giovedì, novembre 23, 2017
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Scontro tra titani: Prometeo vs Epimeteo – di Roberto Marchesini

Scontro tra titani

Analizzando le diverse espressioni della cultura umana non si può che restare pieni di meraviglia di fronte alla moltitudine di forme che la caratterizzano ed è perlomeno impossibile farne una catalogazione, vale a dire tracciarne una mappa tipologica, perché ci si trova innanzi a un continuum di materiali e di stili, ove tracciare dei confini risulta di fatto un’operazione arbitraria.

Di certo è evidente che tale pluralità espressiva debba essere ricondotta a particolari predicati di retaggio filogenetico dell’essere umano anche perché la nostra specie indubbiamente si caratterizza per questo e ne ha fatto un carattere vincente sotto il profilo adattativo.

È impensabile pertanto tracciare una spiegazione antropologica bypassando un’analisi approfondita su tali caratteri o negligendo il fattore filogenetico. Ora si tratta di capire se tali predicati presi nella loro autonomia performativa siano in grado di spiegare l’esito culturale o se, come io credo, si debbano intendere come motori dialogici ovvero performativamente utili a costruire ponti ibridativi con le alterità.

In tal senso le propensioni dialogiche avrebbero permesso all’essere umano di ibridarsi con il mondo esterno e di dare vita a predicati che lo decentrano dal suo canone di specie. Di certo, oggi appaiono obsolete quelle teorie che leggevano il fenotipo come pura traduzione del genotipo, considerando come semplice variabile interveniente il contesto evolutivo, e che pertanto si trovavano a ricondurre forzosamente l’identità ontogenetica all’eredità filogenetica.

Gran parte delle aberrazioni d’inizio Novecento – dal darwinismo sociale all’eugenetica – poggiavano sulla falsa idea della pergamena da svolgere e quindi sul carattere autopoietico del patrimonio innato. Per contro le teorie ambientaliste sbagliavano in direzione contraria, nel considerare l’essere umano come un’entità totalmente plastica, priva di caratterizzazioni filogenetiche, da piegare o pronta a essere piegata per aderire a qualunque progetto sociale. L’uomo non è un foglio bianco, una tabula rasa, ma un’entità filogenetica ben precisa, con una sua storia adattativa e con prossimità tassonomiche altrettanto definite-definibili.

In qualità di prodotto-artefatto filogenetico, la nostra specie presenta tendenze, vulnerabilità, idiosincrasie, parzialità, punti nevralgici di resistenza al cambiamento, ma soprattutto “organizzazioni evolutive”, vale a dire modalità ben precise di costruire la chioma di correlazione evolutiva che caratterizza l’ontogenesi. Tanto la proposta innatista quanto quella ambientalista non ci permettono perciò di considerare tali tendenze o propensioni come “evolutivamente” aperte, cioè capaci di dar vita a strutture ontogenetiche nuove ossia non deterministiche nell’esito predicativo.

D’altro canto per comprendere, anche solo per grandi linee, le coordinate ontogenetiche che danno luogo all’emergenza di quel profilo dinamico e instabile, ambivalente e plurale, caratterizzante l’umano, è importante considerare non solo le dinamiche evolutive ma anche i processi di percezione identitaria: come l’uomo definisce ciò che gli è proprio, attraverso eventi di confronto e di riflessione con le alterità. Uno dei capitoli fondamentali in tal senso è il “paradigma dell’incompletezza”, un manifesto ideologico che può essere ricondotto a quella “sensazione di carenza” che l’essere umano prova allorquando si confronta con la performatività animale.

In fondo le teorie antropologiche, pur nella diversità delle varie proposte, ci appaiono tutte figlie di un presupposto fondativo: l’idea che l’essere umano sia stato condannato a esonerare – attraverso il lavoro, la sofferenza, lo sforzo – una pressoché totale incompetenza di rango. Tale mancanza di correlazione funzionale, che si traduce in un onere performativo da esonerare attraverso la cultura, da una parte svincola l’essere umano da una precisa posizione ecologica, ossia da una umwelt specifica, rendendolo potenzialmente totipotente e quindi aperto a qualunque esito creativo – l’uomo creatore di mondi del pensiero heideggeriano – dall’altra gli dona titolarità soggettiva, sottraendolo dalla rigida nomotetica della selezione naturale e facendo emergere le basi del cogito e il libero arbitrio.

