mercoledì, ottobre 23, 2019
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SE IL CANE DICE “CIAO” E L’UOMO DICE “BAU”? Colloquio con Roberto Marchesini

Metropolis

Riportiamo un’interessante intervista a Roberto Marchesini realizzata dalla redazione di Neuroscienze Anemos

Non sarebbe più corretto definire “l’alterità” come la parte inafferrabile del sé (umano) – cioè come questione aperta e irrisolvibile di ogni singolo individuo – e usare invece il termine “diversità” nel rapporto uomo-animale? In altre parole: alterità come questione tra sé e sé di ciascun uomo, diversità come rapporto tra entità differenti tra loro.

RM: Il punto centrale riguarda il modo di considerare l’identità umana: se la riteniamo un’entità autarchica autofondata e in evoluzione solipsistica, tale per cui effettivamente si possa riscontrare una purezza nei predicati, oppure se riteniamo l’identità umana una dimensione che trascende l’uomo come specie – come entità filogenetica – e i cui fondamenti ontologici non coincidono con l’essere umano. La filosofia postumanistica, da me presentata, propende per questa seconda ipotesi, rigettando l’idea di un esclusivo dialogo interno all’uomo nella definizione identitaria. Seguendo tale paradigma il non umano, sia esso di natura teriomorfa o tecnomorfa, solo all’origine è esterno all’identità umana – è un interlocutore qualificabile come “diversità” – essendo poi pienamente introiettato nella dimensione umana. Il concetto di alterità animale si riferisce perciò a quelle coordinate antropo-poietiche non umane che declinano l’uomo per farlo diventare umano.

Il rapporto tra uomo e animale pone inevitabilmente la questione dell’evoluzione naturale (come l’ha intesa Darwin). Se siamo “animali intelligenti”, non è sulle diverse caratteristiche delle rispettive intelligenze – e solo su queste – che dovremmo ragionare?

RM: Ci sono almeno due modi di considerare Darwin e il darwinismo. Il primo riguarda prima di tutto il pensiero biologico che trova nel naturalista inglese il suo Galileo Galilei, vale a dire l’iniziatore di un grande progetto di ricerca che non si limita alle sue opere, in primis al saggio “L’Origine delle specie”, ma che continua solo per fare un esempio nel grande dibattito tra Richard Dawkins e Stephen J. Gould. Questa ricerca è interessata soprattutto a comprendere il fenomeno evoluzionistico e a trovare i grandi fattori causali che lo caratterizzano. Il secondo concerne le conseguenze filosofiche del darwinismo, non esplicitate da Darwin, ma già sottolineate da un grande commentatore di tale pensiero, mi riferisco a Ernst Mayr. Se evitiamo la mera applicazione del darwinismo alle scienze umane, come in sociologia o antropologia – come purtroppo spesso si è fatto producendo aberrazioni quali l’eugenetica – e viceversa riflettiamo filosoficamente sul nucleo instabile del pensiero darwiniano, ci troviamo di fronte ad alcune conseguenze a mio avviso molto interessanti: 1) che la diversità non può essere ricondotta all’interno di una metrica, per cui ogni comparazione dovrebbe limitarsi a capire le differenza come modelli specifici di correlazione al mondo; 2) che la questione uomo-animale così come usualmente posto non abbia fondamento perché il secondo termine assimila il primo e il discrimine si basa su un bias prospettico, come il termine barbaro. Orbene in questa logica l’universo intellettivo è un continente ancora tutto da esplorare da parte dell’uomo e questo ci porta da una parte a essere umili dall’altra a sognare come Ulisse o con la trepidazione di Argonauti nella Noosfera.

La zooantropologia suggerisce anzitutto una domanda: il piacere di vivere con un animale (cavallo, cane o gatto che sia) scaturisce da un richiamo ancestrale alla nostra animalità primordiale, da ragioni funzionali e opportunistiche (lavoro, compagnia, terapia, ecc.), dal bisogno di alleviare la nostra solitudine, o da tutte queste cose insieme?

