giovedì, luglio 18, 2019
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È possibile una filosofia postumanistica? — di R. Marchesini

Filosofia postumanistica

Riportiamo un estratto di Così parlò il postumano, testo dialogico in cui Roberto Marchesini discute con Leonardo Caffo della condizione postumana e della necessità di far emergere al suo interno la soggettività animale. Alla domanda posta da Caffo — quali sono gli strumenti attraverso cui sei riuscito a infrangere lo “spazio divisivo” tra l’umano e tutto ciò che è rigettato in un altrove — ecco la risposta di Marchesini. 

Il quesito che poni sta proprio al centro della mia ricerca su una possibile filosofia postumanistica, laboratorio di un pensiero ancora in fieri, troppo spesso confuso con il caleidoscopio delle proposte iperumaniste, tese a proporre il medesimo topos dell’umano elevativo, funambolo questa volta sulla corda della tecnoscienza. Postumanismo non vuol dire questo, ma il cercare di andare oltre – non di rinnegare o di rifiutare in toto, ma semmai di dare compimento ad alcune accezioni e di superarne altre – quel magnifico edificio che chiamiamo umanismo e che ha avuto un esplicito inizio con l’umanesimo del XV secolo.

Permettimi allora di fare un inciso. Ho iniziato a occuparmi di antropocentrismo nella seconda metà degli anni ’80, allorché i testi di Peter Singer e Tom Regan cominciavano a diventare argomento di discussione nel nostro paese. Dapprima fui sorpreso, poi coinvolto e tuttavia sentivo che c’era qualcosa che stonava, più che palesi contraddizioni delle ambivalenze assai resilienti a qualunque tentativo di disambiguazione, per questo mi proposi di indagare il principio antropocentrico al di là delle perspicuità speciste e persino dell’esplicito rapporto tra l’uomo e le altre specie. Nacque così il saggio “Il concetto di soglia” (1996), frutto di conversazioni sull’epistemologia, sul pensiero della complessità, sul paradigma ecosofico intrattenute tra la fine degli anni ’80 e la prima metà del decennio successivo con molti studiosi e soprattutto con Margherita Hack, che ne farà la prefazione.

Oggi, a posteriori, dopo aver pubblicato “Post human” (2002) e “Il tramonto dell’uomo” (2008) mi rendo conto che con il “Concetto di soglia” inizia il mio percorso sul postumanismo. A partire dalla fine degli anni ’90 mi diviene chiaro che il problema stava proprio all’interno del paradigma umanistico: non era possibile tracciare filosoficamente una critica coerente all’antropocentrismo rimanendo all’interno delle coordinate umanistiche, vale a dire muovendosi negli spazi di quell’edificio che poggiava su fondamenta antropocentriche. Allora, cerco di avvicinarmi al tuo quesito prendendo in considerazione quello che ritengo il manifesto dell’antropocentrismo umanistico, il “De hominis dignitate” di Pico della Mirandola, e ciò che ne rappresenta la più bella rappresentazione, “l’Uomo di Vitruvio” di Leonardo da Vinci.

Il concetto di “uomo misura del mondo” che attraverso Platone si esplicita nell’antropometrica vitruviana e soprattutto nell’antropoplastica umanistica, solo in apparenza può essere collegato al pensiero dei sofisti, al “panton chrematon metron estin anthropos”. In realtà Protagora intende proprio il contrario, ponendo l’accento non sulla categorizzazione della condizione umana, bensì sulla singolarità dell’esperienza intellettiva.

Nel progetto umanistico le singolarità dell’esperienza – come unicità individuale ma altresì (attenzione!) come irripetibilità del hic-et-nunc vissuto – vengono messe in ombra dalla categorizzazione di “anthropos” e su questo occorre soffermarsi. L’essere umano viene svuotato di contenuto epimeteici, proprio per renderlo parimenti neutro – ossia non declinato come nel caso delle altre specie – al fine da poter fungere da unità di misura, e non-radicato – ovvero non connesso al tellurico nei suoi caratteri funzionali – al fine di poterne fare un’entità libera e autopoietica. Mentre gli eterospecifici sono in quanto esprimono funzioni chiuse nella radice adattativa, l’essere umano risponde solo a se stesso, è autoriferito, demiurgo del proprio destino.

