martedì, maggio 21, 2019
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Cosa significa entrare in un’età post-human?

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L’evoluzione tecnoscientifica del Novecento ha profondamente mutato le coordinate di riferimento dell’uomo contemporaneo che progressivamente si è trovato a dover fare i conti con tecnologie sempre più infiltrative e dialogiche e sempre meno affrontabili con il tradizionale paradigma ergonomico. Nella vecchia concezione lo strumento era di fatto un supporto esterno che potenziava le prestazioni umane senza peraltro metterle in discussione e, in tal senso, doveva modellarsi come un guanto sulle nostre caratteristiche anatomiche e funzionali. Si è cioè perseguita un’interpretazione della tecnosfera come un “mondo a misura d’uomo”, per usare le parole dello studioso Thomas Hughes, vale a dire pienamente dedicato e correlato.

Macchine, strumenti, automatismi vengono così ad assumere il profilo di una seconda pelle o di un’irenica dimora che come un amnios contiene, protegge, rassicura, esaudisce ogni desiderio. La tecnosfera diviene così sogno di un eden in terra dove è dato all’uomo il potere di raggiungere i propri fini. Ma fino a che punto possiamo ancora mantenere questa visione?

Le tecnologie informatiche, multimediali e soprattutto le biotecnologie hanno, al contrario, aperto uno spazio di ridefinizione profonda della dimensione umana, a tal punto che già all’inizio degli anni ’90 molti autori erano concordi nel parlare di un’ipotetica “età postumanistica”, anche se con accenti profondamente differenti. In quest’ottica non solo la tecnologia non andava ad adagiarsi sull’uomo ma addirittura ne metteva in discussione i predicati. Se la condizione post human è tutta da scoprire e presenta ad oggi connotazioni che attengono più alla fantascienza che alla scienza, è peraltro evidente che qualcosa stia cambiando.

Non vi è dubbio infatti che le nuove tecnologie mettano sotto scacco in primis quella concezione antropocentrica, di uomo come misura del mondo e come entità che si autorealizza, che stava alla base del pensiero umanistico. In tale cornice di pensiero la tecnica è sempre stata il modo attraverso cui la nostra specie realizza il proprio destino enfatizzando quelle peculiarità che la rendono unica e fortemente divergente da tutto il resto. Fin dalle prime formulazioni di studiosi quali Marsilio Ficino e Pico della Mirandola assistiamo alla definizione di un’identità umana per contrapposizione che si appella all’eredità prometeica per compiere quelle prestazioni che le altre specie raggiungono con le loro caratteristiche fisiche. Attraverso la tecnica l’uomo può così definirsi libero dalla declinazione funzionale del corpo e nello stesso tempo, mercé l’utilizzo dello strumento può raggiungere a differenza degli animali la totipotenza.

Questa idea di uomo coestensivo al mondo è ben rappresentata da Leonardo da Vinci nella splendida figurazione de “L’uomo di Vitruvio” che può essere considerato il manifesto visivo dell’umanismo. Orbene è proprio tale paradigma a entrare in fibrillazione con l’avvicinarsi del XXI secolo e più che di un post-uomo occorre parlare di un tramonto di quei fondamenti umanistici che leggevano la tecnica come ancella dell’uomo.

Le tecnologie in essere o che si preannunciano a entrare nel prossimo futuro nella nostra quotidianità collidono con le pretese umanistiche per una serie di ragioni che è utile analizzare. Prima di tutto è scorretto considerare queste tecnologie dei semplici supporti, giacché il più delle volte assumono aspetti infiltrativi o addirittura pervasivi l’essere umano, pensiamo alle tecniche di intervento sul genoma o sull’embrione ma altresì alle protesi informatiche capaci di dialogare in modo diretto con il nostro sistema nervoso. In molti casi assistiamo a un ribaltamento del paradigma ergonomico, cosicché è il corpo a darsi allo strumento o ad adeguarsi a esso e non viceversa. Anche il concetto tradizionale di strumento come potenziatore di qualità inerenti nell’uomo non coglie il significato più caratterizzante delle nuove tecnologie che non si limitano a magnificare le nostre prestazioni ma le modificano, inaugurando dimensioni performative totalmente nuove.

Si pensi per esempio come la telefonia mobile o internet abbiano determinato uno slittamento radicale sulla definizione di presenza comunicativa, passando dal vincolo dell’interazione individuale, ossia di una precisa collocazione spaziale e temporale, a una situazione di semplice accesso, vale a dire plurima – posso dialogare contemporaneamente con più persone situate in posti differenti – e indipendente dalla collocazione assunta.

Ma queste tecnologie non sono strumenti anche perché aprendo nuove dimensioni performative impongono, per lo meno in parte, nuovi fini per l’uomo, ampliando quello spazio identitario che definiamo condizione umana. Le tecnologie non più supporti e strumenti rivestono i panni del virus che entrato nell’antroposfera la modifica ancor più che servirla come un obbediente soldatino. C’è poi un altro aspetto che mi pare rilevante nell’introdurre la plausibilità di un passaggio di paradigma: mentre nell’impostazione umanistica lo strumento o la tecnica accrescono baconianamente il dominio dell’uomo sul mondo, oggi questa certezza comincia a vacillare e a mostrare interessanti risvolti. Lo sviluppo tecnoscientifico si sta infatti rivelando il miglior antidoto contro l’antropocentrismo, molto più efficace del sincretismo new age!

