mercoledì, febbraio 20, 2019
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Post-human Vs Trans-human

Transhumanism scienze

Informatica e biotecnologie negli ultimi decenni hanno modificato profondamente il nostro modo di leggere il rapporto tra corpo e techne, operando degli slittamenti di significato sostanziali rispetto alle tradizionali coordinate lasciateci in retaggio dalla cultura umanistica. A cambiare è il modo stesso di considerare l’interfaccia con la tecnologia che da supporto esterno, tutt’al più ergonomico, si fa dimensione, capace di ibridare l’identità umana.

Se fino a ieri lo strumento era ben riconoscibile nella sua estraneità e il suo rapporto con il corpo era appositivo, oggi la tecnologia diviene infiltrativa, confondendosi nell’intima struttura biologica. Così non può certo ricoprire il ruolo di semplice potenziatore di qualità umane, ma si trova ad assumere i connotati del virus: una volta nel corpo la tecnologia fa emergere nuovi predicati.

Parliamo di performance ibride, le qualità non possono essere estratte in purezza e non ci appartengono più totalmente. La prospettiva umanistica, basata sulla celebrazione del corpo immaturo e sulla centralità dell’uomo come misura del mondo – ne è una splendida rappresentazione l’Uomo di Vitruvio di Leonardo da Vinci –, perde inevitabilmente di competenza a raffigurare questo corpo meticciato, dove l’uomo non è più misura nemmeno di se stesso. L’umanismo insiste su una visione disgiuntiva, umano versus non-umano, e su una salienza dell’uomo rispetto al mondo oggi non più sostenibili.

Anche la pretesa autarchica dell’uomo demiurgo del suo destino, capace di essere ad un tempo contenitore di mondo e coestensivo ad esso, si trova in costante ambivalenza con i processi di trasformazione istruiti dall’esterno. E che il corpo dell’uomo fosse il centro gravitazionale di una rivoluzionaria metamorfosi culturale lo aveva ben compreso Michel Foucault che non a caso aveva parlato di una biopolitica come nuovo modello di ermeneutica sociale.

Ostinarsi a pensare alla tecnoscienza del XXI secolo attraverso gli strumenti interpretativi dell’umanismo non aiuta a comprendere le trasformazioni in atto e rischia altresì di accrescere quel pericoloso binomio sapere-dominio che purtroppo è all’origine di molte delle aporie della nostro tempo.

All’inizio degli anni Novanta un gruppo di artisti, tra cui Matthew Barney e Marcel.lì Antúnez Roca, iniziarono a mettere in crisi la visione antropocentrica attraverso una ricca produzione di performance tese a invertire il tradizionale quadro di riferimento della body art: dal corpo protagonista sul proscenio dell’artista si passava a un corpo palcoscenico, un corpo invaso e parimenti accogliente l’alterità, un corpo insomma che emergeva nella misura in cui dava spazio alle ibridazioni.

Manifesto cyborg
Manifesto Cyborg di Donna Haraway

Un percorso analogo veniva intrapreso dalla filosofa Donna Haraway, che nel suo Manifesto cyborg inaugurava la tematica della differenza ontologica come superamento della dicotomia natura-cultura. Alimentato da diversi rivoli, prendeva forma così un ampio dibattito incentrato sul superamento dei tradizionali confini dell’umano e riconoscibile nel vasto contenitore concettuale di “post human” che tuttavia, proprio per la vaghezza del termine, si prestava a più interpretazioni, spesso assai distanti o addirittura opposte tra loro: da un richiamo esplicito all’oltreuomo nietzschiano all’idea di obsolescenza del corpo, così come espresso dall’opera del performer australiano Stelarc, dalla critica all’antropocentrismo all’esaltazione dell’uomo come totipotente.

Le conseguenze di questa magmatica riflessione sull’umano che ha caratterizzato il passaggio di secolo sono ancora in gran parte da scoprire e comprendere, possiamo dire che si tratta di un cantiere aperto i cui contorni sono tutt’altro che definiti. Di certo stiamo assistendo a un veloce declino di quel paradigma umanistico che ha caratterizzato l’età moderna, ma non è chiaro cosa andrà a sostituirlo, se un neoumanismo riformato o una diversa struttura paradigmatica.

Nello scenario attuale spiccano almeno due correnti:

  1. la visione postumanista che si basa su una ridefinizione delle qualità umane, non più interpretate in modo antropocentrico come disgiunzione dell’uomo dal mondo ma lette come frutto dell’incontro con il non umano;
  2. la visione transumanista che sottolinea la peculiarità dell’uomo e vede nella tecnoscienza un modo per accrescere la disgiunzione ossia l’emancipazione dal biologico.

Se il postumanismo è a tutti gli effetti un’inversione di rotta rispetto all’umanismo, come visione integrativa dell’umano quale dimensione che non attiene solo all’uomo ma è punto di confluenza della relazione con le alterità, al contrario il transumanismo va ricondotto nell’alveo della tradizione emancipativa dell’uomo.

Per i transumanisti il concetto di “post-human” non significa critica all’antropocentrismo bensì perfezionamento, ossia potenziamento dell’uomo attraverso la tecnoscienza. Lo sviluppo vorticoso di molte aree di ricerca di punta negli anni ’70 avevano infatti creato i presupposti per una saldatura tra socio-antropologia e fantascienza.

