domenica, luglio 21, 2019
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Inferno o son desto? — di Mario Gesù Fantacci

Slide Fantacci

Muovendo i passi dalla recensione del quotidiano inglese The Guardian, il saggio Inferno o son desto? scopre il mistero del mistero di Dan Brown, la verità di ciò che l’autore occulta: la propaganda transumanista che, attraverso l’uso della mistificazione e di tecniche comunicative subliminali, rimane nascosta tra le pagine. 

Vi proponiamo l’ultimo capitolo del saggio, in cui dopo l’analisi del romanzo Inferno, l’autore prende in esame la via suggerita da Roberto Marchesini in risposta alle idee transumaniste che si celano nel testo. 

 

Al di là della mistificazione e della propaganda, che alla luce di questa analisi sembra essere congegnata da Brown per la diffusione della filosofia transumanista, di fronte alle problematiche moderne che incombono, è necessario quantomeno orientarsi (se non è possibile indicare una vera e propria via d’uscita) attraverso un diverso modo di pensare e di vivere la relazione con l’ambiente circostante. Difficilmente i nodi che attanagliano la nostra realtà, legati essenzialmente al radicato dogma della crescita economica, potranno sciogliersi se non ci si predispone ad un cambiamento di paradigma. Senza dubbio, oggi, tale rivoluzione richiede di riconfigurare la nostra percezione ed il nostro essere nel mondo in relazione a ciò che ci circonda. La rivoluzionaria visione di Roberto Marchesini, espressa nel suo saggio Antropodecentramento e ibridazioni. Progetto Posthuman e profilatura identitaria, rappresenta una risposta chiara ed efficace.

Marchesini è persuaso, come i transumanisti, che il tempo segni la soglia di una nuova era. Tuttavia, il concetto di Postumanesimo da lui avvalorato, è ben distinto dal progetto transumanista (che chiama iperumanista): per Posthuman non intende il superamento dell’uomo, fino anche l’estinzione della caratteristica umana dell’individuo che sceglie di essere altro da sé, quanto il superamento dell’umanesimo come visione antropocentrica del mondo.

Se il Transumanesimo spinge verso un processo emancipativo rispetto alla natura, all’interno di una presuntuosa dimensione autarchica dell’uomo, al contrario, la concezione del filosofo pone l’accento sia sull’impossibilità di sconfinare dal perimetro umano, sia sulla necessità di inquadrare la relazione uomo/macchina alla luce di un processo coniugativo, come base della formazione e della costituzione della dimensione umana. Quindi se nel laboratorio transumanista si celebra la potenza dell’uomo lungo i binari della performance (da qui il termine Iperumanesimo), questa diversa prospettiva invece, riconosce prima di tutto la coniugazione con l’alterità, un sistema dove l’umano e il non umano, seppur ben distinti, sono messi in relazione. Per questo non si parla tanto di oggetti/strumenti per l’amplificazione dei caratteri umani quanto di soggetti partner di conoscenza.

Per comprendere bene questa differenza possiamo utilizzare l’esempio della bicicletta. Quando opero la scelta della bicicletta, non lo faccio necessariamente perché mi permette, come amplificatore di prestazioni, di andare più veloce rispetto al camminare, ma la scelgo perché mi permette di conoscere il mondo, attraverso le ruote, la spinta sui pedali, il cambio, i freni, ma anche di comprendere come il mio corpo risponde e si adegua a tale strumento. Se esco in bici, non necessariamente devo fare una gara, o garantire una certa prestazione, ma posso essere interessato anche solo a quel tipo di paesaggio che mi si svela pedalando. Certo, dopo e aldilà di questa modalità, posso sceglierla anche per un obiettivo performativo, che rimane pur sempre uno fra i tanti (allo stesso modo posso usare un martello come leva e non necessariamente per battere il chiodo). Quindi, se la bici diventa un partner di conoscenza, il mio punto di vista è mediato da quello delle due ruote e il baricentro conoscitivo si sposta da me che accetto di non essere più al centro del contesto. Conosco il paesaggio non più solo attraverso i miei occhi ma insieme al partner bicicletta (ad esempio con la bici si scoprono anche lievi salite altrimenti impercettibili).