Il mito di Prometeo ed Epimeteo rappresenta una buona base di partenza per comprendere tale percezione identitaria, fondamento del pensiero umanistico, che genera: a) l’operatore dicotomico che ricava l’umano per opposizione all’animale; b) la visione strumentale ed ergonomica della techne quale esonero-estensione del predicato umano.

Il mito ci presenta un retaggio epimeteico, le virtù incarnate degli animali, attraverso una collezione di morfo-strutture che danno rango a ogni specie, a confronto della nudità dell’essere umano che deve tutto al trickster Prometeo e al suo dono di techne e fuoco.

tricksterLa nudità dell’uomo solo a prima vista è un’affermazione di vacatio, poiché a ben vedere consente di proclamare l’anthropos quale entità proteiforme, capace di avere saldamente in mano i destini del proprio futuro. Il mito si presta a essere trasformato da Pico della Mirandola in un vero e proprio manifesto dell’antropocentrismo filosofico. La virtualità inaugurata dall’apparente amnesia epimeteica rende l’uomo autopoietico, libero nel progettare le forme da attribuirsi ma altresì in grado di mantenere esterna la declinazione performativa e quindi di non vedere mai intaccarsi la sua purezza e soprattutto il livello di virtualità contenuta.

La tecnosfera pertanto non solo rende praticabile la funzione vicaria ma altresì consente di separare l’essere umano dalla performazione, sostenendo un’entità indeclinata la cui fetalizzazione è mantenuta grazie all’esternalizzazione di tipo prometeico: la prestazione nelle sue specificazioni performative è affidata interamente allo strumento, liberando l’uomo da qualunque forma di declinazione funzionale, quale può essere un artiglio per predare o uno zoccolo per fuggire.

L’essere umano è così disgiunto dalla prossimità con i figli di Epimeteo, segregati nella dimensione teriosferica del biologico: mentre la teriosfera condanna l’animale a rimanere ancorato al proprio rango performativo, la tecnosfera esonera l’uomo dall’assumere un rango performativo. Questo mito crea una disgiunzione netta tra l’essere umano, protagonista nel mondo perché libero, virtuale e autopoietico, e gli eterospecifici, assorbiti nel mondo come qualunque altro fenomeno della physis e perciò non liberi perché predeterminati dalla declinazione performativa né autopoietici perché incapaci di dire di no alla loro condizione naturale e di emanciparsi attraverso la loro volontà-capacità.

Per dar forza a detto operatore identitario occorre però azzerare i contenuti filogenetici dell’uomo, renderli così evanescenti da farli scomparire, e parimenti strumentalizzare la techne, vale a dire assegnarle un ruolo ancillare e un dominio totalmente esternalizzato. È necessario in altre parole che l’essere umano mantenga un profilo embrionale, lontano dalla specializzazione adattativa, e che gli artifici prometeici rimangano delle entità non infiltrative e non declinative dell’umano, rimanendo non solo esterne ma altresì utili ad accrescere lo iato disgiuntivo tra l’essere umano e il mondo.

L’umanismo si fonda sulla concezione metrica e sussuntiva dell’uomo – l’antropoplastica vitruviana che chiede all’umano di essere neutro, per fungere da unità di misura, e parimenti virtuale, onde poter assumere qualunque forma dell’universo mondo – ma in ragione di ciò deve evitare qualunque nesso di contaminazione tra l’uomo e lo strumento, concependolo non solo come il mezzo che consente di realizzare la funzione ma anche il guanto che, separando la mano dalla funzione, la mantiene pura nella sua indeclinazione. In tal senso il pensiero umanistico non è solo un modo di pensare l’uomo per disgiunzione ed emancipazione dalla natura, ma altresì rappresenta un modale specifico di considerare la techne e più in generale la cultura.

Eleonora
Eleonora

Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.

http://www.filosofiapostumanista.it

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