lunedì, settembre 23, 2019
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Post-human in 10 mosse – di Roberto Marchesini

Il corpo potumano

Il problema dell’identità, che alla fine dell’Ottocento catalizzava sull’individuo e sull’espressione della soggettività il proprio focus di problematicità – si pensi alle tematiche proustiane sulla vulnerabilità del lavoro aggregativo della memoria o a quelle di Pirandello sull’incertezza del profilo nei contesti sociali e relazionali – lungo tutto il Novecento ha investito la condizione umana nella sua globalità, ponendo al centro la questione antropologica ancor prima che quella psicologica.

L’erosione di un limes, che nelle espressioni umaniste appariva nitido e sicuro, avveniva sotto l’influenza di una pluralità di fattori: l’azzeramento di alcuni operatori disgiuntivi antropotropici come le dicotomie “natura vs cultura”, “uomo vs animale”, “biologico vs macchinino”; la crescente messa in mora dell’antropocentrismo a seguito dello sviluppo del pensiero darwiniano, nel definire per l’uomo uno spazio di parzialità adattativa ovvero non di universalismo e parimenti nel creare un’interfaccia di commercio e di prossimità con gli altri animali; la modificazione del corpo operata dalla declinazione tecnomorfica, portata a ridefinire i canoni estetici che da antropoplastici assumono sempre di più profili derivali ossia disgiuntivi rispetto al modello vitruviano, verso un sublime tecnologico e un bello teriomorfico.

Da tutto questo e da altro ancora emerge quella riflessione sul futuro dell’uomo che siamo soliti chiamare questione postumana, che non indica di per sé l’uscita dell’uomo dalla dimensione umana quanto piuttosto una riflessione sull’evoluzione della condizione umana, intesa quest’ultima non tanto come semplice appartenenza di taxon bensì come “modo di esserci” nei parametri intenzionali, relazionali, di interfaccia, declinativi e performativi. Sulla questione postumana diverse possono essere le posizioni filosofiche di interpretazione, ancor prima che di giudizio; nel mio saggio Posthuman ho distinto una posizione iperumanista, portata a ritenere la techné come fureria tecnopoietica a disposizione dell’essere umano per rendere finalmente concreti e raggiungibili gli obiettivi elevativi e disgiuntivi propri della proposta umanista pichiana, da una posizione postumanista che, viceversa, considera la techné un canale di comunicazione e di congiunzione con le alterità e un volano che antropodecentrando favorisce la capacità di assumere una posizionalità meno parziale e più critica.

Da questo si può evincere chiaramente una differenza netta tra la questione postumana e la filosofia postumanista, che spesso non solo vengono confuse ma banalmente si considera la prima come il frutto delle ellissi tecnologiche in essere e futuribili, e la seconda la sua elegia celebrativa.

Gli argomenti messi sul tavolo di discussione dalla filosofia postumanista ci chiedono prima di tutto di sospendere per un attimo le fantasmagorie di certa pubblicistica – basate su programmi di emancipazione dal biologico, trasmigrazione in dimensioni eteree, esistenze in iperurani informatici, diaspore della specie in multiformi biotipi, performatività iperboliche, accessi alla vita eterna – che catalizzano l’attenzione sui loro accenti pindarici ma non aiutano a comprendere le vere questioni in campo.

Rischiamo di confinare i termini del problema all’interno della dimensione stuporosa, ovviamente polarizzando gli astanti in tecnofili e tecnofobi, rimettendo poi a un improvvisato giudizio etico questioni che andrebbero prima di tutto esaminate sotto il profilo ontologico ed epistemologico, all’interno di una cornice interpretativa ben più complessa.

Innanzitutto il termine postumanistico va chiarito e contraddistinto rispetto ai programmi più o meno fantasiosi di transumanazione e ai cosiddetti “progetti postumani”, attribuibili più alla fantascienza che all’analisi filosofica. Il fatto è che la proiezione fantascientifica ha a che fare con il presente, è transrealista – per utilizzare le parole dello scrittore Rudy Rucker –, vale a dire è portata a cogliere e a esprimere gli spazi-del-possibile situati oltre la superficie del reale stesso. La fantascienza porta in evidenza i campi virtuali in essere nel presente, per cui negli anni sessanta, abbacinati dai missili spaziali, immaginavamo per il “Duemila” viaggi interplanetari alla portata di ciascuno e non eravamo in grado di prevedere la rivoluzione digitalica. Questo significa che a oggi è impossibile dire quali delle proiezioni in essere – ciò che abbiamo definito come contenuti transreali – si potranno avverare e quali eventi imprevedibili al contrario andranno a dare una connotazione specifica al futuro che ci attende. Mettiamo perciò tra parentesi il luna park tecnofantasioso e cerchiamo di perimetrare le coordinate di pensiero al cui interno si muove la filosofia postumanista.

