sabato, dicembre 15, 2018
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Naturcultura: per un’estetica postumana – di Roberto Marchesini

Daniel Lee

L’atelier epistemologico darwiniano ha operato nel Novecento una serie di slittamenti di significato che inevitabilmente richiedono tempi lunghi per dar modo di esplicitare appieno i numerosi riverberi implicati, primo fra tutti il superamento di molti operatori disgiuntivi a cui il pensiero occidentale era ed è fortemente assuefatto.

Non parlo esclusivamente delle separazioni già menzionate da Ernst Mayr nel suo poderoso Storia del pensiero biologico (1990), quali l’essenzialismo platonico o la gerarchizzazione aristotelica degli enti, ma in primis della pretesa di individuare delle soluzioni di continuità o di pertinenza tra naturale e artificiale. Il meccanismo bottom up di emergenza delle strutture complesse attraverso il famoso orologiaio cieco, mercé l’ausilio di un continuo flusso di energia per far tornare i conti termodinamici, come già sottolineato da Erwin Schrodinger e Ilya Prigogine, rende qualunque ente naturale in buona sostanza null’altro che un artefatto.

Si tratta peraltro di un artefatto non pensato iuxta propria principia ma nel segno dell’ibridazione adattativa: le pinne e il profilo di un pesce o di un cetaceo parlano dell’idrodinamicità di un fluido così come le ali di un uccello o di un chirottero devono fare i conti con l’aria e le sue correnti. L’artefatto non è stato costruito per svolgere un compito, non ha cioè un progetto a sovraintenderlo, ma l’emergenza del suo predicato ha aperto un virtuale performativo e la persistenza di detto predicato è il frutto di un premio replicativo.

Ovviamente questa inversione esplicativa, nel suo forte connotato controintuitivo, forza le nostre categorie epistemiche, più propense alla teologia naturale di William Paley, portata a spiegare le qualità in vista di un progetto performativo o di un esito direzionato come nelle Just so stories for little children di Rudyard Kipling. Ritenere l’esito performativo come un’emergenza a posteriori cozza con l’antropomorfismo epistemologico che, come giustamente sottolineato da Gaston Bachelard, rappresenta e continua a rappresentare il maggior ostacolo alla comprensione dei fenomeni.

Questo quantunque la stessa tecnopoiesi negli anni ci abbia dimostrato che la performatività di una tecnologia sfugge-devia dal proposito che l’ha per così dire progettata: un esempio fra tutti il computer che certo oggi è chiamato a svolgere funzioni impensabili negli anni cinquanta. La lettura disgiuntiva è pertanto l’esito di un errore di prespettiva, la confusione tra spiegazioni teleologiche e spiegazioni teleonomiche, la pretesa di tradurre ex post facto attraverso la proiezione antropomorfa un esito che segue dinamiche controintuitive.

Il paradigma umanistico è antropoplastico o vitruviano, applica cioè la metrica umana, anche somatica, al mondo esterno, cercando una perfezione di forme, una misura più che pitagorica o aurea, una misura che frattalicamente sussume il mondo nell’uomo stesso. L’antropocentrismo umanistico non è solo etico, è prima di tutto estetico ed epistemologico, e così facendo riduce la complessità del vivente che viceversa realizza le sue forme filogenetiche e ontogenetiche attraverso la ridondanza.

La degeneranza delle strutture biologiche consente non solo di ammortizzare le eventuali disfunzionalità del sistema – per esempio il nostro sistema genetico presenta ben tre triplette differenti per codificare lo stesso amminoacido – ma altresì rende disponibili processi di exaptation nei diversi organi ovvero di cooptazione di questi a nuovi territori adattativi, com’è il caso del peduncolo branchiale dei crostacei nelle multiformi varietà di organuli negli insetti o della vescica natatoria che da organo di bilanciamento si rende disponibile a struttura d’interscambio gassoso.

La degeneranza offre un sostrato moltiplicativo al lavoro mutagenetico e ricombinatorio, così come l’esonero e lo svincolo da una funzione apre la strada ad altre emergenzialità: nel momento in cui svincolo la motivazione predatoria di un gatto dal bisogno alimentare (e basta riempirgli la ciotola per poterlo fare) ecco sorgere il gioco alla pallina in un caleidoscopio di possibilità espressive impredittibili, nel momento in cui esonero la motivazione sillegica di un uomo dal bisogno alimentare (ed è sufficiente poter contare su un frigorifero) immediatamente assistiamo al collezionismo.

L’exaptation di Stephen J. Gould ed Elisabeth Vrba, come peraltro il bricolage di François Jacob, ci mostra come il laboratorio del vivente abbia a che fare con l’arte. Uscire dall’ossessiva metrica antropocentrata, dagli imperativi della purezza e della perfezione geometrica, evitare la pretesa antropoplastica è, a mio avviso, il leitmotiv degli autori di fine Novecento e di questo ultimo decennio. Non imitazione della natura né proiezione nella natura, bensì contaminazione con le plurali alterità della natura, epifaniche nel saper aprire all’interno dell’umano nuovi spazi di virtualità, approfittando dei canali di degeneranza che ci caratterizzano in quanto espressione stessa della natura.