Le nuove tecnologie mettono in discussione prima di tutto l’idea di uomo come misura del mondo: si pensi al riguardo come le tecnologie informatiche hanno permesso di svelare i cosiddetti “biases cognitivi” della nostra specie ovvero gli errori che siamo portati a compiere a causa della parzialità del nostro apparato logico. Le tecnologie pertanto restringono il dominio di validità delle caratteristiche dell’uomo, cioè realizzano un processo di “antropo-decentrismo” che, se ben focalizzato, può aiutarci a cambiare il nostro rapporto con il mondo. Già, perché se seguiamo questa interpretazione ci troviamo ad ammettere che la tecnoscienza non è operatrice di divergenza tra noi e la realtà naturale bensì di convergenza: le tecnologie non ci separano dal mondo ma ci coniugano a esso.

Possiamo pertanto dire che la tecnosfera non realizza un mondo a misura d’uomo bensì rende l’uomo a misura di mondo. Un altro aspetto che sempre più si sta modificando è la concezione della macchina come entità sotto il pieno controllo dell’uomo. In un interessante saggio del 1994 (Out of Control), Kevin Kelly, allora executive editor della prestigiosa rivista Wired, preconizzava l’avvento di un’età dove le macchine sarebbero finalmente uscite dal totale controllo dell’uomo, a cui faceva eco appena quattro anni dopo lo studioso Ray Kurzweil con il libro “The Age of the Spiritual Machines”.

The Age of spiritual machine di Ray Kurzweil
The Age of spiritual machine di Ray Kurzweil

Ma anche l’ultimo dei tabù doveva cadere nel declino del XX secolo, quello della progettazione umana della macchina. Con l’avvento degli algoritmi genetici e dell’ingegneria proteica, su fronti opposti, l’uomo abdicava anche alla definizione progettuale dello strumento operando una torsione significativa sul concetto di invenzione.

Cosa significa entrare in un’età post-human? Molte sono le proposte che vengono avanzate e spesso con divergenze di opinioni tutt’altro che lievi. Se la tecnoscienza avanza ad accelerazione crescente – al punto tale che lo studioso Vernor Vinge ipotizza per la metà del XXI secolo una effetto di singolarità, vale a dire un vero e proprio salto quantico nella condizione umana, dato dal convergere sinergico di più campi di ricerca – ci si può limitare a considerare il caleidoscopio tecnologico come un meraviglioso luna park di possibilità o addirittura provare una sorta di trasporto estatico, da cui il concetto di sublime tecnologico. Quasi sempre non si considera il portato effettivo dei mutamenti in atto e soprattutto le retroazioni sull’essere umano, preferendo coltivare l’illusione di un uomo fermamente saldo alla cabina di regia.

Ma è ovvio che la metamorfosi antropologica in atto non è solo una questione di potenzialità operative cosicché leggerla con gli strumenti anacronistici dell’umanismo tradizionale non giova a formulare quadri interpretativi adeguati rispetto agli scacchi che l’individuo e le società si troveranno ad affrontare. Lo sviluppo della tecnoscienza ci fa comprendere il nostro bisogno di mondo e il forte nesso che ci lega a doppio filo ai non-umani e non il contrario, per questo è necessario evitare di cadere nell’iperumanismo, vale a dire nella totale negligenza verso il mondo che esita dal ritenere solo l’uomo come portatore di valore. L’iperumanismo è peraltro l’inevitabile conseguenza da una parte delle straordinarie potenzialità di intervento umano sul mondo, dall’altra dell’incapacità di riformulare le coordinate interpretative della tecnologia. Un altro modo per affrontare questo passaggio è contenuto nella filosofia transumanista che auspica un vero e proprio salto dell’uomo nel post-organico che di fatto gli assicurerebbe una sorta di vita eterna. In questa visione la tecnologia assume un significato salvifico, in ossequio alla pretesa antropocentrica di rendere l’uomo sempre più divergente dalla natura. L’universo transumanista è a dire il vero più composito nelle proposte, ma nel complesso si legge in filigrana ancora una volta quella prevalenza dell’essenza sull’ente che riprende, anche se in chiave immanente, l’idea di un uomo enucleato dal mondo attraverso la techne.

L’idea di trasferire la mente in un computer o di realizzare un corpo inorganico o di uscire dalle coordinate di specie insiste sull’idea della tecnologia come forbice che assicura il percorso divergente dell’uomo. Gli obiettivi della soggettività transumanata sono poi sempre i vieti luoghi comuni dell’angelico e dell’eterno, vale a dire la trasformazione della tecnologia a semplice mezzo per dare compimento a una visione celebrativa e solipsistica dell’uomo. Questa lettura è esattamente antitetica all’impostazione postumanistica che viceversa legge la tecnologia come partner dell’uomo capace di dare all’uomo dei contenuti nuovi e quindi di allargare lo spazio della dimensione umana attraverso una maggiore integrazione del non umano.

Secondo l’impostazione postumanistica la tecnoscienza contribuisce a mettere in discussione il pensiero antropocentrato – aspetto che peraltro era già stato evidenziato da Gaston Bachelard – aumentando la coniugazione e non la distanza tra l’uomo e il resto della natura.  

 

Roberto Marchesini

Eleonora
Eleonora
Eleonora Adorni, membro della redazione del Centro Studi che si occupa di aggiornare i contenuti del sito.
http://www.filosofiapostumanista.it

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