Possiamo chiamare questo processo antropodecentramento perché l’uomo non si riconosce più totale, né centrale per la conoscenza, come avveniva con la rivoluzione rinascimentale (quando l’uomo si percepiva come centro dell’universo e misura del mondo), ma al contrario parziale. Sotto la spinta antropocentrica del Rinascimento fiorentino i successivi 500 anni consentono numerose conquiste ma anche arroganze (il colonialismo occidentale ne è il prototipo) che permettono all’uomo del novecento di contaminarsi così tanto da non essere più misura nemmeno di se stesso: il dialogo tra Goethe e Werther, tra Pirandello e i suoi personaggi, tra Frankenstein e la sua creatura ma anche la comicità di Charlie Chaplin in Tempi Moderni sono esempi di questa identità spezzata. Ma tale crisi novecentesca, decostruttiva in senso lato, può divenire, secondo il filosofo, aurorale nel momento in cui la coscienza prende a cuore questa frattura.

Con tale consapevolezza recuperata, infatti, l’umano si rende conto di non essere più un progetto solipsistico, ma partecipato con le alterità che lo circondano. Attraverso tale coniugazione si viene a creare «quella matrice dimensionativa che sola può consentire all’uomo di guardarsi, di riflettere su se stesso, appoggiandosi a una sponda altra.» L’uomo può cominciare a comprendere di non essere più il centro (e forse non lo è mai stato) ma parte di un tutto, dove la dimensione conoscitiva avviene attraverso la relazione con l’alterità. In questo modo «non è più creatore di mondi ma capace di partecipare a più mondi attraverso la matrice non umana», divenendo artefice del proprio essere nel creato. Divenire solo “artefice di se stesso”, infatti, è ancora solipsistico perché senza termini di confronto. Quest’azione invece deve essere contestualizzata, ovvero messa in relazione col mondo che lo circonda. Invece, con l’antropocentrismo (l’umano al centro dell’universo), il contesto come termine di paragone viene a mancare. L’uomo antropocentrico, che vede solo attraverso la propria mente, ha finito per ripiegarsi su se stesso.

«L’esasperazione solipsistica dell’umanismo illuminista decreta quel primato della ragione sull’illusione – ove è esplicito il significato coniugativo di ciò che Leopardi chiama col termine ‘illusione’ e la stretta contiguità tra questa e la forza della natura. Il primato della ragione, direttrice egotropica capace di trasformare l’amor proprio, quale apertura verso il bene collettivo, in egoismo, diventa perciò la conseguenza diretta di quella disgiunzione umanistica che eradica l’uomo dalla dionisiaca partecipazione al tutto. La ragione è il frutto di un ripiegamento del soggetto su stesso.»

Pertanto se la ragione da sola è cieca, essa può invece guidare ed essere guidata se posta in relazione con l’illusione leopardiana, quella stessa che, immergendo la vita nel mistero della morte, ci fa chiedere perché si vive: «L’illusione di cui parla Leopardi è per l’etologo quella motivazionale che dà valore al mondo, che porta nel mondo attraverso la fascinazione e il rapimento, è la ‘struttura che connette’ per dirla con Gregory Bateson, il motore delle folli imprese, senza la quale si cade nella vacuità, nella noia, nel tedio. L’illusione, forza della natura, colora il mondo, lo rende interessante, non attribuendogli un significato in sé ma attraverso un valore per sé: è la pallina che rotolando coinvolge il gatto in un movimento, senza stimolarlo (in sé) bensì elicitandolo (per sé)». Allo stesso modo, il giocatore di calcio non è attratto dal pallone in sé, ma per sé, per calciarlo e fare goal.

