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Esistono gli animali? – di Roberto Marchesini

Donna Ghepardo

Esistono, gli animali, o sono soltanto una nostra costruzione, uno specchio polarizzante capace di far uscire come contro-termine, epurato da ogni contaminazione, l’eccellenza e la specialità dell’essere umano?

Si tratta di una domanda abusata negli ultimi decenni, insolubile peraltro se si resta imprigionati nella dicotomia umanistica che tratta l’uomo e l’animale come due entità che si fondano reciprocamente per opposizione. In questa prospettiva per configurare l’immagine dell’umano e stagliarla nel profilo è necessario contrastarla rispetto a uno sfondo, evitare di confonderla nel magma zoologico e di lasciarla inghiottire dalla multiformità predicativa della biodiversità.

L’imperativo umanistico è perciò evitare di trasformare la peculiarità dell’uomo in un predicato – l’essere umano come portatore di una certa specializzazione – operazione che azzererebbe il “proprio dell’essere umano”, naufragandolo nel mare magno della biodiversità. Gli eterospecifici pertanto, nelle loro caratterizzazioni plurali, vengono annichiliti nel termine “animale” se questo, lungi dal significare la condizione di “essere-animale”, comprensiva dell’uomo, viene utilizzato come controtermine dell’essere-umano.

In questa logica non esiste più la multiformità della condizione animale, dove il predicato di biodiversità è essenziale per sostenerne la fondazione, ma la categorizzazione omologante in negativo ovvero in termini di mancanza, cosicché l’animale diventa quell’ente che manca di qualcosa rispetto all’uomo.

Per sostenere il progetto antropocentrico è indispensabile infatti creare una frattura tra l’uomo e tutti gli altri animali, non è sufficiente dichiararne la specificità. È così che il non-umano si fa categoria solida e coerente – tutti gli animali diventano l’animale-mancante di ciò che rende l’umano un non-animale – azzerando:

a) da una parte il comune essere-animali comprensivo della specie Homo sapiens, cosicché l’uomo si trova ad appartenere a un regno differente, che chiede discipline e approcci opposti alle scienze naturali;

b) dall’altra l’eterospecificità in quanto tale, come appartenenza a un dominio peculiare (la specie) irriducibile a qualunque pretesa di funzionalità antinomica all’essere umano.

Epifania AnimalePer ritrovare gli animali, e parimenti l’animale-che-dunque-sono, è perciò necessario andare oltre il mero contesto descrittivo giacché l’animale comunque visitato è il frutto di un pre-giudizio, per dirla con Gadamer. Prima di cercare l’eterospecificità, come condizione stessa dell’essere-animali, è indispensabile comprendere i meccanismi che hanno fatto emergere la categoria-dimensione “animale” come contro-termine della condizione umana. Si tratta di un’operazione non facile, non solo a causa delle cornici culturali – in primis, come avremo modo di sondare, quella umanistica – che hanno fondato il proprio progetto per così dire ideologico sull’antinomia, ma altresì a causa del meccanismo stesso dell’incontro con l’alterità.

In altre parole esiste una difficoltà intrinseca nella riconoscibilità dell’altro-di-specie che definisco col termine di “epifania animale”. L’incontro con l’animale non-umano difficilmente resta confinato all’ambito fenomenico, che significherebbe rimanere in quel limbo di riconoscibilità oggettiva resa possibile dal processo di distanziamento di heideggeriana memoria. Se è vero che per passare dal percepire-fruire al percepire-valutare neutro del riconoscimento dell’ente in-quanto-tale è necessario prendere una distanza, è altrettanto vero che allorché si verifica l’aggancio intersoggettivo, il vedersi nel volto dell’altro come ci suggerisce Lévinas, l’altro perde i suoi connotati di estraneità oggettiva per diventare un per-sé inaugurando un percepire-rispecchiare.

In altre parole ci troviamo di fronte a un processo di decentramento – dove non solo si prende distanza dall’ente come fruibile ma altresì dal soggetto che valuta l’in-quanto-tale – che va oltre l’oggettivazione dell’ente. Nel vedersi nel volto dell’eterospecifico, quale speculum divaricante del sé e parimenti riflettente, l’uomo viene assorbito nell’altro-di-specie e si riconosce attraverso lo stupore nel trovarsi oltre la datità del proprio corpo.

Nel volto dell’alterità l’uomo si progetta da un punto di vista identitario grazie all’immagine spuria che l’altro gli ritorna. Per questo parlo di “epifania” vale a dire un’annunciazione, un mostrare sopra il fenomeno in sé, un aprire una strada alternativa al ripiegamento cieco su di sé. Come vedremo, nell’incontro con l’eterospecifico si verifica contemporaneamente:

a) un processo di immedesimazione, nel riconoscergli un’individualità – non più un gatto ma quel gatto – ovvero un essere-nel-mondo che trascende l’appartenenza e porta il rapporto nell’esperienza intersoggettiva (io ti guardo, tu mi guardi) fondata su una comunanza di base, ossia di caratteri che condividiamo, ma altresì nell’essere entrambi compresi in un momento individuale di incontro, in un rapporto a due;

b) un processo di distanziamento, nel riconoscergli un proprio – l’essere gatto – che significa vedere il mondo attraverso una prospettiva differente, rimanere stupiti di fronte alla diversità che divelle la proiezione narcisistica e forza le categorie espressive, le costringe a intraprendere un percorso alternativo, che tuttavia non allontana l’uomo dall’animale bensì l’uomo da se stesso, catturandolo ancor più profondamente e decentrandolo.

È in questo duplice movimento, caratterizzato dal riconoscersi e dal disconoscersi, che si verifica l’epifania e il risultato è tutt’altro che neutro, giacché nel ritorno l’essere umano si ritrova cambiato, infettato, dall’alterità animale. Solo allora l’eterospecifico diventa un’alterità, solo allorché viene: riconosciuto come simile e coinvolgente come diverso.

Il dialogo a due a cui ci costringe l’incontro con l’eterospecifico non lascia spazi di separazione, è il sentire su di sé lo sguardo comprensivo e dialettico dell’altro, capace di far emergere il dato non scontato di una condizione non precedentemente assunta. Quando l’eterospecifico smette di essere un fenomeno, nell’attimo in cui l’essere umano lo/si riconosce, immediatamente si viene a creare una specie di sodalizio tra l’alterità animale e l’essere umano che vi si specchia, dando vita a un’immagine ibrida che in sé è già in grado di indicare una strada di trasformazione dell’umano.

Tratto da R. Marchesini, Epifania animale. L’oltreuomo come rivelazione, Milano, Mimesis, 2014. 

 

Eleonora
Eleonora
Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it

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