L’arte non è una forma di conoscenza minore ma è la prima forma di conoscenza, proprio nel suo aprire nuovi campi di virtualità. All’interno di questa virtualità possono operare motori coniugativi o di rispecchiamento, esattamente come la virtualità dei possibili esiti germogliativi in un albero rende possibile conformare la chioma secondo le coordinate specifiche per quel particolare albero d’irraggiamento e parimenti come la virtualità sinaptica in un cervello rende praticabile quel processo ontogenetico che rende unica e irripetibile l’identità di ciascuno di noi.

Il campo di virtualità, grazie alla sua ridondanza ma altresì alla sua non-declinazione o inattualizzazione, apre la strada al selezionismo che è parimenti differenziale evolutivo dei diversi germogli o delle diverse possibilità. In tal senso dobbiamo parlare d’ibridazione o rispecchiamento perché, di fatto, nel suo emergere – al di là della spiegazione stessa dell’emergenza – la struttura rispecchia i predicati del mondo, anche se in modo parziale, considerata la parzialità stessa dei suoi obiettivi adattativi. 

tessuto postumanoL’organo ci dà cioè una versione del mondo, ma non del mondo nella sua interezza, bensì del mondo intersecante la struttura stessa, e in tal senso sarebbe utile riprendere i pochi frammenti di Speusippo, sul concetto di piani di realtà, il cui eco è peraltro rintracciabile nel pensiero di Jakob Von Uexküll stesso. L’errore, in cui cade peraltro non solo Von Uexküll, sta nel credere che il vivente sia chiuso all’interno della propria nicchia, altrimenti ricadiamo nel fissismo e nella teologia naturale.

La vita è una continua prova artistica, l’individuo frutto ontogenetico utilizza il retaggio filogenetico per costruire il suo singolare progetto e l’etogramma non è più uno standard, un eidos platonica, ma l’atelier stesso dell’individuo artista, ancorché sotto forma della più umile formica.  Non-disgiungere non significa pertanto far discendere o ridurre ma saper accettare l’emergenza di piani differenti di realtà, ove a ogni emergenza si ripropongono spazi di virtualità capaci di accogliere l’evento artistico.

Ribaltare l’antropoplastica significa pertanto rendere il corpo un campo di virtualità, vitale in quanto accogliente, metamorfico perché capace di rappresentare quel non-equilibrio che rende il vivente una fucina di possibilità. Occorre in tal senso superare quella visione oleografica della natura, frutta di una persistenza fissista, dove la determinazione diviene determinismo e l’espressione automatismo, così rassicurante per l’uomo della modernità, imbaldanzito nell’idea di essere l’unico vero protagonista sul palcoscenico della natura.

La teleonomia – le cause remote di Ernst Mayr o i quattro perché di Nikolaas Tinbergen – di fatto crea un divario tra gli eventi sincronici, dall’esplicazione sufficiente dei fattori agenti nel qui e ora, rispetto al grande universo del vivente, che si appella ricorsivamente a cause non presenti. Ecco allora che è possibile leggere l’intenzionalità di Brentano mettendo tra parentesi la coscienza, giacché intenzionale è ciò che è vincolato a un riferimento, ciò che è coniugato filogeneticamente. La natura è pertanto apertura, l’acrobatica del vivente che nietzschianamente è vivo proprio perché non ripiegato su se stesso, perché carente di spiegazione, perché instabile nel suo dominio. Ecco allora che la classica dicotomia natura vs cultura, stabile e certa la prima quanto magmatica e creativa la seconda è palesemente smentita dal pensiero trasformista, a partire dallo stesso Jean-Baptiste Lamark.

D’altro canto l’evoluzione dell’evoluzionismo ha modificato alla radice gli scenari interpretativi, il milieu stesso all’interno del quale l’uomo cerca le sue coordinate di bello e di sublime. Se per Leopardi il naufragare era possibile grazie alle certezze e alla stabilità dell’ermo colle, oggi è la deflagrazione nelle infinite forme dell’umano che rende certo e stabile l’umano stesso. L’umano diviene bello perché lontano dalla metrica pitagorica, perché capace di tracciare spazi non-euclidei, perché vulnerabile e infedele a se stesso, perché così prossimo e confuso nella famiglia d’erbe e di animali, perché dominato dal suo sapere, che lo affardella di responsabilità, perché incapace di disgiungere, infuso com’è nel nodo gordiano delle coniugazioni. L’ibrido non è più il mostro da temere o disprezzare, la regressione nell’ancestrale, la benzina che alimenta la macchina antropologica della segregazione, giacché ora sappiamo che questo strano essere lunare e schivo, spaventato e incattivito, artefatto senza creatore… siamo noi.

Eleonora
Eleonora
Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it

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