Questa nuova visione che decreta il tramonto dell’anthropos non significa un oscuramento dell’umano, consente piuttosto una maggiore capacità riflessiva, possibile solo con l’ausilio di una sponda altra dove poggiare. Ed ecco che se l’uomo si muove dal sé e si sposta per riflettersi nell’alter, attua una riflessione nel vero senso della parola, come una luce riflessa su un supporto.

La luce, originata da una fonte, accetta di cambiare stato, intensità, colore rifrangendosi, mediandosi con l’appoggio su una parete, un sostegno che è altro da sé. Così facendo si muove dal proprio punto di vista, dalla sua origine, per rifrangersi (ed è proprio questo quello che i transumanisti fanno fatica a fare). Ma questo non significa altro che decentrarsi da se stessi. Pertanto se non possiamo prescindere dalla riflessione, ovvero dal riflettere noi stessi, il nostro pensiero su una sponda altra per comprenderci, allo stesso modo non possiamo considerarci autosufficienti. L’azione del riflettere, dunque, è già di per sé la negazione della condizione autarchica dell’uomo.

Se fosse interamente compreso nel suo essere, infatti, non potrebbe riflettere, nel senso di pensare, sulla propria condizione, ma solo, come un vettore unidirezionale, emanare un certo modo di esistere (che sarà completamente slegato dal contesto) senza capacità di pensiero. Anche la filosofia stessa non sarebbe nata. Invece succede talvolta che l’uomo dopo un’azione possa pentirsi. E se questo succede non può avvenire automaticamente senza una ponderazione. Per questo “ogni riflessione che l’uomo compie su di sé è di fatto un processo antropodecentrativo, un allontanarsi da sé per potersi guardare. Allo specchio dell’alterità avviene il disvelamento.” Per questo l’uomo, prima ancora di amplificarsi, deve riconoscere la necessità di coniugarsi con ciò che gli è differente, col non umano.

Fino ad oggi l’individuo, tutto raccolto in se stesso, ha visto come unica via di sviluppo quella amplificante, che non gli ha permesso di comprendersi ma di finire piuttosto nell’alienazione: il matrimonio uomo/macchina è stato trattato con premesse non impostate correttamente, che hanno portato a fraintendere le reali implicazioni. Infatti, «si è continuato a leggere l’apporto del macchinico non come evento ibridativo, capace quindi di modificare la prospettiva, operare degli slittamenti, rendere riconoscibile la parzialità del punto di vista dell’uomo, in altre parole di antropodecentrare, ma come giustapposizione esponenziale della potenza dell’uomo». Ammettere la processualità ibridativa significa, invece, accettare la necessità di esplicitare i caratteri che definiscono l’uomo, il che significa definire il perimetro antropico, quindi distinguere ciò che è umano da ciò che non lo è, e tenerlo bene a mente. Questo principio, quindi, finisce per scontrarsi con il punto di vista di chi vede l’uomo come una potenziale entità senza confini, come il transumanista Zobrist, come il cyborg, l’uomo/macchina che può giungere persino alla completa perdita dei caratteri umani.

L’ottica dell’ibridazione con il partner non umano, invece, ci consente di allargare la nostra visione conoscitiva, grazie all’inserimento di elementi che modificano la prospettiva sensoriale ancor prima di magnificarla. «Se pensiamo alla partnership con lo strumento come un integrare lo strumento e non semplicemente come usare lo strumento, se cioè ragioniamo in termini di ibridazione, ecco che allora dobbiamo parlare di una ‘metamorfosi di prospettiva’.» In tal senso il cannocchiale o il microscopio non sono ancora potenziatori dell’occhio, bensì filtri o protesi che ridefiniscono il contesto visuale, modificandone la prospettiva. L’alterità non umana, quindi, sia biologica che tecnologica, non assume tanto il ruolo di amplificatore (non almeno in prima battuta) ma in primis come modificatore della soglia sensoriale umana, dando luogo a predicati di conoscenza che tracimano, ossia sopravvengono, gli apparati conoscitivi di homo sapiens.