RM: È difficile per me ragionare intorno a un’animalità primordiale, concetto che implica l’esistenza di una condizione animale oppositiva all’umano o regressiva rispetto ai predicati umani. Quello che ho cercato di mettere in discussione nel mio lavoro è proprio l’infondatezza di tale presupposto per cui le coordinate indiziarie di ancestralità le lascio a Cesare Lombroso. Incontrare il prossimo eterospecifico è posizionarmi nel proprio presente e si fonda sul presente di ciascuno di noi, ovvero sull’intera dimensione identitaria che ci porta a usare un computer, a dialogare attraverso un collegamento remoto, a rivivere il passato attraverso un videotape. L’esistere quale gravitazione in un qui e ora significa affacciarsi sul mondo e interscambiare informazioni – e con questo non intendo solo un algido lavoro informativo ma un modo complessivo di costruire costanti correlazioni col mondo. Anche il vedere nel rapporto un utilizzo (animale strumento) o una compensazione (antropomorfizzazione) è l’esito di una visione antropocentrica che nega il dialogo con l’eterospecifico perché isola l’uomo nel solo rapporto con se stesso.

Il mito letterario della fusione tra uomo e animale risponde al citato richiamo ancestrale o si configura come il tentativo di esorcizzare l’atavica paura della “bestia selvaggia”, dell’imperscrutabile non-umano?

RM: La maggiore difficoltà è uscire da queste cornici culturali che, come i brainframes richiamati da Derrick De Kerckhove, impediscono di leggere il rapporto con l’eterospecifico in un’ottica che non sia quella del Mister Hyde di Stevenson, de “La bete humaine” di Zola, del “Lord of flies”di Golding, di “Heart of Darkness” di Conrad, ossia dell’eterospecifico come sinonimo della ferinità quale sponda di regressione. Più che di un’atavica paura penso si tratti di una cornice culturale che, tratteggiata già nei postsocratici, ha trovato poi terreno fertile nell’umanesimo, sino a costruire un paradigma interpretativo al darwinismo. Nella visione postumanistica gli eterospecifici non rappresentano l’ancestrale brutale e selvaggio bensì la sponda ispirativa della musica, della danza, della cosmesi, della moda, della tecnologia. Più che di una fusione parlerei di un’accoglienza di predicati ove il farsi animale ricorda in qualche misura l’idea sciamanica di acquisire nuove dimensioni esistenziali attraverso l’alterità e non regredire in una fantomatica propria bestialità.

Le nuove tecnologie, informatica innanzi tutto, e poi gli studi sulla robotica e sull’intelligenza artificiale, in altre parole gli strumenti che affiancheranno sempre più l’attività del pensiero umano, possiamo considerarle delle “protesi” destinate a compensare le nostre carenze, o semplici utensili che solo la nostra intelligenza saprà gestire?

RM: La tecnologia non compensa delle carenze ma, al contrario, crea dei bisogni: l’esempio che abbiamo sotto gli occhi è quello del telefono cellulare; la mia generazione sa bene che un tempo se ne faceva benissimo a meno ma che ora se ti manca ti senti nudo. La filosofia postumanista non legge la tecnologia in senso strumentale ma come partner in grado di far emergere nuovi predicati. Ecco allora che comprendiamo il concetto di “Out of Controll” di Kevin Kelly, un paradigma per la lettura dell’evento tecnopoietico ma soprattutto una conseguenza che oggi non resta confinata alla fantascienza e all’immaginario di Blade Runner o di Matrix. Certo l’algoritma genetico rappresenta la perspicuità di questa evenienza, ma qualunque tecnologia ha in filigrana delle emergenze che sono al di fuori del controllo umano. Quando l’essere umano si ibrida con una nuova tecnologia non supplisce a una carenza né potenzia un predicato, bensì fa emergere dei nuovi predicati. In questo la gestione totale è una mera chimera.

