lunedì, settembre 23, 2019
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Essere animali significa desiderare — di Roberto Marchesini

Bisogno VS Desiderio

Che cosa significa essere animali? La domanda che pone Roberto Marchesini mira a ribaltare due pregiudizi fuorvianti che relegano l’animalità in una sfera distante da quella degli esseri umani. Il primo implica la rappresentazione dell’animalità, secondo cui l’animale sarebbe un «contro-termine da cui ricavare per esclusione la condizione umana» e la «cifra regressiva dell’umano». Il secondo riguarda l’imprigionamento dell’animalità nel regno della res extensa, contrapposto alla res cogitans a cui appartiene l’umano. Entrambi i pregiudizi possono essere scalfiti attraverso un ripensamento radicale dell’animalità, il cui filo conduttore è il desiderio. 

 

L’essere animale è qualcosa che ci riguarda in modo diretto, ma non nella veste di contro-termine da cui ricavare per esclusione la nostra condizione umana né come cifra regressiva, retaggio oscuro che in ogni momento può risalire dai fondali filogenetici per mettere a rischio la nostra umanità, bensì come fondamento stesso della nostra soggettività, del nostro essere affacciati al mondo attraverso la vitalità del desiderio.

L’essere animale ha a che fare con il non-equilibrio, l’apertura referenziale che rigetta qualunque autarchia ontologica, la non esplicabilità in termini di fenomeno attraverso una ricognizione seppur puntuale ed esaustiva delle causalità agenti nel qui-e-ora. L’essere animale è una continua invenzione di presente, un andare oltre l’algoritmica delle cause, un trascendere il fenomeno attraverso l’emergenza epifanica, l’invenzione singolare dell’esistere.

La condizione animale è un continuo porre a sintesi “scansioni temporali” differenti e moventi altrettanto diversi, per cui il suo porsi nel momento, la sua presenza, si realizza nel non essere mai interamente compreso nell’istantaneità della funzione. Paradossalmente l’animale può dire di esserci, cioè di avere una presenza, perché non interamente spiegabile facendo riferimento a meccanismi causali agenti nell’istante in cui lo si considera.

L’essere animale è pertanto un continuo desiderare, […] in un flusso diacronico-relazionale dove l’animalità si manifesta in questa presenza connettiva piuttosto che nella funzione in sé. Diciamo che l’animale è soggettivo perché sfugge all’oggettività delle cause agenti nell’istantaneità.

Lo vediamo piuttosto flettere la situazione secondo coordinate di parzialità, da cui ricaviamo l’impressione di un giudizio soggettivo, proprio perché singolare, creativo nel suo non essere prevedibile: traducibile come “attribuzione di un significato-valore” alla mera datità fenomenica. Dichiararsi presente significa avere sovranità sul proprio stato e, in tal senso, non essere schiavo del presente.

D’altro canto per questa sovranità è indispensabile avere in mano gli strumenti onde agire nel presente e non attribuire a detti strumenti l’autonomia e l’esaustività esplicativa nel dettare le coordinate di azione dell’individuo. Occorre cioè evitare di meccanizzare il comportamento ovvero di pretendere che l’espressione animale sia dettata da automatismi il cui funzionamento sia in sé necessario e sufficiente per definire il comportamento.

L’essere animale può manifestare un Dasein solo a patto di ammettere una titolarità espressiva e, di conseguenza, solo a patto di considerare l’individuo titolare delle proprie dotazioni: è lui che le utilizza e non sono loro che lo muovono. 

Tuttavia, per fare questo, è indispensabile cambiare profondamente il modello esplicativo che da Cartesio in poi ha caratterizzato la spiegazione del comportamento animale. Come sappiamo, nell’idea cartesiana l’incapacità del modello isocrono e lineare della res extensa di spiegare il comportamento umano veniva compensata dalla controparte cogitans, principio trascendente che non richiedeva una spiegazione scientifica.

È ovvio d’altro canto che in una visione materialistica l’elisione della gemella cogitans richiede un ripensamento epistemologico della res extensa, pena il dover ricorrere ad altri dualismi chiamati in soccorso di una spiegazione zoppicante. Nel momento in cui riconosciamo il principio darwiniano della continuità, non possiamo mantenere inalterato il paradigma metapredicativo del meccanicismo esplicativo.

Dobbiamo cioè considerare le dotazioni filo-ontogenetiche, innate e apprese, non più come automatismi che muovono l’individuo – il burattino – ma come strumenti che lui utilizza. Dobbiamo tornare al desiderio come mastro di soggettività.

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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