Con l’umanismo l’uomo prende il volo, Prometeo lo trasforma in una sorta di Icaro e la tecnoscienza a partire dal XVII secolo ne rappresenta l’ebbrezza. Come nel dipinto di Leonardo da Vinci, l’antropometria se sposata ai presupposti prometeici non si ferma al giudizio ma si fa progetto, vale a dire “antropoplastica”, e soprattutto pretesa contenitiva: l’anthropos come sussunzione di mondo.

Orbene, siamo ancora lontani dalla riva del tuo quesito, ma ci sono dei foci di riflessione che possono essere utili per chiarire meglio la natura della domanda. La lettura umanistica della condizione umana getta le basi di un antropocentrismo ontologico che chiude all’interno di un perimetro dai confini predefiniti ogni tentativo ermeneutico ed epistemologico – e, come vedi, sto attentamente lontano da ogni considerazione etica.

Se l’uomo sussume il mondo, ogni forma di realtà può essere contenuta nell’uomo o espressa dall’uomo. La sintesi galileiana-cartesiana rappresenta l’acrobazia più stupefacente e – siamo onesti! – più produttiva del principio sussuntivo dell’umanismo: nel geometrizzare la processualità e nell’iscriverla su due assi algebrici, ha matematizzato il fenomeno. 

Il problema della sussunzione sta tuttavia nella sua natura solipsistica, nell’onanismo epistemologico che implica. Il cogito è di fatto un momento privato, autoreferenziale, meno che mai dialogico; per cui, il passaggio ardito, da una res extensa intesa come fondale-palcoscienico per il solitario attore senza pubblico – il nietzschiano funambolo proiettato verso quella dimensione emancipata che da Pico in poi non è in alcun modo mutata— a res extensa considerata come invenzione del cogitante, è conseguente e scontato.

Se accettiamo il paradigma umanistico, siamo condannati a domandarci se, per caso, anche noi come gli eroi di Philip Dick, non ci troviamo dentro una neurosimulazione… e la risposta è in qualche modo un atto di fede.

Per rivedere il paradigma umanistico è necessario partire dalla sua interpretazione della condizione umana, per questo faccio riferimento a una proposta postumanistica – non antiumanistica – che ritengo rappresenti il cantiere filosofico del XXI secolo. Innanzitutto occorre rivedere e rimettere quel principio metrico-sussuntivo che sta alla base dell’interpretazione umanistica e che ancora campeggia all’interno della riflessione filosofica – penso per esempio all’antropologia di Arnold Gehlen ma altresì, seppur con ambivalenze, nella fenomenologia.

L’essere umano è una delle tante specie comparse sulla Terra e non è possibile non tener conto del preciso tracciato filogenetico che lo ha caratterizzato, pensarlo quale “figlio-delle-stelle”, come fa Gehlen che, contraddicendo qualunque principio darwiniano, ci fa credere che possa di colpo emergere dai cespugli mutazionali, un taxon totalmente indeclinato, nudo e disadattato.

Oltre tutto, si ipotizza incompletezza e primitivismo in una specie che deriva e si iscrive nell’albero dei primati, vale a dire in un ordine estremamente complesso e articolato sotto il profilo etografico dell’innato: non basterebbe parecchie decine di milioni di anni per una simile delezione, altro che i miseri 2 della comparsa del genere Homo. Questo significa che, come peraltro ci ha mostrato la psicologia della gestalt, l’etologia, le scienze cognitive, la neurobiologia, noi umani non siamo una focale neutra sul mondo ma un modo di leggere il mondo.