L’uomo da sempre ha imposto le sue regole alle specie “inferiori”, natura compresa, considerando la propria intelligenza come “naturalmente” dominante. Secondo gli studi da Lei effettuati, e considerando gli effetti della conoscenza conseguita su animali e ambiente, ci saranno significativi cambiamenti in futuro o l’uomo non rinuncerà mai al dominio esclusivo sull’intero pianeta?

RM: Non sono troppo d’accordo su questa mitopoiesi del cammino dell’uomo, mi pare più l’esito di una lettura sciovinistica oppure della solita lamentazione ambientalista o addirittura new age. Come ha sostenuto Mayr nel suo monumentale “Storia del pensiero biologico”, con Darwin decade l’idea aristotelica di “scala naturae”, per cui continuiare a insistere con parametri quali superore/inferiore mi pare perlomeno un anacronismo. L’uomo è una specie che con i suoi 7 miliardi popolazionali e con il suo regime energivoro rischia di mandare tutto a carte quarantotto e sarai lui il primo, se pur non il solo, a pagarne le conseguenze. Penso che oggi si debba rivedere il paradigma umanistico, accogliendo le sue importanti conquiste di singolarità esistenziale e di piano diacronico del divenire, ma evitando le strettoie dell’antropocentrismo che non ci consentono di capire la tecnoscienza – e più in generale del sapere quale coniugazione col mondo e non dominio sul mondo – e parimenti di considerare gli effetti sull’uomo, e non solo sul piano ecologico, della distruzione della biodiversità.

Come interpreta, dal punto di vista zooantropologico, la clonazione degli animali e la futuribile produzione artificiale di cellule umane (si parla del 2020…)? Sul piano puramente tecnico, si potrà arrivare a una effettiva fusione tra uomo e animale? 

RM: La tentazione di leggere la tecnoscienza come una sorta di luna park di possibilità è sempre forte, ma c’è una differenza tra fantascienza e scienza, come dimostra la storia: negli anni ’60 pensavamo al duemila come a un mondo solcato da astronavi a uso domestico e nessuno viceversa si immaginava la rivoluzione digitalica. Per questo penso che si debba mantenere una certa riserva circa le proiezioni mirabolanti basate sul presente. Detto questo ritengo molto più probabile una maggiore attenzione verso gli intimi funzionamenti del vivente e prassi più rispettose di questi – una medicina più molecolare, principi terapeutici più direzionati su specifici bersagli – piuttosto che sconvolgimenti da prometeismo scatenato. La scienza contrariamente a quanto si crede ha sempre agito come emendatore dell’antropocentrismo, come intuito da Gaston Bachelard, piuttosto che assecondare i sogni o gli incubi dell’essere umano.

Alcuni studiosi hanno imparato a leggere la memoria genetica di un gorilla femmina e a decrittare il suo linguaggio mimico, altri hanno studiato i comportamenti dei cani stabilendo l’utilità di istituire per loro la figura dello psicologo, per non parlare della ricerca sulla comunicazione fra gli uccelli, dei quali si sono capiti i richiami essenziali. Il linguaggio animale è un fatto scientifico di cui si conoscono i termini, o si tratta di speculazioni che tentano – ancora una volta – di annullare la distanza tra specie diverse?

RM: L’etologia non ci ha regalato L’Anello di re Salomone ma ci ha fatto comprendere che l’universo degli animali è fatto di modi diversi per raggiungere universali esistenziali, come percepire il mondo, comunicare, gratificarsi, apprendere, risolvere i problemi. Non si tratta di annullare la distanza tra le specie bensì di riconoscerla. La differenza non è piccola! I sensi degli animali ci dicono che ogni specie percepisce una realtà differente, per cui le proprietà percettive delle specie rappresentano fattori di differenza e non di uguaglianza. Ammettere una mente animale significa aggiungere un nuovo fattore di differenza (l’elaborazione dell’informazione) accanto alle altre funzioni che appalesano la differenza come gli organi di locomozione, l’apparato gastroenterico, il sistema endocrino-immunitario. 

 

 

Eleonora
Eleonora
Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it

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