giovedì, novembre 14, 2019
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Animali umani: artefatti senza creatore — di Roberto Marchesini

Animali umani

Animal Studies (rivista che nasce nel 2013) è riuscita a creare un ambito di studio assolutamente originale, coniugando la zooantropologia con la filosofia postumanistica. Il punto di contatto tra le due discipline è l’emergenza della soggettività animale: rivolgerci agli agenti non umani implica, infatti, la rimessa in discussione di un uomo artefice del proprio destino. 

Roberto Marchesini, in un articolo comparso sul numero Humanimalia di Animal Studies, ci spiega come il ribaltamento dell’antropoplastica (applicazione della metrica umana al mondo esterno) può avvenire attraverso l’ibridazione con ciò che definiamo come alterità, producendo il passaggio da un’identità pura e ripiegata su stessa a un sé meticcio e contaminato. 

 

L’atelier epistemologico darwiniano ha operato nel Novecento una serie di slittamenti di significato che inevitabilmente richiedono tempi lunghi per dar modo di esplicitare appieno i numerosi riverberi implicati, primo fra tutti il superamento di molti operatori disgiuntivi a cui il pensiero occidentale era ed è fortemente assuefatto.

Non parlo esclusivamente delle separazioni già menzionate da Ernst Mayr nel suo poderoso Storia del pensiero biologico (1990), quali l’essenzialismo platonico o la gerarchizzazione aristotelica degli enti, ma in primis della pretesa di individuare delle soluzioni di continuità o di pertinenza tra naturale e artificiale.

Il meccanismo bottom up di emergenza delle strutture complesse attraverso il famoso orologiaio cieco (Dawkins 2003), mercé l’ausilio di un continuo flusso di energia per far tornare i conti termodinamici, come già sottolineato da Erwin Schrodinger (1995) e Ilya Prigogine (Prigogine & Gregoire 1982), rende qualunque ente naturale in buona sostanza null’altro che un artefatto.

                      

 Si tratta peraltro di un artefatto non pensato iuxta propria principia ma nel segno dell’ibridazione adattativa: le pinne e il profilo di un pesce o di un cetaceo parlano dell’idrodinamicità di un fluido così come le ali di un uccello o di un chirottero devono fare i conti con l’aria e le sue correnti.  

L’artefatto non è stato costruito per svolgere un compito, non ha cioè un progetto a sovraintenderlo, ma l’emergenza del suo predicato ha aperto un virtuale performativo e la persistenza di detto predicato è il frutto di un premio replicativo.

 

Ovviamente questa inversione esplicativa, nel suo forte connotato contro-intuitivo (Wolpert 1996), forza le nostre categorie epistemiche, più propense alla teologia naturale di William Paley (2006), portata a spiegare le qualità in vista di un progetto performativo o di un esito direzionato come nelle Just so stories for little children di Rudyard Kipling (1966).

Ritenere l’esito performativo come un’emergenza a posteriori cozza con l’antropomorfismo epistemologico che, come giustamente sottolineato da Gaston Bachelard (1995), rappresenta e continua a rappresentare il maggior ostacolo alla comprensione dei fenomeni. 

[…] Il paradigma umanistico è antropoplastico o vitruviano (Marchesini 2002), applica cioè la metrica umana, anche somatica, al mondo esterno, cercando una perfezione di forme, una misura più che pitagorica o aurea, una misura che frattalicamente sussume il mondo nell’uomo stesso. L’antropocentrismo umanistico non è solo etico, è prima di tutto estetico ed epistemologico, e così facendo riduce la complessità del vivente che viceversa realizza le sue forme filogenetiche e ontogenetiche attraverso la ridondanza.

La degeneranza delle strutture biologiche consente non solo di ammortizzare le eventuali disfunzionalità del sistema – per esempio il nostro sistema genetico presenta ben tre triplette differenti per codificare lo stesso amminoacido – ma altresì rende disponibili processi di exaptation (Gould 2008) nei diversi organi ovvero di cooptazione di questi a nuovi territori adattativi, com’è il caso del peduncolo branchiale dei crostacei nelle multiformi varietà di organuli negli insetti o della vescica natatoria che da organo di bilanciamento si rende disponibile a struttura d’interscambio gassoso.

[…] Non imitazione della natura né proiezione nella natura, bensì contaminazione con le plurali alterità della natura, epifaniche nel saper aprire all’interno dell’umano nuovi spazi di virtualità, approfittando dei canali di degeneranza che ci caratterizzano in quanto espressione stessa della natura. L’alterità è epifanica perché capace di ritornare una riflessione modificata, ma è indubbio che questo sia il vero significato della riflessione, quantunque l’umanismo si sforzi nel credere nella neutralità dello specchio e nell’autarchia riflessiva (Marchesini 2008).

Forse proprio per questo sarebbe interessante rimettere in discussione lo statuto stesso dell’arte, riprendendo quella concezione gnoseologica, ancor più che epistemologica, già presente in Alexander Baumgarten (1992), seppur espressa in tono dimesso, quasi a risentire ancora delle ipoteche poste dagli antichi.