Con il termine di “postumanismo” intendiamo una matrice di pensiero che non si pone in antitesi all’umanismo ma come rivisitazione di questo – non è un antiumanismo – definendo alcuni aspetti di cui si propone come continuatore e acceleratore e altri che viceversa vengono rigettati in quanto considerati non più pertinenti nel milieu culturale che si è venuto a configurare soprattutto a partire dalla seconda metà del xix secolo. Rispetto ai punti in comune tra postumanismo e umanismo, vanno ricordati: la considerazione diacronica dell’identità e la collocazione storica dell’autore, la differenza tra dimensione di specie e condizione umana, l’individuazione nella cultura del volano antropopoietico, l’ammissione di una caratterizzazione tecnopoietica o prometeica dell’essere umano.

Le divergenze d’altro canto sono assai rilevanti e vale la pena ricordarne alcune tra le più eclatanti:

1. la concezione non autarchica della cultura e dell’antropopoiesi e, di conseguenza, della condizione umana,

2. l’ammissione di uno statuto dialogico delle alterità non-umane, da cui la visione co-fattoriale o epimeteica del processo creativo;

3. la negazione del concetto di strumento, nel senso classico del termine – oggetto utile per realizzare fini inerenti – nella considerazione che ogni supporto determina uno slittamento ontologico e quindi una modificazione dei fini;

4. il superamento della strumentalizzazione delle alterità, in una concezione relazionale e affiliativa di co-appartenenza;

5. la visione dialogica della techné, intesa come funzione di commercio culturale con le alterità ove l’esito tecnopoietico non è altro che il frutto di tale commercio;

6. il rifiuto dell’antropoplastica vitruviana sia in epistemologia – l’uomo come metrica e sussunzione del mondo – sia in estetica nella definizione del bello e del sublime;

7. l’assunzione di slittamenti nella definizione dei fini e non solo dei canoni performativi nei processi di antropopoiesi;

8. l’idea che la carenza non è una condizione originale e onerativa che chiede alla cultura la funzione di esonero, ma è l’esito del legame culturale con le alterità, cioè il frutto stesso della cultura;

9. la concezione antropodecentrativa del farsi-umano, inteso non più come emancipazione-disgiunzione dalle alterità bensì come introiezione delle alterità;

10. la trasformazione del sapere da dominio sul mondo, o gravitazione antropocentrata, a coniugazione al mondo, o allargamento antropodecentrato.

Per certi versi la filosofia postumanista si pone come chiave di lettura di processi e dinamiche sociali e ontogenetiche agenti nella contemporaneità, che vedono nell’infiltrazione della mediazione tecnologica la loro salienza. Si tratta di processi inimmaginabili solo cento anni fa e che quindi richiedono una focale di problematicità molto più aderente nel tradurre il dettaglio consequenziale rispetto alle paleotecnologie del xx secolo, verso le quali poteva ancora funzionare la strategia tolemaica dell’ergonomica. Oggi viviamo in un’infusione tecnologica che non può più essere perimetrata nell’immagine del guanto che potenzia un predicato umano inerente, disgiunge la decisione dalla messa in opera, contribuisce a mantenere l’organo in una condizione indeclinata – quale si evince nel mito prometeico.

StelarcLa consapevolezza del significato riorganizzativo del supporto tecnologico, che sempre si fa carne attraverso il ricablaggio del network sinaptico e dei sistemi umorali – per esempio il sistema endocrino e il sistema delle citochine – ci fa comprendere come sia erronea l’idea di una tecnologia amniotica, avvolgente, epidermica ovvero utile non solo a favorire performatività ma a mantenere pura-embrionale l’essenza umana. Per altri versi la filosofia postumanista si propone una nuova lettura dell’umano che va oltre il qui e ora dell’emergenza informatica e biotecnologica, degli spazi virtuali di comunicazione e decisione, delle identità multiple e transitive, dei problemi di emergenza ecologica o di allargamento ad altre entità nel novero dei pazienti morali, per offrire una versione differente di una storia, quella umana, ormai non più credibile nei canoni mitopoietici della frontiera.

Il postumanismo è una prospettiva coniugativa, che vede nell’ibridazione e non nell’epurazione, nella contaminazione con l’altro e non nella separazione dall’altra, nell’agape e nella condivisione e non nell’autorealizzazione egoteistica, il modello interpretativo della conoscenza e della techné come forma di conoscenza. In tal senso per comprendere appieno la proposta postumanista è necessario rifarsi non tanto alle fascinazioni tecnomorfiche, che non fanno altro che cambiare i costumi e le ambientazioni, ma che in definitiva ripropongono pedissequamente i topoi della frontiera.

 

Roberto Marchesini

Eleonora
Eleonora
Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it

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