lunedì, ottobre 14, 2019
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La galassia uomo – di Roberto Marchesini

La galassia uomo

Abituati a considerare l’uomo come sostanzialmente separato, quando non addirittura oppositivo al resto dell’universo, è molto difficile uscire dall’antropocentrismo perché inevitabilmente siamo portati a enfatizzare tutto ciò che separa l’umano dal non-umano e nello stesso tempo a non riconoscere i prestiti, se non proprio la presenza, del non-umano all’interno della cosiddetta antroposfera.

Siamo avvezzi a pensare che il cammino dell’uomo sia un tragitto che la nostra specie ha percorso in completa autosufficienza rispetto alla realtà esterna, la quale si sarebbe limitata a fungere da strumento, a farsi cioè cogliere in modo totalmente passivo dalle mani e dall’immaginazione dell’uomo.

La solitudine della nostra specie viene sancita da una concezione fortemente autarchica dello sviluppo culturale, che non prevede quindi meticciamenti o feedback sul sostrato umano, la cui natura resta incontaminata cosicché può essere estratta in purezza in qualunque momento. Questa visione sostanzialista dell’uomo è molto più diffusa di quanto si possa credere; radicata nei presupposti di ogni speculazione antropologica, difficilmente viene identificata e messa sotto critica per verificarne la fondatezza.

Anche chi sostiene l’ibridazione culturale come volano di crescita dell’uomo riesce difficilmente ad abbandonare questa visione autarchica che fa della cultura una sorta di «affare privato di specie». Come vedremo, buona parte dei fautori del trans-human in realtà esprime una vocazione iperumanistica più che postumanistica, portatrice di una visione della transizione che non solo non si è affatto liberata del paradigma dell’autarchia ontologica ma si basa proprio sull’accentuazione dell’antropocentrismo separativo.

Autori come Stelarc, Hans Moravec, Pierre Lévy propongono l’ibridazione dell’uomo con i suoi prodotti culturali, ma non nel senso di una completa e autentica apertura al mondo non-umano, bensì nel desiderio di accentuare lo spessore del guscio protettivo. In tal modo infatti essi desiderano liberarsi di tutto ciò che ritengono retaggio sconveniente e disdicevole del non-umano, e in particolare di quel passato stigmatizzato da Darwin con la metafora del «nonno babbuino». Questi iperumanisti sembrano trovare scomodi i retaggi della parentela comune con il mondo animale e desiderano perdere al più presto tutto ciò che li accomuna alle altre specie. A mio avviso c’è insomma una buona dose di sciovinismo umano nel progetto di abbandonare sotto forma di carcassa gran parte dei propri attributi organici per fondersi con la tecnologia.

Il progetto postumanistico stenta a essere chiaro nelle sue espressioni soprattutto se non opera una valutazione ad ampio spettro sui presupposti di base: non si può infatti sbandierare l’afflato ibridativo, il piacere della contaminazione, l’abiura dei percorsi mitici della purezza se nei fondali dell’immaginario dei suoi teorici impera una sorta di eugenetica platonizzante che ha barattato il paradiso o il mondo delle idee con la vita eterna all’interno di una simulazione elettronica. Comprendere l’ibridazione culturale significa andare fino in fondo nella valutazione dei debiti contratti dall’uomo nei confronti dell’alterità. Ammettere cioè che, lungi dall’essere un frutto autonomo, l’uomo ha costruito la sua storia nel commercio con la referenza non-umana, importando e iscrivendo la genetica di tale alterità all’interno del proprio corredo.

Non è azzardato aCopertina post-humanffermare, per esempio, che la partnership con l’animale domestico o con lo strumento di pietra si è incarnata ossia si è letteralmente fatta carne realizzando, ovvero rendendo possibile, particolari configurazioni genetiche. Superare l’ultima barriera dell’essenzialismo è oggi il compito di chi desidera riscrivere il progetto umanistico o superare tale progetto in una logica che trasformi l’atto di aprire le braccia dell’uomo di Leonardo da momento commisurativo a espressione di accoglienza.

Solo un atto di umiltà può rendere possibile tale apertura, prima di tutto riconoscendo che il processo culturale della nostra specie non ha avuto corso attraverso la semplice reificazione del non-umano, bensì grazie alla partnership con il non-umano. L’ibridazione culturale perciò non deve la sua attuazione al fatto di aver inventato macchine intelligenti e interfacce cibernetiche, che ci consentono interazioni sempre più profonde con l’alterità macchinica, poiché era già presente nella coppia uomo-cane centomila anni or sono, quando cioè la nostra specie realizzava per la prima volta un gruppo interspecifico, con tutte le conseguenze e tutte le opportunità che ciò andava a inaugurare.

Chiaramente esistono profonde differenze, e non solo di ordine quantitativo, nel grado di interfaccia che oggi si sta avviando in virtù del portentoso sviluppo biotecnologico e informatico che la tecnoscienza sta approntando per l’uomo, e tuttavia vorrei sottolineare che misconoscendo la portata delle prime esperienze di ibridazione culturale, difficilmente si può arrivare a comprendere fino in fondo l’importanza di questa grammatica di base che ha reso possibile l’evoluzione del sistema uomo verso una continua apertura all’esterno.

Il progetto postumanistico deve perciò tenere ben presenti due referenze che hanno contribuito in modo determinante alla realizzazione delle espressioni dell’umanità: a) l’alterità animale, nel suo complesso di immagini, sfide, scacchi, strategie, quella che nel suo insieme ho chiamato «teriosfera»; b) l’alterità tecnologica, la «tecnosfera», definita come prolungamento ed estensione, nuova carne dell’uomo in grado di modificare profondamente la performatività della nostra specie.

Capire come l’uomo sia stato traghettato oltre l’isolamento di specie mercé l’azione perfusiva di questi mediatori è una delle sfide che mi sono proposto. Il rischio del fraintendimento è sempre dietro l’angolo, anche perché sussistono molti pregiudizi riferiti al rapporto dell’uomo sia con la tecnosfera che con la teriosfera. Ed è proprio quest’ultima referenza che con estrema facilità viene equivocata, anche perché se ormai fa parte della nostra tradizione vedere nell’animale l’antenato, il carattere ancestrale, insomma una sorta di legame che si perde nella notte dei tempi, più difficile è comprendere la mia proposta di una teriosfera che realizza l’umanità sull’uomo ovvero allontanando l’uomo da se stesso, dai vincoli del proprio dominio percettivo, cognitivo, operativo, ossia in ultima istanza dalla solitudine di specie.

Questo secondo debito – non filogenetico ma culturale – che l’uomo ha contratto con l’universo animale è quella darkside che in genere si dimenticano i teorici della contaminazione, tutti presi dal lussureggiare tecnologico. E tuttavia questo secondo debito suona più o meno così: il fare cultura per l’uomo non significa allontanarsi dal mondo animale bensì avvicinarsi all’alterità animale, lasciare cioè che referenze non-umane si iscrivano all’interno dell’antroposfera esattamente come per la referenza tecnologica.

Ho voluto utilizzare il termine «galassia uomo» perché proprio come nel caso di una galassia il profilo dell’uomo manifesta un’identità complessiva, che tuttavia è frutto di milioni di istanze puntiformi e di una organizzazione globale in continua trasformazione.

 

Tratto da R. Marchesini, “La galassia uomo”, in Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 2002, p. 46

Eleonora
Eleonora
Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it

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