Potremmo dire che la realtà esorbita la nostra umwelt – se non che, come vedremo, occorre andare oltre il concetto di umwelt. Non siamo unità di misura e non sussumiamo il mondo, ma stiamo al mondo come il termine zebra nel famoso aforisma: “tutte le zebre sono animali, ma non tutti gli animali sono zebre”.

Occorre partire da questa consapevolezza di parzialità epistemica filogenetica, che nell’ontogenesi dell’individuo definisce le dotazioni di appraisal di partenza, le coordinate di indirizzo epistemologico e forse – chi può dirlo? – di range di virtualità ovvero di limiti insuperabili. L’uomo non può sussumere il mondo e quindi non può comprimerlo all’interno di una spiegazione — che non significa resa senza condizioni ma ammettere con umiltà la propria particolarità e dismettere ogni pretesa universale. 

Ogni essere vivente testimonia la propria particolarità epistemica, per cui dovremmo rinunciare alla spiegazione solipsistica del cogito e riconoscere che se ne sappiamo di più del mondo – se siamo potuti andare oltre l’epistemica filogenetica – lo dobbiamo ai processi dialogici instaurati con le alterità.

Prendo a prestito da Speusippo il concetto di “piani di realtà” applicandolo alle diverse dimensioni epistemiche. Ogni volta che si accede a un piano si riconoscono dei predicati— proprio come in un grande magazzino dove ogni piano prevede particolari tipologie merceologiche— ma i predicati di ogni livello non sussumono l’intero magazzino.

Per viaggiare attraverso i piani di realtà occorre andare oltre la propria dimensione – affidarne un dominio di validità epistemologica – e sono necessari degli ascensori capaci di decentrare. Questo è il ruolo che affido alle alterità, da sempre in intersezione con l’essere umano: la messa in discussione di quella umwelt che altrimenti ci condannerebbe a rimanere chiusi all’interno di un solo piano.

L’essere dialogico ti fa viaggiare attraverso i piani di realtà, ma devi aver consapevolezza che se-lo-fai e nel-farlo ti  ibridi con un’alterità, non ti emancipi-elevi come vorrebbe Sloterdjik, ma ti leghi a doppio filo al non-umano. L’oltreuomo o il postuomo non è pertanto un’entità prossima ventura ma quel passato che ci apparecchia innanzi le proiezioni, quel passato che non sta dietro ma tra il presente e il futuro.

L’emergenza oltreumana – già nei primordi di un chopper o di un bambino che se licantropa nella relazione con il lupo— non ti libera, non ti eradica, non ti emancipa, non ti rende evanescente – per questo parlo di postumanismo— ma, al contrario, attraverso riti di contaminazione ti sporca di terra, ti rende altro perché ti coniuga sull’altro.

Ammettere questo significa altresì riconoscere la singolarità dell’atto epistemico e di quello ermeneutico: non è possibile bagnarsi gli occhi due volte sullo stesso quadro. Singolare non significa non cercare della assonanze e delle sovrapposizioni, forse proprio in questo si esplica il lavoro della ragione, soprattutto di quella inconscia. Singolare vuol dire accettare l’epistemologia dialogica e uscire dal cogito solipsistico, giacché per vedere qualcosa di nuovo abbiamo bisogno di uno spirito guida: un libro, un maestro, un amico, un cane.

Antropodecentrarsi significa pertanto riconoscere la pluriversalità del reale, la sua incomprimibilità, e parimenti il bisogno di centrifugare dalla gravitazione antropocentrata proprio per allargare la sfera della propria presenza intellettiva.

Sia chiaro: non si tratta di decostruire o di annichilire il reale, ma di riconoscere l’impossibilità di un panopticon o di un demone laplaciano, poiché il vedere qualcosa significa sempre non vedere qualcos’altro. Ogni dialogo con un’alterità ci consente di prendere un ascensore e accedere a un piano che altrimenti ci sarebbe rimasto precluso, ma non esiste un piano che riassume tutti i predicati dell’edificio.  

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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