L’arte non è una forma di conoscenza minore ma è la prima forma di conoscenza, proprio nel suo aprire nuovi campi di virtualità. All’interno di questa virtualità possono operare motori coniugativi o di rispecchiamento, esattamente come la virtualità dei possibili esiti germogliativi in un albero rende possibile conformare la chioma secondo le coordinate specifiche per quel particolare albero d’irraggiamento e parimenti come la virtualità sinaptica in un cervello rende praticabile quel processo ontogenetico che rende unica e irripetibile l’identità di ciascuno di noi.

Il campo di virtualità, grazie alla sua ridondanza ma altresì alla sua non-declinazione o inattualizzazione, apre la strada al selezionismo che è parimenti differenziale evolutivo dei diversi germogli o delle diverse possibilità. In tal senso dobbiamo parlare d’ibridazione o rispecchiamento perché, di fatto, nel suo emergere – al di là della spiegazione stessa dell’emergenza – la struttura rispecchia i predicati del mondo, anche se in modo parziale, considerata la parzialità stessa dei suoi obiettivi adattativi.

L’organo ci dà cioè una versione del mondo, ma non del mondo nella sua interezza, bensì del mondo intersecante la struttura stessa, e in tal senso sarebbe utile riprendere i pochi frammenti di Speusippo (in Berti 2010; pp. 106-110) sul concetto di piani di realtà, il cui eco è peraltro rintracciabile nel pensiero di Jakob Von Uexküll (2010) stesso.

L’errore, in cui cade peraltro non solo Von Uexküll, sta nel credere che il vivente sia chiuso all’interno della propria nicchia, altrimenti ricadiamo nel fissismo e nella teologia naturale. La vita è una continua prova artistica, l’individuo frutto ontogenetico utilizza il retaggio filogenetico per costruire il suo singolare progetto e l’etogramma non è più uno standard, un eidos platonica, ma l’atelier stesso dell’individuo artista, ancorché sotto forma della più umile formica.

[…] Ribaltare l’antropoplastica significa pertanto rendere il corpo un campo di virtualità, vitale in quanto accogliente, metamorfico perché capace di rappresentare quel non-equilibrio che rende il vivente una fucina di possibilità. Occorre in tal senso superare quella visione oleografica della natura, frutta di una persistenza fissista, dove la determinazione diviene determinismo e l’espressione automatismo, così rassicurante per l’uomo della modernità, imbaldanzito nell’idea di essere l’unico vero protagonista sul palcoscenico della natura.

La teleonomia– le cause remote di Ernst Mayr o i quattro perché esplicativi di Nikolaas Tinbergen (1994) – di fatto crea un divario tra gli eventi sincronici, dall’esplicazione sufficiente dei fattori agenti nel qui e ora, rispetto al grande universo del vivente, che si appella ricorsivamente a cause non presenti.

Ecco allora che è possibile leggere l’intenzionalità di Brentano mettendo tra parentesi la coscienza, giacché intenzionale è ciò che è vincolato a un riferimento, ciò che è coniugato filogeneticamente. La natura è pertanto apertura, l’acrobatica del vivente che nietzschianamente è vivo proprio perché non ripiegato su se stesso, perché carente di spiegazione, perché instabile nel suo dominio.

[…] L’umano diviene bello perché lontano dalla metrica pitagorica, perché capace di tracciare spazi non euclidei, perché vulnerabile e infedele a se stesso, perché così prossimo e confuso nella famiglia d’erbe e di animali, perché dominato dal suo sapere, che lo affardella di responsabilità, perché incapace di disgiungere, infuso com’è nel nodo gordiano delle coniugazioni.

L’ibrido non è più il mostro da temere o disprezzare, la regressione nell’ancestrale, la benzina che alimenta la macchina antropologica della segregazione (Agamben 2002), giacché ora sappiamo che questo strano essere lunare e schivo, spaventato e incattivito, artefatto senza creatore… siamo noi.

 

 

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Da quest’anno la Scuola di interazione uomo-animale (Siua) gestirà Animal Studies, curando l’amministrazione di tutti gli abbonati e dei numeri arretrati della rivista. Dopo tre anni di Direzione editoriale, Siua è diventata responsabile dell’intero progetto, sia per quanto concerne la scelta dei contenuti, sia per quanto riguarda la produzione e la distribuzione della rivista. Il progetto richiede molto sforzo (in termini di risorse investite) da parte dell’Istituto ma lo sosterremo con impegno e determinazione perché crediamo che Animal Studies sia uno strumento molto prezioso per la divulgazione delle tematiche legate al rapporto tra umani e non-umani.

La rivista avrà, inoltre, un taglio maggiormente zooantropologico per soddisfare l’interesse dimostrato dagli attuali abbonati verso l’eterospecifico. I titoli in programma per il 2017 sono stati pensati proprio in questa direzione.

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È un piacere inoltre, poter comunicare che a tutti i nuovi e vecchi abbonati che rinnoveranno l’abbonamento 2017, verrà inviato in regalo il secondo libro della collana “Pensieri” edito da Apeiron, ovvero “Pensieri sull’animalità” di Roberto Marchesini.

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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