mercoledì, febbraio 20, 2019
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“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”- di Roberto Marchesini

Blade Runner

Costruire o riprogrammare l’uomo. Sembra solo un titolo sensazionalistico atto a catturare l’attenzione di distratti lettori e, tuttavia, la tecnoscienza degli ultimi decenni ci ha abituato a un’inversione dell’abituale canone dialettico scienza/fantascienza rendendo operativa ancor prima che narrativa ogni possibilità d’intervento sulla realtà. Così se Giulio Verne poté essere definito da Franz Born L’uomo che inventò il futuro,  oggi assistiamo alla difficile rincorsa della letteratura, nell’organizzare in una narrazione coerente e conseguente, gli scenari che la tecnica mette a disposizione. Ma non è solo la fantascienza a trovarsi nello scomodo ruolo di ancella descrittiva.

Anche l’analisi sociologica e antropologica sembra arrancare di fronte alla magmatica metamorfosi identitaria che emerge nell’ultimo decennio del Novecento. Per non parlare dell’etica, che con Van Potter a partire dagli anni ’70 si fa bioetica, trovandosi a svolgere l’ingrato compito censorio e perciò stesso, funestata da un ritardo implicito, costretta a discutere di prassi già surclassate da nuove potenzialità. Il prefisso “bio” nella seconda metà del secolo breve e quello “neuro” degli ultimi decenni modificano e strutturano nuovi campi del sapere in economia, politica, etica a stigmatizzare cesure ma soprattutto a sottolineare la cogenza di richiami forti alle nuove conoscenze scientifiche.

Clonazione, sistemi ibridi, anticorpi monoclonali, nanotecnologie, chimerizzazione, computer organici: il susseguirsi di capacità operative sempre più invasive, vale a dire in grado di entrare nel cuore stesso del sistema identitario, con la conseguente proiezione di orizzonti prossimi venturi capaci a un tempo di entusiasmare come di disarmare – quali il mind-uploading, l’ibernazione, l’immortalità – ha dato vita a un clima culturale con una forte connotazione, per molti versi in netto contrasto rispetto al tranquillizzante – seppur in declino e ammorbato da incapacità nel rispondere alle crisi della contemporaneità – paradigma umanistico.

La suggestione autopoietica può essere perciò attribuita all’orizzonte ellittico che la tecnoscienza contemporanea ha consegnato all’essere umano in soli due secoli, e specialmente nell’ultimo, ponendo nelle sue mani una capacità operativa che non solo ha investito la realtà esterna ma le coordinate stesse dell’identità dell’uomo. Mi riferisco in particolare a due rivoluzioni che hanno caratterizzato la seconda metà del Novecento, quella biotecnologica e quella informatica. Dalle pieghe di queste affermazioni tecnopoietiche, foriere di caleidoscopiche proiezioni e linee di fuga verso traguardi avveniristici, sorge una poetica – possiamo considerar gli anni ’90 come punto di partenza di questa metamorfosi culturale – che sembra rinverdire le esaltazioni futuristiche verso la macchina e verso la velocità.

Ho precisato “sembra” perché in realtà la riflessione è molto più complessa, problematicamente più disposta a sottoporre a batterie critiche e consequenzialistiche questi avventi, più che annunciarne con entusiasmo il potenziale. Si tratta di un clima e di una collezione di stilemi non sempre omogenei che tuttavia dimostrano che qualcosa sta cambiando o che comunque l’uomo sta avvertendo un mutamento nella definizione della propria identità. Si tratta di un’identità rinegoziabile o addirittura da abbandonare quale inutile vestigia di un passato remoto, seppur prossimo o addirittura presente, in un hic et nunc che si allontana pur nella persistenza replicativa dei doppi virtuali: dagli avatar al proliferare digitale di immagini ad alta definizione che tolgono al passato quell’alone di vaghezza propria dell’analogico.

E così i followers dei social networks non necessariamente sono presenze reali, ancorché interattive e capaci di definire una share e quindi di spostare delle politiche di marketing: l’assenza si fa presenza. Da un’identità fortezza, quasi castello medievale capace di delimitare con certezza le segregazioni e le emarginazioni, dicotomica nella sua dialettica esclusiva e nel rigettare l’alterità, si passa a un’identità comunale, fondata sul commercio, sui processi ospitali, sulle interfacce a banda larga e perciò stesso metamorfica e plurale, rizomatica e inclusiva, infettata e impura.

