un contenuto, ma questo contenuto è solo suggerito dagli a-priori, non determinato. Questo vuol dire che l’allargamento dei riferimenti non va considerato una deriva – una ridirezione – ma rappresenta l’esito inevitabile dell’essere-desiderante. Semmai possiamo dire che la volontà, manifestata dall’individuo attraverso la creatività e l’autoaffermazione, sta proprio nel tentativo di svincolare i desideri dai bisogni.

Puntualizziamo meglio questo concetto. L’individualità dell’animale fa la sua comparsa nel mondo carica di desideri a-priori, che la pongono in uno stato di non-equilibrio e ne motivano l’azione: tale principio proattivo, non sovrapponibile ai bisogni fisiologici, era stato ben compreso da Lorenz e dagli etologi che, non a caso, immaginavano una sorta di collezione pulsionale specie-specifica, urgente di consumazione su un target.

D’accordo con il principio libidico freudiano, ma illuminato dalla pluralità orientativa dei caratteri adattativi (gli istinti), la pulsione veniva interpretata come un surplus da scaricare – un’energia diretta verso una specifica polarità – e non una mancanza – un languore aperto alla creatività predicativa del soggetto – ovvero nella forma propria del desiderio.

Per questo la motivazione dagli etologi non veniva considerata come fattore di soggettività. E tuttavia, proprio come un languore, il desiderio è in grado d’essere apprensivo, di trasformare l’azione in esperienza e di creare i presupposti di infiniti modi specificativi: in altri termini di inventare contenuti.

La differenza, tra un paradigma basato sulla soggettività e uno meccanicistico, non si limita al significato espressivo dell’orientamento – da pulsione a desiderio, da consumazione a propedeutica – ma si estende al rapporto tra l’orientamento in sé e l’individuo come sistema unificante. In linea con il principio analitico cartesiano – la dotazione responsabile in autonomia del comportamento – per la psicoenergetica, la pulsione agiva in modo diretto sul target una volta che il segnale-chiave innescava il meccanismo.

Mettere in discussione il paradigma cartesiano non vuol dire pertanto negare i riscontri descrittivi degli etologi, ma il costrutto esplicativo che viene chiamato in causa per spiegarli. Avere un approccio mentalistico, ossia sistemico, significa non far discendere le espressioni dalle dotazioni, e perciò considerare le motivazioni:

a) non come pulsioni autonome, bensì come predicati del soggetto;

b) non come energie da scaricare su un target, bensì come languori che danno una particolare coordinata intenzionale all’individuo che ne è portatore.

Se portiamo a sintesi questi due punti, comprendiamo come l’essere-desiderante è il carattere fondativo dell’animalità, dove l’assumere una condizione di moto – l’agire – indica l’intrinseca condizione dell’essere-riferito a qualcosa di esterno, lo statuto non-monadologico dell’esistenza, il non presentare una completezza e un’autonomia. Il desiderio è pertanto il vero snodo intenzionale dell’essere animale, precedente tanto l’evento percettivo messo in risalto da Merleau-Ponty quanto la consapevolezza brentaniana.

Il desiderio è la più immediata espressione della soggettività, che oltrepassa il bisogno e in un certo senso gli dà significato: vivo in quanto desidero, vivo nell’esprimere dei desideri che m’invadono e danno forma all
a mia presenza
. Tutte le dotazioni che l’essere animale si ritrova – siano esse somatiche, come muscoli o artigli, o cognitive, come rappresentazioni o display – altro non fanno che darsi come strumenti all’espressione dei desideri.

È il desiderio che dà colore al mondo, che riempie di stupore gli occhi di un bambino, che sostiene i giochi caotici di un cucciolo, che dà significati per sé agli accadimenti del mondo; se scompare il desiderio la vita dilava in un’atemporalità vegetativa, se si abbassa la vita scolora.

I desideri non corrispondono a target, pur se si riferiscono a qualcosa d’esterno, che può anche essere un oggetto, ma non necessariamente, giacché il desiderare ha a che fare con l’aspirazione, l’attesa, l’appagamento espressivo. I desideri sono predicati verbali – rincorrere, raccogliere, esplorare, raggiungere, cogliere, difendere, possedere – e come tali sostengono la soggettività, l’io che li esprime: i due elementi si sostengono vicendevolmente.

Senza il soggetto non si dà il verbo, ma questo vale anche per il contrario: non si dà soggettività senza un’azione. Ogni processo di configurazione dello stato soggettivo dell’individuo – che sia filo od onto-genetico – indica uno specifico campo di desideri che detta prevalenze d’azione sul contesto: per questo, se messi su un prato, è probabile che un bambino raccolga margherite e un gattino rincorra farfalle e se, al contrario, si trovano su una spiaggia, è facile che il bambino raccolga conchiglie e il gattino rincorra un oggetto mosso dalla risacca.

Al di là dell’oggetto-target, a differenziare la loro soggettività è il verbo-desiderio – raccogliere vs rincorrere – che li contraddistingue e che definisce il tipo di intenzionalità che sorregge il loro essere nel qui-e-ora.  Questo essere portatore di desideri è ciò che definisco il grande dono di Epimeteo, ciò che caratterizza l’animalità e rende l’essere-animale protagonista nel mondo, lo anima rendendo una forzatura ogni spiegazione che si basi su una passività o deducibilità computativa del suo comportamento.

Spinto dal vento del desiderio, la presenza dell’animale nel qui-e-ora si carica di volontà: una volontà di espressione, che trova nel mondo non la sua causa ma la sua scusa; una volontà di potenza che, nel tentativo di introiettare l’altro, di vincere l’oggetto, si lascia assorbire dal mondo. È così che la soggettività prende il volo, rigettando come inconsistente l’autoreferenzialità che si pretenderebbe di adottare per spiegarne la manifestazione.

L’essere diacronico dell’animale sta proprio in questo interpretare desideri che intrecciano ricorsivamente passato e futuro, singolarità e identità, individualità e appartenenza, in una causalità massivamente parallela, così plurale da rendere di fatto il soggetto svincolato da un destino.

Dove rinvenire la causa prima della singolarità, che trasforma la soggettività in presenza? Forse nel flusso di eventi filogenetici che hanno stabilito la particolare partitura dei desideri? O forse in quel percorso tortuoso di esperienze che ne ha dettato i gradienti tonali e i modi espressivi? O, ancora, perché non attribuirla al magma fisiologico che ribolle nel corpo, imprevedibile di umori e di stati, di emergenze metaboliche caotiche e sfuggenti? L’essere animale è soggettivo per il semplice fatto che non può essere collocato in un tempo particolare: presenziare vuol dire infatti non essere assorbito nel presente. 

Il dono di Epimeteo rende l’espressione animale un essere-nel-mondo, perché affacciato e interessato alla singolarità del reale, al non deducibile dal retaggio, perché in cerca dell’occasione e non della ripetizione meccanica, perché necessariamente creativo di fronte allo scacco. La soggettività sta in quel poter essere in un qui e ora, nel possedere un tempo che non è semplice dissipazione termodinamica, nel poter accumulare informazione da rinegoziare per costruire nuovi significati: quel “essere-creatore-di-mondo” che per Heidegger caratterizza l’umano è in realtà lo stato che specifica l’animale e lo differenzia da altre strutture dissipative.

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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