giovedì, maggio 23, 2019
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Narciso e Dorian Gray. Black Mirror e la paura del riflesso

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Molti ricorderanno le parole di Marshall McLuhan sull’interpretazione dei media, come la sovrapposizione tra media e messaggio, l’effetto psichedelico del primo impatto, la duplice natura potenziativa e amputativa del media; indubbiamente lo studioso canadese aveva colto nel segno quando sottolineava la nostra vulnerabilità di fronte alle innovazioni mediatiche, una sorta di esposizione capace di fare emergere fenomeni sociali ed espressioni individuali tutt’altro che riferibili a una presunta neutralità del media.

Derrick De Kerckhove, importante sociologo della cultura digitale, attribuisce al media la caratteristica di dar luogo a una sorta di brainframe, ovvero di estendere la propria influenza al di là dello specifico campo di agibilità, predisponendoci a leggere il mondo in un certo modo. L’esempio che l’autore fa è come la scrittura greca, da sinistra a destra, ci faccia vedere la realtà attraverso questa direzionalità elongativa, mentre quella araba inverta la direzionalità percepita.

Il discorso sui media può peraltro essere allargato al nostro rapporto con la tecnologia nel suo complesso, un’interazione che per tradizione umanistica leggiamo in senso non ibridativo, vale a dire come se il gadget tecnologico si limitasse ad affiancare il corpo senza modificarne l’organizzazione funzionale, esattamente come un guanto, che avvolge ma non penetra nella mano anzi, la protegge disgiungendola dalle impurità del mondo esterno ed esonerandola dalla funzione diretta. Secondo la tradizione umanistica, basata su una concezione autarchica e autopoietica dell’umano, la techne, in tutte le sue dimensioni esplicitative, mantiene un profilo esterno: è potenziativa di predicati e non li modifica, è ancillare rispetto ai fini che l’essere umano si pone e non li determina, si dispone su matrici di ergonomia e non opera slittamenti sul corpo, è epurativa di mondo e non determina contaminazioni, è esonerativa rispetto alla chiamata funzionale e non produce declinazioni performative.

Come si vede, tanto McLuhan quanto De Kerckhove prendono le distanze da questa lettura di ancillarità e neutralità della tecnologia dei media. D’altro canto l’influenza poietica del mondo, della sua azione strumentale sul corpo, può essere rinvenuta in autori del Novecento molto differenti tra loro, pensiamo al concetto di a-posteriori filogenetico in Konrad Lorenz e a quello di affordance di James Gibson. L’antropocentrismo ontologico, oscillante tra un ritorno all’essenzialismo e un’antropo-poiesi autocompensativa, entra così in uno stato di profonda crisi negli ultimi decenni del XX secolo, da cui l’avvento di ciò che possiamo a buon titolo definire “temperie postumanistica”. La techne mostra il suo vero volto di partnership ontopoietica nella dimensionalità umana: l’essere virale e non meramente probiotica, l’essere sempre infiltrativa e mai avvolgente, il determinare l’emergenza di nuovi predicati e nuovi fini ovvero di slittamenti metapredicativi sull’umano, l’agire in senso dissettorio sul corpo imponendogli nuove organizzazioni declinative.

Possiamo dire che in una prospettiva postumanistica si riconosce all’umano la sua implicita condizione ibrida. Per contro è evidente che tale consapevolezza può muovere più di un timore oltre che sogni allucinogeni e tuttavia entrambe queste disposizioni rappresentano una sorta di rifugio psicologico all’interno di una ancora perdurante prospettiva umanistica. Vedere nella tecnopoiesi la dannazione o la salvezza testimonia di una risonanza essenzialistica che vede l’umano come un’entità che si riconosce nel suo nucleo e non nelle sue liminarietà. Ecco allora che la lettura terrorifica si rifà alla paura della contaminazione e del dilavamento dell’identità mentre quella soteriologica presume e sottintende un processo di sublimazione del contenuto umano attraverso l’intervento tecnoalchemico.