A questo scenario teratomorfico, che elegge il mutante quale volano di biodiversa-abilità, che trasforma il freak di cinematografica memoria da fenomeno a epifenomeno artistico – si pensi alla poetica di Orlan – che surclassa il normodotato attraverso l’estensione o la surrogazione, che congiunge vulnerabilità e superpoteri – non a caso Spiderman e Batman interpretatono meglio di altri il confuso sentire di fin siècle – si risponde con stuporosa ignoranza, sovente utilizzando anacronistici modelli preumanistici. Angeli e demoni, funambolie tra humanitas e animalitas, regressioni nell’ancestrale e nella tellurica ferinità vengono contrapposte a emancipazioni nell’immateriale, peccati di hybris e di libido sciendi, prometeismo scatenato ed escatologie mitologiche, dominano lo scenario interpretativo, dimostrando in primis un’endemica incapacità di lettura sia nella caduta tecnofobica che nella trasformazione entusiastica e salvifica della prassi tecnoscientifica.

Blade-Runner-Eye

Apparentemente le proposte sembrano deflagrare in direzioni descrittive e interpretative profondamente diverse e per certi versi antinomiche. Notiamo, per esempio, l’affermazione di sogni iperumanistici – capaci di inverare l’iperbole pichiana dell’emancipazione – che declamano l’obsolescenza del corpo biologico per transitare ad altri substrati inorganici o addirittura sublimare in informazione pura. Per contro, viene dichiarata la fine dell’antropocentrismo, sia di matrice neoumanistica, quale si riscontra in Gehlen, sia di tipo oppositivo, propria del pensiero di Heidegger, sancendo la definitiva chiusura della parabola umanistica. D’altro canto si rende evidente il venir meno di quella liminarietà certa e perspicua caratterizzante il dominio ontologico ed epistemologico dell’umano.

Si sente cioè il bisogno di ridefinire e di rinegoziare le soglie d’interfaccia e di appartenenza, ma proprio in questo sforzo si rende più esplicita la difficoltà di trovare una fondazione solida al principio antropo-poietico e più in generale a quello ontologico. Ci troviamo di fronte a oscillazioni di sfondo che stentano a rinvenire controparti capaci di delineare prospettive omogenee e stabili – la categoria oppositiva di “animalitas” viene decostruita in progressione crescente dalle diverse evoluzioni del pensiero darwiniano, mentre la dimensione del macchinico sfuma in un inquietante doppelgänger che incrocia la carne e la somaticità dell’uomo nel suo presentare una corporeità senza organi – e questo mette in discussione la certezza dell’appartenenza identitaria e l’appellarsi a un’implosione esplicativa. Riesce sempre più difficile, in altre parole, rinvenire quei predicati essenziali e fondativi capaci di evitare il rischio tautologico.

La dimensione teriosferica, vale a dire gli eterospecifici, liberatasi dalla camicia di forza della categorizzazione nell’animalitas, e quella tecnologica, non più solo simulativa e ripetitiva, non più apparenza priva di sostanza ma presenza operativa all’interno dell’humanitas, pongono il problema dell’eccentramento come nodo cruciale della discussione. Super-eroi, replicanti, alieni, cyborg fanno il loro ingresso nel proscenio identitario da nuovi protagonisti, in grado di interpretare il disagio di fine secolo e la vulnerabilità esistenziale molto meglio della kalokagatia umanistica.

I personaggi che escono dai romanzi di Philip Dick e di James Ballard, dai film di John Carpenter e di David Cronenberg, dalle performance di Matthew Barney e Marcel lì Antunez Roca, dalle tele di Daniel Lee e di Karen Andersen non hanno nulla in comune con il pueromorfismo botticelliano o con la body art. La più volte riportata affermazione del replicante Roy Batty, nel film Blade Runner di Ridley Scott: «Io ne ho viste di cose che voi umani non potreste immaginarvi» reca in sé un portato eccentrativo per alcuni versi sconcertante ma per altri carico di suggestioni.

 

Roberto Marchesini

Eleonora
Eleonora
Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it

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