Questo significa che l’uomo non è più misura del mondo, né può sussumerlo da solo, ma attraverso la coniugazione con le alterità non umane che non divengono più semplici strumenti quindi, ma soggetti, partner di conoscenza. Questo non significa che l’umano sia un aborto della natura e che debba ricorrere ad una stampella esterna per esonerare handicap adattivi; piuttosto la condizione di imperfezione biologica diventa la scusa per consentire e assicurare all’uomo la totipotenza, la potenza su tutto, «sottraendolo alle leggi di correlazione al contesto a cui sono sottoposti gli altri esseri viventi e che inevitabilmente renderebbero l’uomo parziale e per ciò stesso non autodeterminante.»

L’umano, tuttavia, non è nemmeno una soglia di emergenze implicite, come l’acqua di una sorgente che giunge al mare pura, a prescindere dal suo percorso, quanto piuttosto il frutto del dialogo di ciò che incontra (minerali, vegetazione, inquinamento, pesci), vera e propria espressione delle caratteristiche compositive quando giunge alla foce. Quindi la formazione dell’uomo è nel suo flusso un atto di ibridazione, è cioè una liturgia di ospitalità in cui il soggetto, da una parte, ospita l’alterità e dall’altra si lascia invadere, accettando di spostarsi su una diversa prospettiva.

«A ogni passo ibridativo l’uomo aumenta il suo bisogno di alterità, non il suo dominio sulle alterità: questa consapevolezza potrebbe essere un monito per l’uomo del XXI secolo al fine di evitare pericolose negligenze nei confronti della realtà esterna che lo portino a pensare come un’isola totalmente autosufficiente. L’uomo non può più considerarsi misura del mondo, ma nella lettura postumanistica non può nemmeno dirsi misura di sé stesso: i suoi predicati esorbitano la sua natura perché frutto dell’apporto di alterità.»

È per questo che l’uomo costruisce biciclette, navi, aeroplani, microscopi, opere d’arte, libri di etica, navicelle spaziali e chemioterapici. Perché se l’alterità mette in discussione il suo punto di vista e lo complica, piuttosto e prima ancora di magnificarlo, è vero anche che apre nuovi varchi e orizzonti di conoscenza dove l’uomo, filtrando tali strutture (non incorporandole quindi!), può tirar fuori il suo estro.

  

 

Riportiamo uno scambio di e-mail tra Mario Gesù Fantacci, autore di Inferno o son desto? e un suo amico, ricercatore universitario, che discutono della prospettiva adottata da Roberto Marchesini nel saggio Antropodecentramento e ibridazioni. Progetto Posthuman e profilatura identitaria.

 

 

Caro Mario,

ho letto il libro, in realtà già da un pezzo, ma ancora non avevo trovato il tempo di scriverti.

Innanzitutto ti faccio i miei complimenti. È stata una lettura piacevole ed interessante, specialmente nella prima parte. L’inizio poi è stato accattivante e avvincente, mentre le conclusioni, devo ammettere, tediose e posticce (ma forse perché a me non piace Marchesini e trovo che in verità la differenza tra Transumanesimo e Postumanesimo sia piccola nella sostanza).

In sostanza sono abbastanza d’accordo con la tua visione e cioè che il messaggio di fondo di questo libro (che il primo problema dell’umanità sia la sovrappopolazione) che il tipo di linguaggio del libro (un connubio ambiguo tra realtà e finzione) siano mistificatori. Non sono invece concorde con la tua tesi cospirazionista e credo più, come l’articolista del «Guardian» (del quale tu hai omesso di citare la prima frase del capoverso: “The man who hallucinated this nonsense would be a harmless crank if he didn’t have such a loyal, lucrative following”), che l’unico vero scopo è vendere libri, non quello di evangelizzare, subliminalmente, alla dottrina “transumanista”.

