martedì, maggio 21, 2019
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Ospite – di Roberto Marchesini

Ospite

Abituati a considerare gli altri animali come presenze mute che ci vivono accanto, talvolta in luoghi remoti e selvaggi, talaltra dentro le nostre case, ma comunque come estranei rispetto alla nostra dimensione umana, difficilmente riusciamo a capire quanto profondo e intimo sia il nostro rapporto con loro. Li trasformiamo in oggetti, graziosi soprammobili o peluche da accarezzare, surrogati di altre assenze, copertine di Linus per riallacciare legami fragili con il nostro prossimo umano, oppure macchine in produzione, prodotti complessi in attesa di essere smontati lungo una filiera che basta solo invertirne l’andamento per trasformarla in un’industria meccanica.

Talvolta li antropomorfizziamo, quando ci sentiamo in vena di elargire e li spogliamo delle loro caratteristiche, che restano a noi sconosciute non per chissà quale incapacità umana o per la loro condizione imprescindibilmente aliena, ma più semplicemente per uno sguardo di sufficienza, lo sguardo di chi, sentendosi superiore, non reputa degno di attenzione l’animale. Li banalizziamo, considerandoli modelli superati di performatività troppo intrise di organico per essere accettate nel nostro mondo cromatico e asettico, troppo coinvolti nello sforzo e nella fatica del vivere per rientare perfettamente negli spazi della strumentalizzazione. E in questa approssimazione per difetto, non solo un’interpretazione riduzionistica del loro essere pertanto, ma prima ancora uno svuotamento di presenza e di valore, l’altro animale svapora nella nostra ignoranza arrogante come uno spazio totalmente aperto al nostro sguardo. Si può parlare di animali senza conoscere gli animali e lo si può fare perché si implicita che in fondo in fondo non ci sia nulla da sapere.

Cos’è l’animale se non il termine oppositivo dell’umano o di ciò che l’umano pretende di essere? Così, anche mentre si aggira per la nostra casa, nei panni furtivi di un felino, magicamente sospeso tra una relazionalità discreta e una ludicità clownesca, o in quelli grondanti di interazione sugli occhi di un cane, quasi confezionati darwinianamente per farci sentire in difetto anche se sorseggiamo un caffè, l’ospite animale è un fantasma incapace di farsi conoscere perché incapace di mitigare l’arroganza di chi già pensa di conoscerlo. Passati sono i tempi degli spiriti guida, delle genealogie zoomorfe, delle liturgie volte al dionisiaco fluire della vita nelle creature, delle predizioni basate sull’osservazione del volo di uccelli, perché trascorso è il confronto con l’altro di specie, finito il tempo in cui l’animale era la controparte nel gioco della sopravvivenza e il giudice della performatività.

L’animale, presentato in pompa magna dall’etologia, si perde come se la nebbia del nostro disinteresse calasse all’improvviso e lui venisse schiacciato nello sfondo della natura. Banalizzato non può emergere, non lo può fare anche quando apparentemente viene messo sul palcoscenico a recitare copioni stantii e rimasticati. Ma non è lui, è una maschera o un feticcio, un argomento di discussione tra filosofi, un pacchetto di informazioni da perfezionare nelle mani della genetica zootecnica, un prolungamento per un’identità individuale in fase di erosione.

L’ospite animale è una presenza che abbiamo resa discreta e asettica attraverso un’operazione di sublimazione: lo abbiamo trasformato in una figurina per il nostro grande album, in un vestito o in uno strumento per poter trasformare questo corpo di scimmia in un concentrato di virtualità, proiettato nel cielo per dar forma alle costellazioni o rinchiuso in una bolla funzionale per negargli un’esistenza. Un ospite, per essere veramente da tale, deve poter aver spazio di dialogo, ancor prima di diritto, deve veder riconosciuta la propria presenza. Devo sentire lo sguardo dell’altro e non trasformarlo in un oggetto ovvero in qualcosa che non ricambia lo sguardo. C’è un gatto, un cane, una mosca nella stanza… c’è qualcuno o qualcosa? Non ospito televisori, computer, elettrodomestici o polvere. Tra me e un gatto c’è una differenza, è palese, ma è la stessa differenza che mi diversifica dal televisore o c’è qualcosa di condiviso nel nostro comune essere animali?