È la nascita del transumanismo, una vasta corrente di pensiero che affida alla tecnologia una funzione ontologica, portando all’ennesima potenza l’antropocentrismo e mantenendo le coordinate di riferimento umanistiche, salvo considerare il corpo non come il centro della dimensione umana – pensiamo alla Venere di Botticelli – bensì come un vestito che va curato ma che parimenti si può cambiare o addirittura togliere per raggiungere la purezza. Transumanare significa considerare il retaggio biologico come un coacervo di vincoli, una vera e propria gabbia estranea all’identità umana, da cui ci si deve emancipare. Transumanare significa altresì dotarsi di strumenti di interfaccia – siano essi sensoriali o cognitivi, fisiologici o comportamentali – presi in prestito dalle alterità, per adire a un caleidoscopio di esperienze sempre nuove e mai scontate.

L’Eldorado transumanista può essere anche nel qui e ora, il salto non è spaziale bensì nelle dotazioni di interfaccia. Peraltro ad emergere è l’idea di esperienza come bene da tesaurizzare, da trasformare in identità, e quindi possedere, ma nello stesso tempo da esaurire in modo frenetico, in un gorgo autocentrato. Già, perché alla fin fine questo egoteismo si fonda su un’idea consumistica dell’esperienza: “provo, perciò sono”. Per assecondare questa libido esperienziale il corpo è centro gravitazionale e centro di fuga di continui percorsi di rivisitazione, un corpo macchinomorfo da truccare o da dopare.

La tecnoscienza è la musa e l’ancella di questo processo, dove il sapere diviene un totale dominio dell’uomo sul mondo e della mente sul corpo, con un pericoloso sorpasso alla già problematica idea baconiana di sapere come controllo, giacché in questo caso viene meno anche il prezioso consiglio di assecondare la natura. Transumanare vuol dire altresì considerare l’identità soggettiva come entità disincarnabile, dove alla res cogitans cartesiana si sostituisce l’ancor più aleatoria res informatica.

La mente come software, non funzione del sostrato neurobiologico o addirittura del corpo – come aveva sottolineato Francisco Varela – ma come pacchetto di informazioni estraibili in qualunque momento dal supporto incarnato e reinseribile in un altro, al limite anche di altra natura. È l’idea del mind uploading: scansionare l’informazione del cervello e trasferirla, momentaneamente o per sempre, in un hardware. Qui si aprono diversi scenari, non so dire francamente se carichi di fascinazioni o più semplicemente agghiaccianti. Uno può essere quello della vita eterna incarnata, grazie alla possibilità di replicare continuamente il proprio corpo – attraverso la clonazione e la crescita somatica accelerata – e trasferirvi il contenuto mentale.

Ma a questo punto perché insistere sullo stesso modello? Il corpo, come l’automobile, si apre a una molteplicità di modelli e la libido esperienziale ci consiglia, anzi ci ordina, di cambiare. E poi perché rinchiudersi ancora nella fragilità e nell’obsolescenza del corpo quando è possibile un’esistenza eterea sotto forma di informazione immateriale? Come bit posso spostarmi alla velocità della luce, irradiarmi nelle reti informatiche, incistarmi in un pacchetto virale e infettare il mondo, navigare nel tempo, teletrasferirmi, acquisire tutte le possibili altre conoscenze senza impegnarmi nel duro compito dell’apprendimento… insomma sono a tutti gli effetti figlio delle stelle.

La cultura transumanista trasuda di luoghi comuni e talvolta di conservatorismi, al di là dell’apparente vernice fantascientifica. C’è l’ossessione per la carne e l’esperienza estatica, il misticismo quale comunicazione diretta con l’eterno, l’interpretazione gnostica della salvezza come conoscenza, l’essenzialismo nel tentativo di estrarre il nucleo di purezza identitaria dal corpo, il dualismo come operatore interpretativo, l’antropocentrismo disgiuntivo che pone l’uomo al di sopra del mondo, il tutto condito di ottimistico consumismo e perbenismo. Le tecnologie per transumanare assumono un ruolo salvifico e come tale necessitano di carta bianca rispetto a qualunque riflessione, calamitano risorse e campeggiano come mostri energivori, fosse pure a spese del pianeta o di quell’80% di popolazione mondiale che sopravvive a stento. Il futuro angelico infatti non è alla portata di tutti, fondandosi su pratiche che, se mai attuabili, si presentano tutt’altro che economiche. Già perché forse ce lo stiamo dimenticando, ma questo furore antropocentrico, tutto volto al cielo, sta distruggendo la terra proprio bruciando risorse.

Eppure non tutto è da buttare nel magma transumanista e di certo non è condivisibile la critica di alcuni studiosi come Fukuyama, che si appellano all’essenzialismo per difendere uno status quo solo apparentemente libertario. Lo spauracchio dell’hybris, ovvero del limite da non superare e della moderazione come virtù, è sempre stato il pretesto per continuare a mantenere le sperequazioni vigenti. Se il transumanismo, soprattutto nella sua corrente right-wing (liberali di destra, repubblicani USA) e conosciuta come “estropianesimo”, ha indubbie componenti antropocentriche, al contrario del postumanismo, è altresì vero che la “Dichiarazione transumanista”, formulata da Bostrom nel 1998, enuncia tra i suoi principi la coordinata morale del benessere per tutti gli esseri senzienti, umani e altri animali, extraterrestri o intelligenze artificiali. Di certo ci troviamo di fronte a un fenomeno culturale dai contorni tutt’altro che definiti e dalle mille contraddizioni spesso nascoste tra le maglie del sensazionalismo.

(Immagini tratte da: Extrem Tech)

Roberto Marchesini

Eleonora
Eleonora
Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it

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