Non lo credo semplicemente perché non credo che vi sia alcuna setta o massoneria che governa il mondo, così come non credo che via sia alcun progetto esplicito, teleologico, a dirigere gli eventi e le azioni umane, anche nelle “segrete stanze del potere” (quelle si, credo che vi siano).

Le segrete stanze del potere posso anche essere quelle della Council for Foreign Affairs (oltre a quelle del Pentagno, di Bilederberg, di Ryad, di Whasington etc.) ma lì non si decide del destino dell’umanità, ma solo degli uomini, cioè dei governi, degli stati, delle grandi multinazionali. E secondo disegni strategici che sono volti a promuovere gli interessi imperiali degli USA e del sistema di corporations che lo innerva. Ivi si prendono le grandi decisioni che però producono piccoli cambiamenti sul piano della storia dell’umanità (certo, guerre, dittature, intrighi, colpi di stato etc.). Ma la vera storia è fatta dalla tecnica e dal capitale come processo (non come sistema, cioè nella sua essenza ancora antropologica, che è quella sociale, quella dei capitalisti, cioè ancora quella che ha una residuale dimensione umana) che si autoalimenta, che cresce, che da forma all’esistente e che prescinde persino dagli uomini, che sono solo o fattori di produzione (forza lavoro) o, ancor più, strategia di accumulazione (cioè consumatori). Se non ci fosse l’America ed il suo impero, ci sarebbe la Cina, o l’India e via dicendo. Se non ci fosse Steve Jobs, ci sarebbe Olivetti. Ed anche Olivetti, nel suo progetto di capitalismo umano (umanista?) avrebbe fatto poca differenza, nel lungo periodo. Anche lui, per sopravvivere, sarebbe finito a produrre I-phone, magari, a differenza di Jobs, senza sfruttare la manodopera sottocosto, ma con l’effetto ultimo di rincoglionire la gente.

Ed è qui che dissento con la tua (che è quella di Marchesini) visione ottimista (io dico tecnodula: cioè adoratrice della tecnica) del progresso. Dire che il progresso è ibridazione dell’uomo con la tecnica e che questa ibridazione permette di allargare gli orizzonti sensoriali dell’uomo è pura mitologia. È esattamente, anche se in modo più raffinato, meno rozzo, diciamo, lo stesso mito alla base della teoria transumanista. Certo, il postumanista voglio “preservare” la base biologica dell’uomo: conservare il corpo, ma fondamentalmente propongono lo stesso mito, il quale è basato su 3 grandi errori di fondo:

1) il corpo (ed anche l’anima, cioè la psiche) si modifica nell’ibridazione;

2) lo scopo di questa modificazione non è estendere i sensi umani (che non sono un dato esogeno, una costante universale, una ipostasi), ma riprodurre il capitale;

3) nella riproduzione del capitale attraverso l’apparato tecnico, i sensi non vengono estesi, ma tappati (è quello che McLuhan chiamava il corto circuito tecnologico, o la parabola di Narciso).

Nel sistema ecologico i sensi servivano per portarci altrove, per conoscere, in quello culturale anche (attraverso l’arte, la religione), servivano per farci comunicare, cioè per costruire un sistema sociale alternativo, in parte, in parte sinergico, con quello naturale. Ma nel sistema tecnico capitalistico i sensi servono solo a produrre piacere e riprodurre il capitale (a vendere). L’esempio di ibridazione che fai tu della bicicletta è mistificatori: appartiene infatti ad una era pre-tecnologica e pre-capistalistica. Ti chiedo, dove ti porta l’ibridazione con un I-phone?
Tanto per capirci, leggi l’articolo pubblicato pochi giorni fa su Repubblica sull’emergenza obesità tra i bambini

Ecco, questa è l’ibridazione con la tecnica ed il destino dell’umanità, ed è già attuale, altro che trans o post umanesimo.