E poi, condividiamo degli spazi esterni o condividiamo anche qualcosa di più profondo, qualcosa che ha a che fare con l’identità? Il gatto è nella stanza, si muove, so per certo che non è un orologio, ma non per la banale constatazione d’essere incomparabilmente più complesso di un orologio. Non è la complessità che fa di lui qualcosa di diverso da un orologio. Anche la mosca si muove nella stanza e non assomiglia nemmeno lontanamente a un aeromodellino telecomandato. Abitiamo le stesse stanze, certo le abitiamo in modo differente perché diverse sono le nostre vaghezze, per riprendere Leopardi, pur sempre frutto di una natura che detta delle coordinate precise nel rapporto con la realtà. Però ci riconosciamo, anche se i nostri sensi disegnano mondi diversi, le nostre motivazioni fanno emergere interessi diversi, la nostra comunicazione esprime contenuti differenti, la nostra cognizione elabora i dati in pacchetti di informazioni solo parzialmente sovrapponibili. Ma ancora una volta mi chiedo: il gatto è ospite di uno spazio, la mia casa, di una mia idea, di una mia proiezione o è a tutti gli effetti un ospite. Nell’ospitalitalità – ben lo avevano capito i latini – c’è prima di tutto una reciprocazione di ruoli: l’ospite è un ingresso ma altresì un’accoglienza, è Hestia e il suo ventre focolare ed è Hermes e il suo continuo pellegrinaggio nel fluire. L’ospitalità si basa sul dialogo e sul riconoscersi e non può essere confinato a una dimensione spaziale.

L’accoglienza come il pellegrinaggio è prima di tutto una disponibilità dialogica, l’accettare una promiscuità destinata a cambiarti. Se rimarremo fermi all’automa cartesiano è evidente che non potremo parlare di ospitalità: non si dialoga con una macchina ma, semmai, attraverso una macchina. E l’automa cartesiano può assumere diversi aspetti e talvolta essere irriconoscibile: può essere l’idea di un animale totalmente rinchiuso all’interno dello spazio assegnatogli dalla filogenesi (la sua natura) tale per cui ogni espressione è già funzionalmente prefissata; può essere il modello di animale burattino mosso da dei fili che, come automatismi, dettano i movimenti, siano essi innati (istinti) o appresi (condizionamenti); può essere l’idea di animale come approssimazione, qualitativamente o quantitativamente inferiore all’uomo e non portatore di un prorio essere-esistere anche se in un modo differente.

Posso dialogare inoltre se riconosco un porto franco, un istmo, una lingua comune dove è possibile incontrarsi, se l’altro di specie non è totalmente differente da me e se non mi riguardi. Non vi è dubbio che il mio cane sia qui e ora nella mia prospettiva di condivisione, ma lui possiede un qui e ora che gli consenta di rispondere alle mie domande e non solo di reagire a catene di stimoli che accendano cascate di riflessi? Per capire devo antropomorfizzare, è l’unica chance nelle mani dell’umana comprensione, ma in questo caso è poi così sbagliata?

Certo, esiste un antropomorfismo banale e proiettivo, da emendare e correggere, ma poi c’è la comparazione, palestra di classificazione e di comprensione da Aristotele a Linneo, come quando si faceva anatomia comparata dove un femore rimaneva pur sempre lo stesso organo anche se diversamente modellato in un pipistrello, in un uomo e in un cavallo. Nessuno aveva da dubitare su quale fosse il significato di un femore di pipistrello.

Esiste cioè uno spazio comparativo che non è fuorviante, se rischiarato dall’analisi scientifica di matrice darwiniana. Ma c’è di più. Troppe volte sento utilizzare epiteti zoomorfi – sei un porco, un’oca, una pecora, un leone – e lussureggiante è il caleidoscopio di segni animali, nei giocattoli, nei fumetti, nella mitologia, nell’araldica, nella fisiognomica… e praticamente in ogni dove della cultura umana, al punto tale che se togliessimo questa semiologia zoologica rischieremmo di rimenere muti. E allora, posso ancora pensare che l’ospite animale si limiti a restare nella stanza, accanto e di fianco a me?

Parte del saggio “Ospite” pubblicato nel volume A. Come Animale (a cura di L. Caffo e F. Cimatti) Milano, Bompiani, 2015

Eleonora
Eleonora
Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it

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