Assumere consapevolezza della condizione ibrida dell’umano, che non riguarda esclusivamente il nostro presente o l’avvenire – giacché siamo sempre stati “postumani”, se con tale termine intendiamo entità ibride e non fondate iuxta propria principia – significa scartarsi tanto dalle immagini terrorifiche quanto da quelle soteriologiche. Ma è evidente che si tratta di un processo in divenire perché è indubbio che la nostra sensibilità sia ancora incredibilmente umanista, cosicché il mito della purezza essenzialista, l’immagine dell’umano incontaminato, l’estetica del candore e della verginità, il sogno verticale della sublimazione angelica campeggiano ancora, apparentemente indisturbati e imperturbabili anche all’interno dell’immaginario fantascientifico.

È indubbio che l’evolversi di specularità frattaliche nel nostro quotidiano sia frastornante ed è altrettanto palese l’effetto derivale: ne sono un esempio i social media che in quest’ultimo decennio hanno modificato profondamente il milieu di partecipazione sociale, con trasformazioni che non hanno toccato il mero aspetto espressivo e conviviale, ma hanno dato vita a fenomeni aggregativi di rilevanza politica e culturale. Ecco allora che il solo notare come l’esperienza della metropolitana sia radicalmente mutata, nel panorama ecologico di entità chiuse nel loro mondo interno, che hanno posizionato in secondo piano la loro presenza spazio-temporale, ci porta a guardare con diffidenza lo specchio oscuro del media nonché gli atteggiamenti umani a essi votati in modo narcotico, quasi fosse risultanza di un narcisismo infantilizzante coccolato e incentivato da burattinai occulti.

Immagine tratta dalla serie Black mirror

Non vi è dubbio che la serie Black Mirror segua questo filone critico, mostrandoci i paradossi di una presenza continuamente fuorviate da interventi esterni resi possibili proprio grazie alle nuove tecnologie informatiche. Così se nell’episodio “White Bear” la spettacolarizzazione dell’espiazione seriale esorbita il crimine stesso che vorrebbe punire, assimilando il pubblico nello stesso crimine, in “White Christmas” ci mostra quale potrebbe essere uno dei possibili esiti del mind downloading nella traduzione in schiavitù della propria copia di backup. In questi episodi, come peraltro in “15 Millions of Merits” e in “Nosedive”, il media diventa elicitatore diretto di una socialità che è soprattutto paura degli altri più che convivio.

Lo specchio oscuro crea cioè intrusività capaci di rendere ancora più vulnerabile il corpo affettivo dell’individuo. La personalità sembra subire la dissezione mediatica, l’esposizione di una psiche immatura e fragile, senza peraltro poter contare in alcuna residuale immunità: lo dimostrano due episodi particolarmente significativi in tal senso, ossia “The National Anthem” e “Be Right Back”.

San Junipero - Black Mirror
Immagine tratta dalla serie Black Mirror

E ritroviamo il tema del doppelganger, della copia che ci cammina a fianco o testimonia in un angolo oscuro, ma comunque presente e vicino a noi, come il famoso “ritratto di Dorian Gray”: la debolezza di quell’àncora posta a fondamento dell’individuo, la sua presunta singolarità. Ci troviamo di fronte a una novità?

Non direi, anche se indubbiamente la serie è ben confezionata, seppur la sua weltanschauung sia indubbiamente veteroumanistica. Due episodi tuttavia si discostano notevolmente dal solito leitmotiv dell’abbacinante, “San Junipero” e “Men Against Fire”, che ci mostrano aspetti in qualche modo differenti dal solito copione umanistico, proprio perché più calati sulla riflessione dell’ibrido e sulla metamorfosi dimensionale. In conclusione è indubbio che ogni specchio abbia sempre un’azione disarmante e tuttavia siamo nella direzione sbagliata se continuiamo a credere che la tecnologia altro non sia che un frattale di specularità capace solo di riflettere proiezioni solipsistiche.

Roberto Marchesini

Eleonora
Eleonora
Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it

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