 

Caro Franco,
eccomi finalmente a risponderti.
Sono passati un po’ di giorni necessari per meditare le riflessioni che le tue parole mi suggerivano.

Comincio dall’esempio della bicicletta e da Marchesini. Sicuramente l’esempio della bicicletta è troppo semplificativo e forzato. È difficile tenere il paragone con un moderno I-phone. I feedback e le implicazioni di quest’ultimo sono molto più complessi. E poi è vero anche che la bicicletta sviluppa nel nostro corpo essenzialmente effetti positivi tenendoci strettamente a contatto con il mondo reale. Una persona esageratamente fissata con la bici, incontra dei limiti fisici, per continuare a vivere deve comunque scendere dal mezzo (mentre la facile portabilità di un I-phone ti permette in teoria di essere connesso anche 24 ore). Ma non direi che l’esempio sia mistificatorio. Proverò a declinare il ragionamento.

Con un I-phone posso fare tante cose utili che possono essere riassunte in una, posso essere connesso virtualmente con il mondo (che può essere reale — mio fratello a HK, un fatto realmente accaduto, esigenza di un un acquisto — oppure virtuale — un videogame — tale distinzione tuttavia non è sempre netta e chiara). Di fronte a un fatto realmente accaduto, posso sentire il commento di Pinco, Pallino, Rossi, che esprimono il loro punto di vista. Con il loro punto di vista interpreto, attraverso uno slittamento percettivo, il fatto accaduto, sviluppando un certo senso critico. Tale situazione mi avvicina al mondo reale, mi rende partecipe. Essi sono, o meglio, agiscono su me come filtri: non sono estensioni conoscitive. Tali soggetti (Pinco, Pallino, Rossi) sono altro da me: filtri oppure posso vederli come una sponda su cui si riflette la luce di un determinato evento.Allo stesso modo la tecnologia: gli occhiali non estendono la vista ma operano uno slittamento percettivo, la vista quindi, con le lenti, non è estesa ma in primis filtrata. Questo è il punto interessante di Marchesini, è sottile la differenza ma fondamentale: la tecnologia, non è un’estensione, è per me, per noi uomini un’alterità (altro da noi uomini).

Quindi quando tu dici che “il progresso è ibridazione dell’uomo con la tecnica e che questa ibridazione” che “permette di allargare gli orizzonti sensoriali dell’uomo è pura mitologia”, sono d’accordo anch’io, ma Marchesini non dice questo, piuttosto: progresso è ibridazione dell’uomo con l’alterità (umana, animale, tecnologica, altro da quello che io sono) non perché mi permette di estendere i sensi o di allargare la soglia sensoriale ma perché io accetto di essere spostato dal mio punto di vista, accetto di essere mediato da una sponda altra, accetto quindi che la mia soglia sensoriale venga modificata (che poi questa modificazione abbia effetti positivi o negativi è un altro paio di maniche).Tutto questo significa, in altre parole, dialogare con il diverso da me.

Ora ritorniamo all’esempio dell’I-phone, dicevo che con l’I-phone posso essere connesso virtualmente con il mondo ma anche virtualmente con il virtuale, in questo caso il virtuale non diventa uno specchio del mondo ma un mondo fine a se stesso. Pensiamo agli scaccia pensieri degli anni ottanta ma anche ai moderni Pokémon Go (in cui non il virtuale è funzionale al mondo reale ma l’opposto, il mondo reale, svilito, è funzionale al virtuale, con i conseguenti incidenti stradali connessi). Il virtuale può essere un divertentissimo intrattenimento che però presenta elevate criticità: allontanamento e alienazione dalla propria natura e quindi dal mondo reale. Ne è l’esempio il link di Repubblica che indichi. Alla lunga tale slittamento percettivo è nocivo. È qui che diventa indispensabile essere consapevoli e comprendere che gli slittamenti percettivi non sono sempre positivi, lo sono essenzialmente quando ci riportano alla natura delle cose e non quando ci allontanano da quella (come quando il bambino diventa obeso).

Quindi Marchesini è convinto che con l’ibridazione attraverso gli slittamenti percettivi l’uomo modifica se stesso: gli effetti possono essere positivi ma anche negativi. Il microscopio alterando la percezione mi fa conoscere il mondo delle cellule altrimenti inconoscibile, stare troppo al computer fa male, googlemaps attraverso la voce virtuale di Siri mi indica facilmente la strada per arrivare a destinazione, tale azione lì per lì mi facilita il compito, ma alla lunga mi fa perdere l’istinto, il senso dell’orientamento perché delego alcune funzioni alla macchina perdendone pian piano le capacità.

Il problema oggi è avere coscienza di questi processi. E il capitale, come processo e come sistema, (e qui forse ti incontro) in questo senso non aiuta. Anzi per lui è auspicabile che l’individuo rimanga in questo stato d’oblio.

Tu tieni conto del contesto, ed è un approccio corretto, ma il piano di Marchesini è essenzialmente epistemologico: avanza delle ipotesi su come l’uomo effettivamente giunge alla conoscenza, non come effettivamente l’uomo si rincoglionisce. Il fatto di come l’uomo venga manipolato dal capitale è un’altra cosa.

È vero che ne siamo immersi, ma non credo (o forse è solo una speranza) che il capitale sia l’unico sistema possibile, la storia è ciclica, l’Impero romano è tramontato, il comunismo idem, auguriamoci che posso succedere anche per il capitale, così come è pensato oggi, seppur disposto a vendersi l’anima e a creare menzogne per perpetuarsi: chissene frega se la gente si rincoglionisce scambiando il reale con il virtuale! anzi… bene genera profitto! e questo è quanto basta. Il virtuale non è più un riflesso del reale ma diventa il “reale”, la “natura” del mondo. Si certo è una bugia, dietro la quale però si nasconde tanti soldi. Sufficienti per indurci a credere il vero per il falso, e quindi a manipolarci. Del resto soldi per alcuni e rincoglionimento per altri vanno di pari passo. Anche in questo senso il capitale fa la storia, ma credo che esso non sia la storia: anche il capitale così come è pensato oggi può essere destinato a tramontare e con lui l’antropocentrismo. O piuttosto, sarà l’uomo a tramontare, non vedo alternative.

Hai ragione Franco, non c’è bisogno di entrare al livello del complotto, della cospirazione (io mi sono avvicinato a tale livello perché ho risposto alla provocazione narrativa di Brown, che è pur sempre fiction, commentando le sue scelte stilistiche che ammiccano al convitato di pietra, la massoneria, ammesso che esista) basta fermarsi al potere dei soldi e questo emerge con un dato oggettivo chiaro e inconfutabile: l’1% della popolazione detiene più del 50% delle risorse mondiali (l’articolo parla di 62 straricchi contro 3,5 miliardi di persone). 

Questo dato la dice lunga sullo strapotere di alcuni rispetto alla stragrande maggioranza, attraverso le stanze del potere quale esse siano. Del resto nella storia sono sempre esistite le élite al comando dei popoli. Massoneria, complotti anglo ebraici, adoratori di Lucifero… questi sono forse tutti “smoking mirrors”, bene, e son disposto ad accettarlo, fumo negli occhi che non devono però farci perdere di vista l’oggetto reale: l’1% della popolazione detiene più della metà delle risorse mondiali e il dato è in crescita. Massoneria, sperequazione, chiamiamola come ci pare ma il dato rimane e le stanze del potere pure.

 

 

Laura De Grazia
Laura De Grazia
Laura De Grazia, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it/

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